Le contraddizioni del "Socialismo reale" in Unione
sovietica
| * La nozione di struttura
sociale negli studi sovietici |
La difficoltà sperimentata
nel passato di riconoscere l'esistenza delle contraddizioni degli
interessi, in Unione Sovietica, era dovuta al fatto che nello "Stato
di tutto il popolo" non vi erano classi sfruttatrici e, di
conseguenza, non vi potevano essere conflitti. Al contrario, regnava
l'armonia sociale. Non esisteva, pertanto, nessuna teoria sovietica
che affrontasse la natura del conflitto in presenza della proprietà
socialista dei mezzi di produzione, ma soltanto tesi ufficiali che
postulavano l'assenza del conflitto. Per il pensiero scientifico
corrente le differenze degli interessi non erano concepite come
conflitti, bensì come contraddizioni di carattere "non
antagonistico"(1) . Quindi, esse non costituivano oggetto
della materia costituzionale e politica, e le teorizzazioni vertevano
principalmente sui metodi di "riconciliazione" degli interessi.
Tuttavia, negli anni della perestrojka, si era aperto un dibattito
acceso su Riviste come "Voprosy filosofii", "Voprosy
ekonomiki", "Kommunist", attorno alla centralità
del problema dell'obsolescenza del sistema dei rapporti di produzione
socialista rispetto alla crescita qualitativa delle forze produttive,
e sulla natura delle contraddizioni che il ritardo aveva aperto
nella società. Si trattava di un dibattito fortemente avanzato
e di rottura rispetto a quello tradizionale codificato in dottrina,
ma che era stato recepito e tendenzialmente condiviso anche in taluni
ambienti politici. Certo, le posizioni più spinte sostenute
in sede di ricerca erano state filtrate politicamente ed espresse
con cautela, attenuandone la portata dirompente. Ma si poteva trovare
una misura di corrispondenza tra quanto affermato da Gorbacëv
e la problematica sviluppata dalla sociologa Zaslavskaja, a partire
dal suo noto Paper(2) , pubblicato in Occidente, nel quale
si affermava la necessità di studiare il comportamento socio-economico
dei lavoratori condizionato da interessi personali e di gruppo,
al fine d'individuare una strategia diretta simultaneamente a mobilitare
quei gruppi che erano interessati alla perestrojka e a immobilizzare
quei gruppi che avrebbero potuto frenarla; dal momento che qualsiasi
riforma del sistema dei rapporti di produzione e del sistema di
gestione non poteva non produrre il conflitto. Gorbacëv includeva
tra i problemi pressanti l'"attivazione" e l'"ottimizzazione"
dei diversi interessi in subordine al prevalente interesse comune,
la ricerca delle forme e dei metodi con cui nel sistema politico
erano regolati questi interessi, e affermava che il sistema politico
era chiamato ad intervenire energicamente su di essi, aprendo spazio
agli interessi "sani". Purtroppo - egli affermava - la
dirigenza politica, che aveva bisogno di aggregare consenso e una
forte coalizione sociale che fosse motivata alla perestrojka, non
poteva contare sull'aiuto della scienza economica e sociale. La
categoria degli interessi socio-economici, importantissima per la
riforma, era stata poco studiata dalla scienza sovietica. Pochissimo
si sapeva della punta dell'iceberg delle relazioni socio-economiche
e, in particolare, delle caratteristiche effettive della posizione
sociale dei vari gruppi di lavoratori industriali, impiegatizi,
professionali, regionali e nazionali. Ancora meno noti erano la
natura e il contenuto della coscienza socio-economica di questi
gruppi, i loro valori e bisogni, la maniera in cui esprimevano e
realizzavano i loro interessi.
Incominciavano, però, ad emergere nuovi orientamenti di pensiero,
relativamente ad una società sovietica ampiamente "stratificata",
che si andavano ad affiancare all'abbondante letteratura sulla "omogeneità
sociale". I nuovi contributi sovietici parlavano delle diverse
aggregazioni di cui si componeva la società. Essi mostravano
sistematiche differenze nel reddito reale e nel tenore di vita,
nelle prospettive d'istruzione e di promozione sociale. E questo
era un dato tutt'altro che inedito. Di nuovo, tuttavia, c'era che
le ineguaglianze economiche e sociali, di cui era permeata la vita
sovietica, erano divenute, naturalmente entro certi limiti, accessibili
all'indagine e alla discussione per gli studiosi di quel paese.
Contestualmente si era fatta largo in Unione Sovietica una considerevole
letteratura attorno al tema dell'ineguaglianza. L'approccio al tema
partiva da due punti di vista: 1) esporre e motivare in forma ragionata
e sistematica alcune delle più evidenti posizioni ineguali
dei vari gruppi socio-economici in rapporto alla distribuzione del
reddito, alla ripartizione del potere decisionale, e così
via. Questi indicatori non costituivano, in ogni modo, l'unico interesse
degli studiosi sovietici. L'ineguaglianza era già stata riconosciuta
"ufficialmente" come problema in numerose controversie
che avevano caratterizzato il fermento intellettuale del periodo
immediatamente successivo allo stalinismo; 2) esaminare il contenuto
di queste controversie/dispute per quanto esso rivelava a proposito
di tensioni, rivendicazioni e conflitti generati dalle profonde
divisioni sociali che si riproducevano ormai sistematicamente nel
paese dalla metà degli anni '70. "Oggetto" di queste
dispute erano oltre alle esigenze di "democratizzazione"
del management, le misure da intraprendere per il superamento della
subordinazione delle donne, la messa a punto di una politica dell'istruzione
non più solo "universale", ma anche "mirata"
(l'opportunità di una programmazione della domanda d'istruzione,
che fosse in relazione alle esigenze del mercato del lavoro), la
definizione di "approcci" e "categorie" alternative
nell'esame della struttura sociale di classe. A dispetto del carattere
non sempre "aperto" della discussione, si erano fatte
via via avanti nuove idee in lotta per ottenere udienza, e lo spettro
delle posizioni emerse era esso stesso evidente riflesso delle differenze
che sottendevano queste nuove idee.
Le ricerche che erano state intraprese
su alcune delle principali forme di disuguaglianza, presenti nella
versione sovietica di una società socialista, riflettevano
una certa "visione" della struttura sociale. Esse fornivano
sostanzialmente un'immagine dell'insieme della struttura sociale
in cui gli elementi primari non erano più soltanto le classi
sociali - le cui differenze erano riconducibili alle diverse forme
di proprietà socialista (statale e collettiva) - ma i "gruppi
sociali", che si caratterizzavano per il tipo di attività
svolta. La società, secondo questo approccio, era un complesso
di attività che s'incrociavano e si collegavano in un processo
continuo, e ciascuna attività prendeva significato dalla
sua relazione con le altre. Il gruppo sociale - prospettato dalla
nuova versione sovietica - non rappresentava un insieme di individui
fisici, ma piuttosto un tipo di processo, un modo d'interazione.
Era una sezione di questo incrociarsi di attività che costituiva
il sistema sociale. Quello di gruppo era, dunque, un concetto puramente
analitico: gli individui erano definiti dalle molteplici attività
a cui partecipavano, e qualunque attività creava un gruppo.
La società era concepita come una sfera che poteva essere
attraversata da infiniti piani (i gruppi) senza che nessuno di essi
rappresentasse la totalità. Il compito maggiore nello studio
della forma sovietica di vita sociale era, dunque, l'analisi di
questi gruppi e delle loro attività, a cui erano connessi
interessi diversi. Il processo politico era visto come una "tecnica
di aggiustamento degli interessi", e se coincideva con le attività
dei gruppi, e gli interessi si manifestavano e si risolvevano in
tali attività (vale a dire l'interesse di gruppo e/o individuale
era in armonia con quello più generale della società),
si concludeva ad una sorta di trasparenza del sistema politico:
nessun interesse era ignorato o discriminato e tutti per definizione
potevano esprimersi con uguali opportunità (a patto che fossero
capaci di pressione). Accanto ai gruppi sociali esistevano altre
aggregazioni che si definivano per la loro appartenenza "territoriale",
per la loro identità "etnico-linguistica", "religiosa",
ecc. Tali aggregazioni, piuttosto che promuovere un'azione collettiva
(o rappresentare un interesse), delimitavano uno "spazio"
sociale, ed intersecavano i differenti gruppi sociali (talvolta
sovrapponendosi del tutto ad essi), ai quali rimaneva in ogni caso
il primato dell'analisi sociologica. Bisognava, innanzi tutto, studiare
l'azione sociale, qualunque fosse il gruppo originario di riferimento
a cui andava attribuita l'azione stessa. Il gruppo sociale poteva
essere pure definito come "strato", anche se in genere
la nozione di "strato" - per i sociologi sovietici - richiedeva
l'uso concettuale di una gerarchia delle attività (o degli
interessi) e delle posizioni sociali; mentre i gruppi sociali erano
teoricamente disposti lungo delle linee orizzontali, immaginando
la struttura sociale come un asse cartesiano formato da molteplici
punti che creavano, appunto, delle linee orizzontali sulle quali
si posizionavano i vari gruppi sociali. Per tale motivo, il termine
di strato sociale era più assimilabile a quello di gruppo
socio-occupazionale (o di ceto sociale).
I gruppi socio-occupazionali erano gli elementi costitutivi di una
struttura "infra-classi" delle classi-base (classe operaia
e agricoltori delle aziende collettivizzate). L'intellighenzia tecnica
delle imprese industriali di Stato era vista come uno "strato"
all'interno della classe operaia, e l'equivalente categoria dei
tecnici delle cooperative agricole come uno "strato" della
classe rurale. Ciò sembrava una rinuncia alla nozione di
un unico strato per l'intellighenzia, distinto dalle due classi-base.
E proprio ciò era stato oggetto di maggiori critiche da parte
dei sociologi sovietici più tradizionali: il fatto di aver
"dissolto" l'intellighenzia nell'ambito delle due classi-base.
Tuttavia, c'era un altro aspetto più significativo dell'approccio
dei nuovi sociologi, che metteva in luce il nuovo modo d'intendere
la struttura sociale sovietica. Per essi il gruppo socio-occupazionale
era già l'elemento costitutivo della struttura, e per tale
ragione intravedevano la possibilità di costruire un sistema
senza classi, composto di soli "gruppi infrasocietari"
come metodo di classificazione degli elementi strutturali della
società. In considerazione dell'importanza decrescente delle
differenze attinenti le forme di proprietà (che definivano
le "classi-base") e del sempre maggiore significato attribuito
alla "natura del lavoro", come fattore di differenziazione
sociale, il ventaglio dei gruppi socio-occupazionali poteva essere
al tempo stesso inteso come l'insieme dei componenti sia di un sistema
di classi (lo schema del "2+1"), sia della società
intesa come una molteplicità di strati sociali che intersecavano
la suddivisione in classi. I gruppi socio-occupazionali potevano
essere esaminati da diversi punti di vista. Da un lato, essi risultavano
essere gruppi interni alle classi, vale a dire determinavano la
struttura interna delle singole classi. Ma dall'altro, nella misura
in cui le distinzioni tra le classi si attenuavano e gruppi contigui
divenivano sempre più simili rispetto alla natura del lavoro
svolto, essi potevano essere interpretati come gruppi infrasocietari,
ovvero strati. In virtù di tale approccio alla struttura
sociale, la società veniva a costituirsi come un insieme
a più strati, uno dei quali era l'intellighenzia.
In tal modo il linguaggio e l'apparato concettuale della stratificazione
sociale erano divenuti parte del dibattito sovietico sulla struttura
della società. L'assunzione di tali concetti nel pensiero
sovietico si manifestava in svariate forme. Per esempio, i pareri
sulle ricerche occidentali in merito alla stratificazione sociale
non avevano più un taglio esclusivamente negativo. L'approccio
occidentale era stato inizialmente biasimato non perché identificava
una pluralità di strati sociali all'interno della società
capitalistica, ma perché trascurava le forme primarie di
divisione sociale - le classi intese in senso marxista - e faceva
quindi uso di caratteristiche "arbitrarie" per definire
le distinzioni tra i vari strati sociali. I documenti ufficiali
sulla struttura sociale interna, già dalla seconda metà
degli anni '60, avevano sempre fatto riferimento all'esistenza di
strati sociali all'interno delle classi-base e del ceto intellettuale.
La sociologa Zaslavskaja aveva parlato in modo esplicito della natura
stratificata, "scalare" delle divisioni sociali nell'ambito
del socialismo, contrapponendola alla polarità dei gruppi
sociali sotto i sistemi che sancivano la proprietà privata.
Altri avevano proposto una classificazione comprendente vari gruppi
socio-occupazionali in base ad un indice dello status sociale che
prevedeva per ciascun gruppo una sintesi di misurazioni relative
al reddito, all'istruzione e "all'influenza nell'ambito della
collettività".
Ciononostante permanevano limiti evidenti nelle ricerche "empiriche"
sulla stratificazione della società sovietica. Le punte più
alte della struttura sociale erano sistematicamente lasciate fuori
da quasi tutte le indagini (anche le migliori), mentre gli aspetti
politici e la questione del potere in rapporto alla stratificazione
sociale erano per lo più ignorati. Le ricerche empiriche
su una struttura sociale di cui si riconosceva il carattere gerarchico
erano sostanzialmente limitate alle unità costitutive primarie
dell'assetto economico, ovvero, le imprese industriali e le aziende
agricole. Ogniqualvolta si prospettavano la "qualità
del lavoro" o la "posizione nell'ambito della divisione
sociale del lavoro", come i criteri base della differenziazione
sociale, il contesto, quasi invariabilmente, era quello del "collettivo
di produzione". I dipendenti ai più alti livelli dei
ministeri governativi, gli enti di pianificazione, l'establishment
scientifico, per non parlare dell'organizzazione di partito, rimanevano
fuori dal continuum degli strati socio-occupazionali sottoposti
ad indagine dal punto di vista del reddito, dello stile di vita
e della possibilità di trasmissione intergenerazionale del
proprio status. Tali gruppi, le cui scelte macroeconomiche e macrosociali
controllavano la destinazione delle risorse produttive della società
e la struttura della retribuzione, erano esclusi dalle indagini.
Ciò non equivaleva a dire che la questione del potere rispetto
alla stratificazione sociale fosse totalmente ignorata. Alcuni sociologi,
per esempio, avevano dimostrato come per i diversi gruppi socio-occupazionali,
all'interno delle unità economiche agricole, sussistevano
differenze molto marcate rispetto alla percezione della propria
influenza "sulle principali decisioni prese nell'ambito del
collettivo". In genere, l'ineguaglianza di potere era un tema
legittimo d'indagine nel quadro delle ricerche empiriche sui rapporti
familiari. Ma anche in questo caso, come per il reddito e la differenziazione
culturale, si metteva in luce una forma di ineguaglianza che riguardava
solo il livello del "collettivo" (l'impresa o la famiglia)
e mai il livello sociale.
Gli strati più elevati della società sovietica, di
cui si notava la totale assenza nelle indagini "empiriche"
sulla stratificazione, iniziarono a comparire negli studi di carattere
"teorico" sulla stratificazione sociale dalla fine degli
anni '70. La Zaslavskaja aveva individuato un particolare strato
dell'intellighenzia impegnato professionalmente a svolgere mansioni
direttive, compreso il "management dei processi sociali".
Tale strato non comprendeva solo i direttori di stabilimento, ma
anche quanti lavoravano negli "organi più alti del management
economico" e anche negli "organi statali di direzione
politico-amministrativa non direttamente collegati alla produzione".
Erano contraddistinti dal "diritto di prendere decisioni vincolanti
per altri" e di farle attuare anche con la coercizione. Altri,
ancora, riconoscevano l'esistenza di uno strato di "quadri
esecutivi", tra i quali figuravano membri del Partito e dell'amministrazione
statale che non erano impegnati nella produzione di beni materiali,
ma svolgevano "funzioni sociali corrispondenti ai bisogni della
società intera vista nel suo insieme". Questi erano
i tratti essenziali della nozione di potere quali si ritrovavano
in tutti i dibattiti degli studiosi sovietici. Il potere era qualcosa
di cui si faceva invariabilmente uso nel pubblico interesse. Esso
non appariva mai - almeno nel contesto dei fatti macrosociali -
come un rapporto tra governanti e governati. Quei "quadri esecutivi",
indicati "ambiguamente" come costituenti il "management
dei processi sociali", erano proprio i gruppi sociali sulla
cui posizione relativa nella distribuzione dei beni materiali e
delle opportunità culturali, e riguardo al cui potere sui
processi di produzione, le indagini "empiriche" non avevano
mai dato ragguagli.
| * Un Ventaglio di Disuguaglianze |
Il ventaglio di diseguaglianze che
traspariva dal paragone tra i diversi gruppi socio-occupazionali
situati ai poli opposti della scala, sia nelle imprese industriali,
sia nelle aziende agricole, era di gran lunga più esteso
e variegato di quanto risultasse dall'analisi della struttura sociale,
che si avvaleva della formula trinomica del "2+1". Senza
ripudiare in modo esplicito la versione "ufficiale" sovietica
della società, i nuovi studi avevano introdotto una nozione
di società come struttura gerarchica di gruppi sociali classificabili
in base ad uno status sociale "superiore" o "inferiore".
La formulazione più lucida di tale concetto la si trovava
già in un'opera della sociologa Zaslavskaja comparsa nel
1970: "In linea di principio, la posizione sociale dei diversi
strati e classi nella società socialista può essere
rappresentata nella forma di una certa gerarchia in cui alcune posizioni
sono ritenute superiori ad altre. Il fondamento della gerarchia
verticale delle posizioni sociali (...) risiede nella complessità
e nel genere delle responsabilità relative al tipo di lavoro
svolto; un aumento di queste è di norma seguito da un aumento
dei livelli d'istruzione previsti e dei compensi materiali, e comporta
anche modificazioni nel modo di vita"(3) . Gli studi
sociali si orientavano sempre più verso un'immagine dell'insieme
della struttura sociale sovietica, in cui gli elementi primari erano
i gruppi differenziati in senso verticale e disposti lungo una "scala
di posizioni sociali". In più, essi stabilivano un nesso
inestricabile tra la struttura sociale e l'ineguaglianza. Gli elementi
che costituivano la struttura erano i gruppi diseguali dal punto
di vista economico e sociale. Tali principi di carattere generale
costituivano di per sé un netto distacco rispetto ad alcuni
elementi della visione "ufficiale" della società
sovietica. Lo stacco era indubbio rispetto alla nozione tradizionale
di un sistema di classi strutturato soltanto in senso orizzontale
e rispetto alla concezione dell'ineguaglianza delle retribuzioni
come specchio di differenti meriti individuali. Di pari, se non
addirittura di maggiore portata, era il riconoscimento dell'inadeguatezza
dello schema tripartito del "2+1", quale strumento di
analisi delle forme dominanti di differenziazione sociale.
Nello schema tradizionale della struttura sociale, alla classe operaia
era stato attribuito uno status sociale superiore che affondava
le sue radici nella "missione storica" di quella classe.
La classe operaia era, infatti, associata a una forma più
"elevata" di proprietà e doveva, quindi, svolgere
un ruolo "guida" nella fase di transizione verso il comunismo.
La proprietà di tipo cooperativo era, al contrario, una forma
"transitoria" di proprietà che avrebbe dovuto gradualmente
fondersi in quella statale; in questo senso, essa era un tipo inferiore
in confronto con la proprietà dello Stato e, di conseguenza,
pure inferiore era la sua classe di appartenenza (quella contadina).
Tuttavia, i sociologi e i politologi di nuovo orientamento (Butenko
ed altri) sostenevano che, nella formazione socio-economica del
socialismo sviluppato, l'impresa collettiva non poteva essere considerata
una forma poco "evoluta" di proprietà, e smentivano
il fatto che essa potesse essere considerata uno degli elementi
cardinali della discriminazione tra le due classi-base. Anzi, nel
socialismo sviluppato sovietico, la proprietà di tipo cooperativo
era quella che si era caratterizzata per i più alti livelli
di redditività: "In effetti, se il comunismo è
fondato sulla proprietà unica di tutto il popolo, che si
realizza durante il passaggio al comunismo, non è possibile
mantenere ma, al contrario, va eliminata (attraverso lo sviluppo
totale della socializzazione, praticamente attraverso la statalizzazione)
la proprietà cooperativo- kolchoziana e le forme economiche
che le sono legate. In questa situazione difficile, dove la vita
esige insistentemente altre cose, bisogna ricordarsi che le risorse
economiche e sociali della cooperazione e delle aziende ausiliarie,
connesse alla proprietà cooperativo-kolchoziana, sono le
meglio impiegate al fine di accrescere, il più rapidamente
possibile, la produzione alimentare e di migliorare l'approvvigionamento
alla popolazione; la cooperazione socialista, ma soprattutto i kolchozy,
sono oggetto di una campagna denigratoria, la quale presenta la
proprietà cooperativo-kolchoziana come una proprietà
di secondo ordine (in rapporto alla proprietà statale), benché
gli eventi storici stiano dimostrando esattamente l'incontrario"(4)
. Il politologo Butenko riportava due esempi a titolo dimostrativo:
1) durante il periodo 1976-1980, nei kolchozy, 1 quintale di patate
costava 7,8 rubli mentre nei sovchozy 11,4 - cioè quasi il
40% in più che nelle fattorie collettive; 2) i provvedimenti
assunti per ridurre il numero delle aziende ausiliarie avevano arrecato
un grave danno all'economia nazionale, abbassando la sua produzione
agricola di circa il 30%-40%(5) . Le accuse di Butenko erano soprattutto
rivolte a Kosolapov, redattore-capo di "Kommunist", che
si era fatto in quegli anni interprete zelante della statalizzazione
accelerata della proprietà cooperativo-kolchoziana e della
rapida creazione di una società senza classi, fondando la
sua tesi sulla necessità di una "socializzazione progressiva",
che avrebbe avuto il suo compimento con la soppressione delle cooperative.
Kosolapov aveva lanciato il suo appello di "non elogiare più
le forme cooperative, poiché queste forme di gestione economica
non sono altro che un residuo della vecchia società, che
va perdendo di significato. (
) Inoltre, nelle condizioni attuali,
l'azienda ausiliaria individuale è una vestigia delle più
caratteristiche della piccola produzione, e ha un contenuto parzialmente
privato nella misura in cui il suo prodotto acquista l'aspetto di
merce"(6) . Questa posizione intransigente, sostenuta da diversi
scienziati sociali di spicco (I.JU. irjaev; G.R. Imanov, M.S.
Aenov, ecc.), era ancora espressa nel periodo in cui il potere
sovietico stava accingendosi a varare alcune leggi che limitavano
da un lato l'esercizio individuale delle piccole attività
economiche, e dall'altro autorizzavano la creazione sul territorio
sovietico di imprese miste con la partecipazione del capitale straniero.
Si chiedeva Butenko: "E' poi vero che le piccole attività
economiche individuali rappresentano un pericolo per la proprietà
statale? Al contrario, il capitale estero non funzionerà
con la logica capitalistica del massimo profitto?"(7) .
Rivalutando il ruolo dell'impresa collettiva nel socialismo, gli
studiosi di nuovo orientamento aderivano ad un diverso modello della
struttura sociale. Gli studi e le ricerche sociali più recenti
avevano dimostrato l'inadeguatezza del paradigma classico per la
comprensione della forma reale della società sovietica contemporanea.
Cinque erano le condizioni fondamentali a sostegno della confutazione
dello schema convenzionale: 1) lo stato sociale dei contadini kolchoziani
si differenziava ben poco da quello della componente rurale della
classe operaia. Nel tessuto dei rapporti sociali, gli operai dei
sovchozy erano molto più omologati ai contadini dei kolchozy,
che agli operai dell'industria statale. Il confine sociale fra la
classe operaia e quella contadina era meno netto rispetto a quello
esistente fra popolazione urbana e rurale; 2) le differenze sociali
tra i contadini dei kolchozy e la classe operaia industriale erano
scomparse, ed erano meno evidenti rispetto a quelle che esistevano
fra gli strati professionali qualificati di una stessa classe sociale;
3) erano, pure, scomparse le differenze sociali tra gli operai più
qualificati e il comune personale tecnico e ingegneristico. Ne'
per il carattere delle loro capacità o conoscenze, ne' per
il loro rapporto rispetto ai diritti e ai doveri, ne', infine, per
il tenore e lo stile di vita, essi si contraddistinguevano gli uni
dagli altri. In alcuni settori dell'industria, il 10-15% degli operai
possedevano un'istruzione superiore; quindi una parte di essi "formalmente"
apparteneva allo strato dell'intellighenzia; 4) lo strato dell'intellighenzia
era assai eterogeneo. Esso comprendeva i "proletari del lavoro
di concetto", l'"elite intellettuale" e l'"alta
dirigenza politica ed amministrativa del paese"; 5) nella formula
trinomica della struttura sociale non vi era posto per altri gruppi
presenti nella società. Tali gruppi erano i dirigenti dell'economia
ai vari livelli, i lavoratori connessi alla distribuzione e allo
scambio della produzione dell'economia nazionale, i piccoli imprenditori
socialisti, il personale contabile e di segreteria (gli impiegati),
i piccoli affaristi dell'economia ombra, ecc. Era fatto, dunque,
esplicito riferimento all'esistenza di strati sociali non più
solo "infraclassi", m anche "extraclassi", che
determinava l'avvicinamento di status di una parte della classe-base
ad un'altra (contadini kolchoziani e operai della campagna) e il
divario di status all'interno di una stessa classe-base (operai
urbanizzati e operai della campagna).
Il "mito", sopravvissuto per molti anni, secondo cui la
società sovietica già nella fase matura del socialismo
sviluppato (quella prossima al comunismo), si sarebbe caratterizzata
per la "piena omogeneità sociale" veniva completamente
distrutto: "Fatto sta che, secondo le leggi della natura, lo
sviluppo progressivo di ogni sistema porta ad una complicazione
della sua formazione, all'aumento del pluralismo degli elementi
e dei legami (di questa formazione - n.d.r.) e non al rafforzamento
dell'uniformità. Perciò il dogma sopravvissuto per
molti anni, secondo il quale la società socialista sviluppata
si sarebbe caratterizzata per la "piena omogeneità sociale",
è semplicemente privo di fondamento"(8) . Il raggiungimento
di una società socialmente omogenea dipendeva, secondo la
maggior parte degli studiosi sovietici tradizionali, dal conseguimento
di costanti progressi nel campo scientifico e tecnologico, in base
ai quali si presumeva sarebbe stato possibile arrivare ad una graduale
riduzione delle differenze in materia di condizioni del lavoro,
di retribuzioni, ecc. A differenza di questi autori, la sociologa
Zaslavskaja metteva in discussione il fatto che il superamento delle
differenze sociali, fosse automaticamente dato dal progresso tecnico-scientifico,
poiché questa concezione meccanicistica, di stampo positivista,
non considerava l'impatto importante del fattore umano sullo sviluppo
della scienza e della tecnica.
Se la transizione verso la società comunista non era intesa
come abbattimento totale delle disuguaglianze, e nemmeno come un
completo controllo sui mezzi di produzione da parte dei produttori
diretti della ricchezza, essa cionondimeno era vista come: 1) un
processo di fusione delle due forme di proprietà socialista
(l'assorbimento della proprietà di tipo cooperativo in quella
statale) e, quindi, della scomparsa delle due classi-base; 2) il
superamento della differenza tra lavoro intellettuale e manuale;
3) l'emergere dell'abbondanza dei beni materiali. Nelle opere sovietiche
sul comunismo scientifico invece d'indagare la struttura reale della
società, la dinamica dei mutamenti tra le classi e in seno
alle classi, il processo complesso e contraddittorio di formazione
dell'omogeneità sociale della società sovietica, si
scandiva ritualmente soltanto la tesi su questa omogeneità:
"In sostanza non si studia la contraddizione reale dovuta al
fatto che con il venir meno delle differenze di classe, con lo sviluppo
ulteriore dei tratti comuni del modo di vita e della connotazione
spirituale degli uomini, si fanno sentire di più le differenze
di carattere non di classe: professionali, socio-culturali, di età
e sesso, nazionali e linguistiche, ecc."(9) . Al posto dello studio
del complicatissimo processo di formazione ed educazione della persona
socialista si facevano ragionamenti scolastici su un ideale di cittadino
sovietico. Si domandava il sociologo Jakovlev: "Ma da dove
vengono, allora, i fenomeni di stagnazione, le persone malate di
consumismo, spiritualmente vuote, da dove vengono il carrierismo,
il burocratismo, l'indifferenza? Durante gli anni della stagnazione
era stata impostata la concezione della omogeneità crescente
man mano che ci si avvicinava al comunismo, dell'estinzione della
diversità. Nell'economia: una sola proprietà statale,
un solo schema per gestirla. Nel sociale: l'annullamento di ogni
differenza. Nel politico: l'immutabilità delle strutture
politiche. Eppure le opere di K. Marx, F. Engels e V.I. Lenin si
distinguevano innanzi tutto perché partivano dalla effettiva
dialettica della realtà, dalla complessità e dalla
non univocità dello sviluppo storico. L'intera esperienza
testimoniava che la storia non aveva mai, in nessun senso, raggiunto
il progresso attraverso la semplificazione. Di contro, ogni successiva
formazione, ogni successivo sistema economico-sociale e politico
si era mostrato internamente più complesso del precedente.
In questo senso, non vi era motivo di ritenere un'eccezione il socialismo
e il comunismo. Ciononostante, la concezione dell'uniformità
era stata fatta passare con invidiabile tenacia nella pratica e
nelle elaborazioni teoriche. Era possibile riscontrarne l'influenza
anche negli approcci alla soluzione di una serie di problemi riguardanti
l'economia, la sfera sociale e la cultura. Si prenda anche la tesi
sull'azione delle leggi sociali. Nell'esaminare, ad esempio, il
capitalismo noi vediamo la complessità, la contraddittorietà
dei suoi processi e meccanismi interni. Ma non appena si comincia
a parlare del socialismo sembra che entri in funzione un automatismo
quasi completo, indipendente dall'uomo. I rapporti di produzione
entrano da soli in armonia con lo sviluppo delle forze produttive.
Il carattere pianificato e proporzionale dello sviluppo economico,
la soluzione delle questioni sociali si autoregolano. Entrano in
funzione automaticamente i meccanismi di sviluppo della coscienza
sociale, della giustizia sociale, dei rapporti nazionali, ecc."(10)
. Anziché studiare il socialismo reale si era preferita la
costruzione di modelli speculativi. Il socialismo era nato come
negazione dello sfruttamento capitalistico e della morale borghese.
In virtù di ciò, la nuova società veniva immaginata
come qualcosa di romanticamente ideale, priva di vizi e contraddizioni,
mentre le disgrazie e le magagne venivano attribuite ai residui
del passato. "In ogni formazione sociale a noi nota, in ogni
fase storica, la contraddizione tra le forze produttive e la loro
forma sociale, i rapporti di produzione, muove e perfeziona l'attività
sociale e lavorativa, produce rivoluzioni, accelera il progresso.
Ma, invece, di sottoporla ad una profonda ricerca, nella società
socialista si è cominciato a sostenere dogmaticamente che
nel socialismo la contraddizione fondamentale è quella tra
i "germogli visibili" del comunismo e i "residui"
del capitalismo"(11) . Il carattere errato di questa posizione
stava nel fatto che la specificità del socialismo era dedotta
dalla combinazione delle basi generali della formazione comunista
e dei nei della vecchia società. Con questo approccio i rapporti
economici del socialismo perdevano il loro carattere distintivo,
il problema delle leggi economiche proprie del socialismo era rimosso:
"Il socialismo non è per nulla la combinazione temporale
dei tratti del comunismo immaturo e dei nei del capitalismo, ma
è una costruzione sociale che si connota come unica nel suo
genere, poiché ha caratteristiche, dinamiche e principi propri"
(12).
Jakovlev riteneva giusta l'accusa che negli ultimi tempi era mossa
alle scienze sociali per il loro distacco dalla pratica sociale,
per lo stile e il metodo di lavoro, per il clima morale e psicologico
in cui si svolgeva l'attività scientifica: "Le scienze
sociali non si sono limitate a rispecchiare lo stato della società,
ma hanno attivamente contribuito alla sua formazione. L'ideologia
della stagnazione e il mascheramento della stagnazione non avevano
bisogno di una conoscenza precisa della vita. Tutto ciò che
non si collocava nel letto di Procuste della mentalità dogmatica
e della pratica dell'entusiasmo generale era ritenuto, pubblicamente
o implicitamente, dubbio e sospetto (
) Non è stata
forse data della concezione del socialismo sviluppato un'interpretazione
congiunturale, tale da indurre a perfezionamenti parziali, pigri,
timidi, incoerenti, e che consacrava l'ottimismo di maniera e affievoliva
la presa di coscienza di cambiamenti radicali ormai maturi?"
(13). Si era, insomma, venuto a formarsi oggettivamente, nel tempo,
un sistema di rottura delle basi materiali del socialismo costituito
dalla dispendiosità dell'economia, le cui origini andavano
ricercate nella genesi della stagnazione. Nella sfera strutturale
uno dei fattori (ma non l'unico) di questa stagnazione risiedeva
nell'assolutizzazione della proprietà statalizzata, nella
sua equiparazione a forma suprema di proprietà, quella di
"tutto il popolo", quando nella realtà il dominio
e il controllo dei mezzi di produzione erano nelle mani di un ceto
burocratico, che "formalmente" agiva per conto di tutto
il popolo e nei fatti si comportava come una classe dominante, sfruttatrice
e privilegiata.
| * Antagonismi e Contraddizioni |
Secondo il politologo Butenko, per i marxisti che riconoscevano
l'esistenza delle contraddizioni nel socialismo, il primo problema
che si poneva a loro, allorché si accingevano a studiarne
e a determinarne il carattere, era quello di scoprire se tali contraddizioni
fossero state di tipo antagonistico o non antagonistico. Entrambe
le contraddizioni (antagonistiche e non) appartenevano alla società
post-capitalistica, cioè al periodo di transizione dal capitalismo
al socialismo, ma esse potevano essere presenti anche nella società
socialista, che seguiva a questo periodo di transizione. Potrebbe
sembrare ingiustificato a prima veduta - diceva Butenko - esaminare
insieme le contraddizioni antagonistiche e non, di due periodi storici
dello sviluppo sociale qualitativamente diversi. In effetti, nel
periodo transitorio, sussisteva ancora lo sfruttamento di una parte
della società sull'altra, mentre con l'avvento del socialismo
le classi sfruttate sarebbero scomparse. Ma la storia e i fatti
concreti avevano dimostrato che l'erezione di una "muraglia
cinese" fra questi due periodi aveva contribuito, in larga
misura, alla nascita di alcune semplificazioni e degenerazioni nell'interpretazione
dei problemi del socialismo sviluppato.
Gli studiosi sovietici avevano aderito dogmaticamente alla nota
tesi leniniana: "l'antagonismo e la contraddizione non sono
una sola e medesima cosa. Il primo scomparirà, e la seconda
tende ancora a rimanere con l'avvento del socialismo". Sulla
base di questo postulato, essi sostenevano che le contraddizioni
antagonistiche non fossero più immanenti, mentre quelle non
antagonistiche lo erano ancora, persistevano cioè nella società
socialista. Questa conclusione metodologica non solo era stata acquisita,
ma persino canonizzata, convertita in un dogma che separava radicalmente
i due periodi storici sulla base, appunto, di questa distinzione
scolastica tra contraddizioni antagonistiche della società
post-capitalistica, e contraddizioni non antagonistiche della società
socialista. Mentre la prima abbracciava tutte le forme dello sfruttamento
e si caratterizzava essenzialmente per gli antagonismi di classe,
la seconda - che si trovava ad uno stadio superiore dello sviluppo
storico - era rappresentata come una società dove sarebbero
gradualmente sparite le contraddizioni non antagonistiche dipinte
per lo più come residui della vecchia società borghese.
Gli studiosi sovietici avevano inventato la teoria delle "due
dialettiche": quella della società antagonistica e quella
della società delle contraddizioni non antagonistiche, ma
insieme avevano elaborato una nuova (in)comprensione della dialettica
nel socialismo: non esistendo più nella società socialista
alcun antagonismo e sparendo nel tempo anche la contraddizione non
antagonistica, moriva di conseguenza la "forza motrice",
la fonte generatrice di ogni sviluppo sociale, che era determinata
dalla "dialettica" (cioè dalla presenza della categoria
della contraddizione nella società).
In questa atmosfera di lotta per la "purezza del marxismo"
e di "promesse di fedeltà al leninismo", la "muraglia
cinese" rimase su, grazie ai successi della propaganda formale.
Non era, certo, intenzione di Butenko rinnegare quanto aveva detto
a suo tempo Lenin, ma egli cercava di reinterpretare il suo pensiero,
ripulendolo da qualsiasi dogmatismo. Per Butenko, i due "contrari"
(contraddizioni antagonistiche e non) interagivano in maniera "dialettica";
erano due principi mobili, che si condizionavano reciprocamente,
e che potevano addirittura trasformarsi l'uno nell'altro. La questione
della trasformazione delle contraddizioni antagonistiche in contraddizioni
non antagonistiche, e viceversa, durante il corso dello sviluppo
del socialismo, e non solo nella fase della sua edificazione, aveva
indubbiamente una grossa portata teorica e pratica. Portata teorica,
poiché veniva accettata l'idea che i due tipi di contraddizione
non fossero in assoluto dei principi "contrari", e che
essi potevano addirittura trasformarsi l'uno nell'altro nel socialismo
(in quanto principi dialettici interagivano e s'influenzavano reciprocamente).
Inoltre, se secondo Lenin, i "contrari" a volte erano
perfino dei "simili" (uno poteva diventare l'altro), perché
questa regola non poteva essere ritenuta valida anche per la società
socialista? Era, forse, quest'ultima esente da sviluppi sociali
"irregolari" (con momenti di avanzamento ed altri di arretramento)?
Sarebbe sempre proceduto tutto in modo lineare? La questione della
trasformazione delle contraddizioni antagonistiche in contraddizioni
non antagonistiche (e viceversa) aveva soprattutto una grossa portata
pratica. Secondo i marxisti "formalisti", gli sfruttatori
erano stati "fisicamente" eliminati con l'edificazione
del socialismo. La contraddizione antagonistica caratterizzava l'essenza
del rapporto sfruttatori-sfruttati, ed esisteva all'epoca in cui
i primi detenevano la proprietà privata dei mezzi di produzione
e sfruttavano i lavoratori salariati; nel socialismo, la contraddizione
antagonistica era stata annullata con la soppressione della proprietà
privata e dello sfruttamento. Nuovi rapporti erano sorti fra gli
sfruttatori di "ieri" - divenuti lavoratori nella nuova
società - e gli sfruttati di "ieri". Nella configurazione
di una tale società non vi era più posto per i rapporti
di sfruttamento. Ma in che modo era, allora, possibile analizzare
la situazione dei milionari sovietici, dei trafficanti dell'economia
sommersa, dei funzionari corrotti delle imprese statali, e così
via? Erano, per caso, costoro, esclusi dal meccanismo dell'appropriazione
dei risultati del lavoro altrui, vale a dire del meccanismo dello
sfruttamento? E cosa dire di quella classe, genericamente definita
"burocrazia", che da tempo amministrava e controllava
la proprietà nazionalizzata e socializzata, riservando a
sé una posizione di forte privilegio nella società?
Il corso storico dell'antagonismo sociale non era affatto esaurito.
C'erano molti fatti a sostegno di quest'affermazione. Innanzi tutto,
il principio fondamentale del socialismo: "da ciascuno secondo
le sue capacità a ciascuno secondo il suo lavoro" non
era stato messo in pratica. Dato che persistevano alcune "imperfezioni",
come quella del meccanismo di ripartizione del lavoro, non era possibile
abbandonare lo studio dei rapporti d'iniquità nella società
sovietica. Inoltre, la giustizia sociale, propria del socialismo,
non la si poteva instaurare meccanicamente senza affrontare una
lotta quotidiana tenace contro i tentativi di alcuni di "arricchirsi"
tramite il lavoro altrui, e contro molte altre forme presenti di
sopraffazione e antagonismo dei rapporti sociali.
Al centro del processo storico veniva, dunque, ricollocata la fertile
categoria della "contraddizione antagonistica", con lo
scopo di costruire un pensiero strategico non già sulla metafisica
delle c.d. leggi della storia, bensì sulla visione critica
del potenziale accumulato. Nella pratica, il socialismo realizzato
di tipo sovietico conteneva in sé molti tratti specifici
di antagonismo. Si era sempre sostenuto che la logica della storia
suggeriva lo sviluppo cosciente del socialismo sulla base della
guida scientifica della società e della previsione altrettanto
scientifica dei risultati di questo processo. E quando ci s'imbatteva
nel volontarismo, nella violazione delle leggi oggettive, si trasgrediva
immediatamente anche la logica della storia. Tuttavia questo schema
interpretativo, utilizzato dalla dottrina sovietica per giustificare
qualsiasi forma di deviazionismo e di degenerazione, aveva portato
alla rottura del socialismo "ideale" con la sua reale
sostanza, e alla non consapevolezza del suo limite storico. Il socialismo
non poteva certo contenere in sé la soluzione di tutti i
compiti storici. Proprio la comprensione di questo limite storico
avrebbe condotto alla presa di coscienza delle sue reali contraddizioni
e all'attivazione di quelle leve necessarie per migliorare l'uomo
e il sistema. I nuovi studi sovietici prendevano le distanze da
una visione del socialismo come sistema sociale "salvifico",
che affondava le sue radici nell'idealizzazione di una forma storica
che si poneva in un luogo e in un tempo immaginari. Introducevano,
infine, come oggetto serio di riflessione l'elemento "soggettivo"
della storia: l'uomo. Anche qui veniva recuperata una comprensione
meno "rousseauviana" dell'individuo, più coerente
ai complicati processi di apprendimento e di educazione del cittadino
ai valori del socialismo.
| * L'Interpretazione dell'Ineguaglianza |
Per anni, aveva affermato T. Zaslavskaja, era stato propagandato
l'avvento nel socialismo sviluppato dell'abbondanza dei beni materiali
e culturali, e della realizzazione del principio "da ognuno
secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro".
Tuttavia, non erano stati garantiti a tutti i gruppi di popolazione
i mezzi necessari (livelli di reddito e d'istruzione adeguati; professioni
qualificate, pari accesso a beni e servizi materiali e culturali,
ecc.) per raggiungere quegli obiettivi. Alcuni gruppi avevano reagito
alla propria "incapacità" con la passività,
l'assenteismo sul posto di lavoro, l'alcoolismo, la criminalità
e, talvolta, con il distacco dagli stessi fini e valori del socialismo.
Altri, ancora, avevano sviluppato la c.d. "seconda economia"
(nel 1985, secondo i dati delle "Izvestija", erano coinvolti
circa 20 milioni di persone), che era un modo per procacciarsi beni
e servizi altrimenti introvabili sul mercato ufficiale.
Un luogo comune che va immediatamente sfatato è che, in Unione
Sovietica, tutti i gruppi di popolazione possedevano i mezzi per
acquistare beni di consumo e servizi che la produzione statale non
era in grado di offrire, o che assicurava a livelli quali-quantitativi
assai scadenti. Se ciò fosse stato vero, sarebbe stato sufficiente
intensificare la produzione della sfera c.d. "improduttiva"
dei beni di consumo, modificare la normativa relativa alla produttività
del lavoro e risolvere le carenze croniche della rete commerciale
distributiva. Ma il fenomeno in questione, che colpiva per le sue
straordinarie dimensioni, non poteva essere considerato solo dal
punto di vista della carenza di beni e servizi. Questo approccio
partiva, infatti, dal presupposto di un raggiunto benessere medio
di vita della popolazione totale tale per cui non esistendo più,
in Urss, sostanziali ineguaglianze tra i vari gruppi sociali, sarebbe
bastata una politica economica volta a dare priorità ad alcuni
settori produttivi piuttosto che ad altri. Il fenomeno era evidentemente
più complesso. Intanto, le opportunità di vita di
gran parte dei cittadini erano insufficienti rispetto alle nuove
aspettative sociali (per altro sostenute ed incentivate dal sistema
sovietico). Avere un certo tipo di alloggio, un certo livello di
vita culturale ed anche alcuni generi di beni durevoli non era ritenuto
un comportamento antisocialista. Ma per una parte consistente della
popolazione questi obiettivi erano ancora irraggiungibili. Molte
donne, che vivevano in campagna, lavoravano per arrotondare il salario
del coniuge, operaio di un sovchoz; molti pensionati lavoravano
per sopperire alla bassa pensione, molti altri, ancora, svolgevano
il doppio, triplo lavoro per guadagnare di più ed acquistare
beni e servizi altrimenti inaccessibili (es: i giovani operai non
qualificati dell'industria statale).
Dietro la facciata della politica ugualitaria nel campo delle retribuzioni
(uravnilovka), vi erano innumerevoli indicatori a sostegno dell'aumento
delle differenze di reddito reale e delle diversità del tenore
di vita, le cui cause erano diverse e che affondavano in parte le
loro radici nella persistente divisione sociale del lavoro, nella
politica clientelare e corrotta della distribuzione dei "privilegi",
nell'autoperpetuazione della classe intellettuale e di potere, nelle
differenze culturali e territoriali (fra città e campagna),
nell'accesso disuguale agli istituti d'istruzione, e così
via (con ciò non si vuole comunque negare che dalla fine
degli anni '50 fino ai primi anni '70 la politica dei salari fu
caratterizzata da ripetuti aumenti dei livelli minimi, da una riduzione
del rapporto tra paghe massime e minime, e da un livello sostanzialmente
stabile delle retribuzioni dei lavoratori che percepivano i compensi
più elevati). Il sociologo Il'inskij aveva denunciato la
posizione di privilegio di quei giovani, i cui genitori avevano
incarichi di prestigio: "É anche chiaro che la possibilità
che alcuni giovani hanno di ottenere fondi addizionali e vantaggi
sociali, sfruttando la carriera dei loro genitori, solleva sentimenti
di protesta sociale e deteriora l'atmosfera morale e psicologica
fra la gioventù e la società nel suo complesso"(14)
. A. Voloin, un lettore della rivista "Kommunist",
aveva inviato nel 1987 alla redazione una lettera molto significativa
riguardo al persistere di alcune forme d'ingiustizia sociale. Egli
scriveva: "La vita ha dimostrato che pagare in maniera differenziata
sulla base del contenuto e della natura del lavoro, è possibile
solo quando siano garantite a tutti uguali possibilità nell'accesso
all'istruzione e alla professione. Questa logica richiede di creare
dapprima le condizioni oggettive e, solo dopo, passare alla distribuzione
basata sul principio della remunerazione proporzionata al risultato
del lavoro. Oggi noi possiamo dire che la base fondamentale di ciò
è stata gettata, sebbene, osserviamo che ancora in diverse
regioni del paese e in diversi insediamenti sia di tipo urbano che
rurale, le opportunità di sviluppo materiale e spirituale
delle persone non sono uguali. Il lavoro da fare in questa direzione
è ancora molto" (15).
Sulla divisione sociale del lavoro, molti erano stati i contributi
degli scienziati sociali negli anni della perestrojka. Il punto
di partenza di questi contributi, che avevano più o meno
lo stesso approccio interpretativo, consisteva nella notazione che
nella struttura sociale della società sovietica, accanto
alle differenze riconducibili alle diverse forme di proprietà
socialista, acquistavano importanza essenziale le differenze socio-occupazionali
fondate sulle peculiarità della divisione socio-economica
del lavoro. La "qualità" del lavoro diventava la
radice fondamentale della differenziazione sociale. Essa era concepita
come un fattore che variava lungo un "continuum" manuale/mentale
con differenti gradazioni, anche a seconda della complessità
del lavoro e della misura in cui esso richiedeva capacità
d'iniziativa di tipo manageriale o l'esecuzione di compiti prefissati.
I contributi individuali allo sviluppo economico e culturale della
società sovietica erano diversi, ed erano sempre meno condizionati
dal rapporto delle persone rispetto alle forme canoniche di proprietà.
Il meccanismo sovietico dell'economia non permetteva ancora una
suddivisione ugualitaria o una rotazione delle varie mansioni tra
i lavoratori. Era necessario fissare per gli individui - e spesso
per lunghi periodi di tempo - specifiche mansioni lavorative di
diversa importanza per la società. Ecco, dunque, che la divisione
del lavoro tra funzioni intellettuali e manuali, complesse e ordinarie,
direzionali e subalterne, si traduceva nella suddivisione della
società in differenti gruppi economico-sociali, che conservavano
incarichi e responsabilità pressoché inalterati durante
tutto l'arco della propria vita lavorativa, e che contribuiva in
modo diseguale alla crescita economica e culturale della società.
L'arretratezza del meccanismo della produzione comportava un numero
limitato di posizioni di lavoro tali da richiedere l'utilizzo di
elevate capacità intellettuali e manuali.
Le ineguaglianze retributive non derivavano principalmente dai diversi
livelli dell'impegno individuale nel lavoro, dell'impegno ideologico,
e neppure dei talenti naturali dei singoli. Non erano, cioè,
semplicemente lo specchio dei differenti meriti. Esse erano il portato
di una struttura sociale, le cui caratteristiche principali erano
determinate in larga misura dalla struttura dei processi produttivi.
La società riproduceva l'ineguaglianza sociale ed economica
del capitalismo, in quanto la necessità pressante di una
crescita economica ininterrotta richiedeva il permanere di una divisione
sociale del lavoro. Questo era uno degli aspetti dell'immaturità
del socialismo sviluppato di tipo sovietico degli anni '70 e '80.
La differenza, in confronto con il sistema capitalistico, era che
le ineguaglianze (almeno quelle di carattere economico) erano stabilite
mediante decisioni prese a livello politico. Qualunque fosse stata
la valutazione dal punto di vista della società dei diversi
contributi portati dai vari gruppi socio-occupazionali, la struttura
effettiva del ventaglio dei redditi era frutto delle decisioni delle
autorità politiche e statali. Come avveniva, ad opera delle
autorità, la traduzione (in termini di redditi differenziati)
dei relativi "contributi" allo sviluppo economico dati,
per esempio, dagli agricoltori delle aziende collettive, dai quadri
dell'industria o dai lavoratori delle imprese di beni d'investimento
o beni di consumo? Non era forse vero che la valutazione di tali
"contributi" rispecchiava le priorità economiche
stabilite da quegli stessi enti che fissavano i livelli di reddito?
E in base a quali criteri i capi di tali enti, nella loro veste
di specialisti del "management sociale" misuravano il
proprio contributo (e quindi i propri livelli di reddito)? Le polarità
fondamentali, nell'ambito della struttura sociale, tra quanti controllavano
e consumavano il "surplus" economico prodotto dalla società
e quanti lo generavano rimanevano celate.
Per Jakovlev il socialismo sviluppato di tipo sovietico non aveva
soppresso la divisione tra lavoro "astratto" e lavoro
"concreto". Era stato, però, introdotto nella coscienza
e nella pratica il seguente postulato: "l'assenza della proprietà
privata e persino semplicemente il piano statale fanno si che ogni
lavoro sia direttamente sociale e indispensabile". Ma questo
dogma aveva legittimato il lavoro utile e dannoso, il lavoro impeccabile
e abborracciato, il lavoro necessario e superfluo. É evidente
che dietro a quel dogma operava in realtà l'incapacità
del sistema politico ed economico di costruire un regime del lavoro
ottimale, dovuta al degrado materiale e morale della posizione che
aveva assunto il lavoro nelle particolari condizioni sovietiche
di arretratezza tecnologico-scientifica. Nel contempo, il lavoro
era stato diviso in lavoro produttivo nella sfera materiale e in
lavoro improduttivo nelle altre sfere. Di qui il principio residuale
applicato agli investimenti nelle infrastrutture sociali, la tecnocrazia,
la sottovalutazione del fattore umano. Di qui, inoltre, l'umiliazione
dello status sociale del sapere e dell'autentica professionalità.
Nel suo saggio "Zanjatost': deficit ili izbytok?", il
sociologo Vladimir Kostakov aveva sostenuto che l'assenza di un
regime ottimale del lavoro dipendeva sostanzialmente da una situazione
di arretratezza economica e tecnico-scientifica del paese e di scarso
sviluppo delle sue forze produttive. Tale situazione aveva condotto
alla creazione artificiale di posti di lavoro, che erano evidentemente
superflui. Ecco perché il principio fondamentale del socialismo
"da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo
il suo lavoro", non trovava applicazione: "Molti lavoratori
in eccedenza sono impiegati nell'economia, a causa dell'operazione
irregolare delle imprese. Per operazione irregolare s'intende che
molte imprese industriali ed edili devono mantenere una riserva
di manodopera da utilizzare allo scopo di raggiungere pienamente
gli obiettivi prefissati dal piano, una riserva che non sarebbe
necessaria se la produzione ed il sistema del supporto tecnico e
materiale fossero ben organizzati. I lavoratori superflui esistono
anche nel settore dell'agricoltura per la presenza del lavoro stagionale.
Devono essere create le condizioni per una combinazione razionale
del lavoro agricolo e di altri tipi di lavoro. Mantenere nell'economia
un esercito di lavoratori superflui significa avere una bassa qualità
della produzione. Il numero crescente di lavoratori in eccedenza
nell'economia è sostanzialmente il motivo della bassa produttività
del lavoro"(16) .
Kostakov sosteneva, inoltre, che era sempre stato divulgato il principio
del "pieno impiego" nel socialismo: nella società
socialista il mezzo fondamentale di sostentamento dell'individuo
era il lavoro. Dunque, era necessario garantire a tutti un'occupazione.
Ma un conto, precisava l'autore, era sostenere il "pieno impiego",
altro era, invece, praticare l'impiego "diffuso" (od "esteso").
Kostakov concludeva che la politica del posto di lavoro "a
tutti i costi" era ideologicamente difesa con il principio
del "pieno impiego" nel socialismo. Tuttavia, tale politica
nascondeva, in realtà, l'impossibilità d'impiegare
in modo razionale ed efficace la forza lavoro e, di conseguenza,
la necessità di mantenere ancora un numero elevato di posti
di lavoro a bassi livelli di capacità intellettuale e manuale.
Quanto è stato sinora detto testimonia della disuguaglianza
economica e sociale in Urss, che non era tuttavia soltanto il portato
dell'economia sommersa o del ladrocinio di burocrati e funzionari
corrotti, ma era anche il prodotto dello stesso meccanismo imperfetto
del sistema economico sovietico e dell'organizzazione politica e
sociale della società. L'economia ombra non procurava a una
fetta di popolazione solo beni e servizi irreperibili sul mercato
ufficiale ma forniva, seppure in modo illegale, i mezzi necessari
per sostenere un certo tenore di vita, misurato beninteso non solo
in termini di benessere materiale, ma anche in termini di qualità
della vita, di cui già godevano alcuni gruppi privilegiati
di popolazione senza dover ricorrere al mercato nero. Lo sviluppo
notevole dell'economia sommersa aveva, a sua volta, innescato ulteriori
processi di forte discriminazione economica e sociale. Chi accedeva
al mercato nero poteva guadagnare così bene da procurarsi
beni e servizi "privati" a prezzi esorbitanti. Si era
creata una sorta di "concorrenza" tra beni e servizi pubblici
e beni e servizi disponibili sul mercato nero, con un divario di
prezzo tale per cui gli strati più poveri della popolazione
(la maggior parte dei cittadini sovietici) si dovevano accontentare
di quel poco e di bassa qualità che offriva la produzione
statale, e quelli che si erano arricchiti con il mercato nero potevano
accedere all'acquisto di beni e servizi privati. I ceti tradizionalmente
ricchi e privilegiati della popolazione potevano reperire gli stessi
beni e servizi in speciali magazzini e agenzie statali (il cui accesso
era limitato ad alcune categorie di lavoratori: ministeriali, giornalisti,
politici). Potremmo paradossalmente dire che come esisteva una "prima"
ed una "seconda" economia, così pure esisteva una
"prima" disuguaglianza economica e sociale (connessa alla
"prima" economia) ed una "seconda" disuguaglianza
(connessa alla "seconda" economia), con la nota che quest'ultima
era già l'effetto della "prima" disuguaglianza.
Per gli economisti Rakitskij e ochin, uno dei compiti del
socialismo sviluppato doveva essere quello del graduale avvicinamento
dei redditi reali delle classi, degli strati e dei gruppi sociali.
Ciò avrebbe consentito la "materializzazione" della
giustizia sociale. Per ottenere un'equa distribuzione della ricchezza
nel socialismo era però necessario soddisfare almeno tre
condizioni: 1) la distribuzione doveva essere compiuta solo tra
famiglie che lavoravano; 2) l'accostamento dei livelli dei redditi
reali delle famiglie che appartenevano ai diversi gruppi, strati
e classi sociali doveva essere costante; 3) ad ogni famiglia doveva
essere garantita la crescita ininterrotta del reddito reale per
la regolare partecipazione dei suoi membri, idonei al lavoro, alla
produzione sociale. Un altro compito che si poneva alla società
socialista sviluppata era quello dello sviluppo materiale e spirituale
dell'uomo tramite il "lavoro". Il lavoro non doveva essere
solo la fonte principale di sostentamento dell'individuo, ma anche
un forte stimolo per la sua crescita culturale e sociale. Per la
concretizza±ione di questo obiettivo era necessaria la giusta
corrispondenza dei "mezzi" e dei "fini", vale
a dire il poter disporre di mezzi (leciti) da usare per il raggiungimento
degli obiettivi prefissati, che richiedeva, a sua volta, la creazione
di condizioni di pari opportunità nell'ambito del lavoro
per tutti i gruppi socio-occupazionali. Ciò avrebbe consentito
l'attuazione della piena giustizia sociale: "Il principio della
giustizia sociale, nel campo del lavoro, non è altro che
la misura storico-concreta della corrispondenza dei mezzi con i
fini"(17) .
Gli economisti Rakitskij e ochin individuavano, infine, l'origine
dell'ineguaglianza, nel socialismo di tipo sovietico, attraverso
l'analisi di due tipologie di contraddizioni basilari specifiche
della società socialista (cioè non ereditate, ma sorte
con essa). La prima tipologia comprendeva tutte quelle contraddizioni
che si addensavano nel problema del diseguale andamento dello sviluppo
della produzione economica e sociale da un lato, e del soddisfacimento
della domanda popolare di consumo dall'altro (era il tema permanente
della mancanza di armonia tra razionalità in se' delle forze
produttive, crescita dei bisogni materiali e spirituali, contenuti
del lavoro, distribuzione del reddito, ecc.). La seconda tipologia
raccoglieva le contraddizioni che venivano definite "temporanee"
e riassumibili nel dislivello esistente tra le gigantesche potenzialità
del sistema socialista sovietico e il livello del loro reale utilizzo.
Pur negando il carattere strutturale della contraddizione (cioè
il suo implicare i rapporti di produzione e le leggi intrinseche
del sistema), l'applicazione di questo schema all'interpretazione
della disuguaglianza in Urss e, in particolare, il tentativo di
trovare delle cause non "congiunturali" ai meccanismi
profondi e lontani della disuguaglianza economica e sociale, aprivano
una fase di più esplicita autoanalisi critica, fuori dalla
solita ossessione apologetica di far sempre quadrare i conti tra
realtà e canoni.
Ma certamente colui che aveva spinto le sue analisi delle contraddizioni
oltre ogni limite "pensabile" (nemmeno Z.A. Stepanjan,
il pioniere della questione delle contraddizioni nel socialismo,
si era mai spinto così oltre nella sua analisi) era Butenko,
il quale riteneva che il socialismo, nonostante la sua rivoluzione
dei rapporti di produzione e di potere, non fosse affatto "immune"
dal rischio storico di una crisi sistemica. All'origine dell'ineguaglianza
economica e sociale vi era la contraddizione fondamentale del socialismo
sovietico, che era data dallo sviluppo progressivo delle forze produttive
ed il sistema reale dei rapporti di produzione (la particolare correlazione
delle varie forme di proprietà socialista; il meccanismo
del sistema economico concreto incluse tutte le sue forme di ripartizione,
di scambio e di consumo; i metodi della pianificazione, della gestione
e dell'incentivazione al lavoro, etc.). Lo sviluppo delle forze
produttive richiedeva un radicale miglioramento del sistema dei
rapporti di produzione e dell'insieme dei rapporti sociali. La necessità
di perfezionare l'organizzazione politica della società ed
il suo sistema economico partiva dal carattere dinamico dei bisogni
e degli interessi della popolazione, dall'aumento del livello d'istruzione,
cultura e coscienza politica di quest'ultima, ed anche dal cambiamento
della situazione nazionale ed estera. I rapporti di produzione costituivano
ormai un "freno" all'ulteriore sviluppo delle forze produttive.
La produzione economica sociale non era in grado di soddisfare i
bisogni, e ciò determinava la collisione tra l'interesse
individuale e quello sociale. La crescita lenta della produzione,
della scienza e della tecnologia era la causa prima del permanere,
nella società sovietica, di forme di lavoro "primitive",
che accentuavano la contraddizione tra i livelli d'istruzione raggiunti
e le nuove possibilità ed aspirazioni dei lavoratori, e certe
forme "arcaiche" di lavoro.
Inoltre, l'origine della discrepanza tra forze produttive e rapporti
di produzione andava pure ricercata nella comprensione "volgare"
dell'interazione, o dialettica, delle forze produttive e dei rapporti
di produzione, secondo cui le forze produttive si sarebbero automaticamente
evolute con il graduale perfezionamento dei rapporti di produzione.
I filosofi e gli economisti si erano convinti che, nel passaggio
dal capitalismo al comunismo, i rapporti di produzione avrebbero
dovuto subire cambiamenti qualitativi progressivi: la proprietà
capitalistica privata si sarebbe trasformata in proprietà
dello Stato e la piccola proprietà privata dei contadini
in proprietà collettiva. Con il consolidarsi del socialismo,
e quindi del raggiungimento di un livello di sviluppo sufficientemente
elevato delle forze produttive, sarebbe avvenuta la fusione delle
due forme di proprietà socialista in una sola: la proprietà
comunista. Questo approccio schematico e meccanicistico si era rivelato
nel tempo sbagliato. Esso considerava la statalizzazione e la cooperazione
dei mezzi di produzione forme sufficienti a creare nuovi rapporti
di produzione tali da trovarsi già ad un livello di sviluppo
superiore rispetto a quello delle forze produttive. Tali filosofi
ed economisti si sarebbero poi richiamati alla nota tesi di Marx,
secondo cui "i rapporti di produzione non possono oltrepassare
di molto il livello di sviluppo delle forze produttive".
La base teorica errata di questa interpretazione stava nell'avere
confuso la socializzazione reale dei mezzi di produzione con la
sua socializzazione giuridica formale, anche se quest'ultima (con
la statalizzazione e la collettivizzazione) aveva, in effetti, liquidato
la proprietà capitalistica privata e la piccola proprietà
contadina, creando, nel contempo, le premesse per la nascita di
nuovi rapporti di produzione. Questi nuovi rapporti sono stati a
loro volta condizionati dal carattere e dal livello reale di sviluppo
delle forze produttive, dallo stato della produzione e dai mezzi
del lavoro esistenti. Una sola possibilità si offriva all'Urss
con un livello di sviluppo delle sue forze produttive effettivamente
basso e dove ancora predominava il lavoro manuale: imboccare la
via dello "sviluppo estensivo", che implicava la creazione
di tutto un complesso di rapporti di produzione reali, di un meccanismo
di gestione e di pianificazione adeguati a quell'unica possibilità.
Alla fine, ne è risultato un sistema economico segnato da
una spesa eccessiva e basato su indicatori di crescita quantitativi
e rozzi. In queste condizioni, "il lavoro vivo è rimasto
subordinato al lavoro morto, si sono conservate le forme di divisione
sociale del lavoro e la differenza tra lavoro intellettuale e manuale,
le funzioni dell'organizzazione e del controllo della produzione
sono rimaste nelle mani dei gestori diretti della ricchezza (ministri,
direttori d'impresa, ecc.) e, dunque, l'appropriazione reale dei
mezzi di produzione da parte dei lavoratori deve ancora realizzarsi"(18)
.
Da quando Gorbacëv era diventato Segretario Generale del Comitato
Centrale del Pcus, i sistemi legale, economico e politico del paese
erano stati esposti a dura critica e ad analisi profonda per individuare
opportune soluzioni di riforma. I principali problemi, con i quali
il Segretario si era dovuto confrontare, erano l'obsolescenza tecnica
e scientifica nell'industria, la bassa produttività del lavoro,
la qualità scadente della produzione nella manifattura e
agricoltura, la burocrazia inefficiente e corrotta dell'amministrazione
dello Stato, dell'impresa e dell'apparato di partito.
Preso atto della gravità di questi problemi, il Soviet Supremo
emanava quasi subito dei provvedimenti con i quali venivano introdotte
nuove condizioni di management in favore di un allentamento della
presa burocratica sull'economia e sulla società sovietica
in generale, mentre la pubblica amministrazione era sottoposta ad
un grado più elevato di democratizzazione e di regolamentazione
giuridica, prevedendo l'estensione e il perfezionamento del sistema
sul controllo dell'azione amministrativa dei funzionari pubblici.
Una legge (19)determinava gli atti amministrativi ritenuti illeciti
(che danneggiavano o che contrastavano con i diritti dei cittadini)
e che erano suscettibili di denuncia penale e/o civile. Con la riforma
delle procedure amministrative per la difesa e la garanzia dei diritti
civili e soggettivi veniva superato il sistema informale di difesa
epistolare del cittadino, che gli permetteva di denunciare alla
stampa eventuali soprusi od ingiustizie. Un'altra serie di riforme
comprendeva la revisione di alcuni principi legislativi e delle
procedure legali: riforma costituzionale, ruolo della legge in Urss
e della Procura, riassetto dei tribunali che doveva, innanzitutto,
assicurare la legalità dell'azione amministrativa e/o penale.
Il senso di tutti questi provvedimenti stava nel bisogno del partito
di rimuovere gli intralci peggiori dell'economia sovietica ormai
stagnante, di sottoporre la res publica ad un controllo più
incisivo e nel desiderio di dare maggiore credibilità allo
Stato. In questo clima, era stata anche riesumata la teoria fondamentale
della democrazia partecipatoria, che ispirava tutta la dottrina
costituzionale ufficiale, per indebolire le resistenze di amministratori
e funzionari e dare, di conseguenza, maggiore impulso alle riforme.
Questa teoria veniva espressa attraverso l'incoraggiamento delle
elezioni "contestate" nel partito, nei soviet e nei posti
direttivi, e tramite la discussione aperta e franca sulle disfunzioni
e i difetti del sistema. Il criticismo costruttivo era sostenuto
e favorito dalla leadership del partito, per sensibilizzare e trovare
consenso tra la popolazione sul tema delle riforme, senza tuttavia
mettere in discussione i principi marxisti leninisti cui s'ispiravano
le stesse riforme. Le riforme di Gorbacëv andarono ben oltre.
Con l'intento di fornire nuovi impulsi alla crescita, egli cacciò,
nei suoi primi dodici mesi di mandato, 46 dirigenti regionali su
156; il 50% dei ministri del governo e dei presidenti di organismi
statali e il 30% dei segretari di partito furono rimossi. Circa
duecentomila funzionari furono licenziati. In confronto con il numero
totale dei burocrati di partito e statali (19 milioni), questa era
una cifra insignificante, eppure provocò un'aspra resistenza
da parte dei settori privilegiati della burocrazia.
La prima fase della campagna di riforma, com'è noto, si era
focalizzata sulla glasnost' (trasparenza), e mirava ad evidenziare
il gap esistente fra i miti del sistema e i suoi reali difetti.
In questa fase della campagna, i mass-media avevano giocato un ruolo
preponderante nella guida del dibattito. La seconda fase della campagna
si era invece concentrata sulla perestrojka, cioè sull'implementazione
e realizzazione delle riforme. Il nuovo approccio ai problemi aveva,
tuttavia, radici lontane. La dirigenza del partito, già dalla
metà degli anni sessanta, si era posta il problema di una
politica della trasparenza, che facesse emergere i limiti più
macroscopici del sistema. Di quel periodo era stata la discussione
accesa attorno all'uso delle elezioni "contestate" come
mezzo fondamentale per scalzare la burocrazia. Erano stati, inoltre,
fatti dei tentativi per migliorare lo stato dell'industria con l'introduzione
del "contratto" e la riduzione dei particolarismi burocratici
del piano. Il riconoscimento della necessità di una riforma
di vasta portata e i tipi di provvedimenti suggeriti non erano,
dunque, affatto nuovi. Nuovo era, invece, il realismo con cui si
cercava di affrontare il problema nodale del "fattore umano"
e dell'esistenza delle contraddizioni degli interessi nella società
sovietica.
Una delle più importanti riforme politiche, della fine degli
anni ottanta, era stata quella che aveva puntato sulla separazione
tra lo Stato e le organizzazioni sociali. Alla XIX Conferenza del
partito comunista (luglio 1988), veniva deciso di ridurre il ruolo
del partito nell'amministrazione dello Stato, e di aumentare quello
dei soviet. In quell'assise era stata posta molta enfasi sulla partecipazione
popolare alle decisioni politiche, con lo scopo di controbilanciare
lo "strapotere" del partito. Il perno su cui ruotavano
principalmente le riforme politiche riguardava il processo di democratizzazione
e di partecipazione popolare alle decisioni fondamentali del paese,
in conformità con il dettato costituzionale sancito dall'art.
48: "I cittadini dell'Urss hanno diritto di partecipare all'amministrazione
degli affari statali e sociali, alla discussione e all'approvazione
delle leggi e delle discussioni d'importanza nazionale e locale.
Questo diritto è assicurato dalla possibilità di eleggere
e di essere eletti ai Soviet dei deputati popolari e ad altri organi
elettivi dello Stato, di partecipare alle discussioni e alle votazioni
di tutto il popolo, al controllo popolare, al lavoro degli organi
statali, delle organizzazioni sociali e degli organi di iniziativa
sociale, alle assemblee dei collettivi di lavoro e nei luoghi di
residenza".
Accanto alle riforme politiche erano state avviate anche riforme
economiche. Queste riguardavano l'introduzione dell'autofinanziamento
e dell'autogestione nelle imprese e di un sistema articolato d'incentivazione
materiale e morale per aumentare la produttività del lavoro.
In più, veniva introdotta la possibilità di un certo
margine di attività privata, che si esplicava con il lavoro
individuale (autonomo)(20) o per piccoli gruppi (lavoro d'appalto) sottoposti,
comunque, entrambi a precise condizioni e vincoli. Ampio spazio
veniva dato alla costituzione di piccole cooperative o di collettivi
agricoli a conduzione familiare(21) . Altre riforme includevano il diritto
delle imprese di trattare direttamente con l'estero. A tale scopo,
veniva incoraggiata la costituzione d'imprese miste con le compagnie
occidentali, a patto però che il 51% delle azioni fosse riservato
ai partner sovietici. Altro punto centrale della riforma economica
era la trasformazione della gestione dell'impresa, vale a dire il
passaggio da un sistema di gestione "amministrativo" ad
uno "economico". Questa trasformazione si proponeva di
ridurre l'eccessiva regolamentazione amministrativa, dando maggiore
spazio alle imprese, alle associazioni e ai collettivi di lavoro,
e di rimuovere la pratica diffusa dei cittadini di arricchirsi tramite
redditi illegali o da non lavoro.
Gorbacëv, e altri leader di partito, avevano posto l'accento
sul carattere "rivoluzionario" delle riforme. Cambiavano
alla radice le strutture politiche, economiche e sociali. Aveva
luogo una ridistribuzione del potere e delle libertà, dei
diritti e dei doveri fra le classi, i gruppi e gli strati sociali
della popolazione. Due erano le questioni che la grande portata
teorica e pratica delle riforme sollecitava: 1) quali indirizzi
perseguivano le riforme, e in nome di quali gruppi d'interesse venivano
realizzate? 2) quali erano le potenziali vie di sviluppo che le
riforme aprivano nella società?
A proposito della prima domanda, la sociologa Zaslavskaja aveva
subito chiarito che le riforme non dovevano essere interpretate
come un'occasione per far emergere lo scontro sociale latente. Esse
non avrebbero dovuto fomentare la lotta "antagonistica"
degli operai e dei contadini contro i lavoratori dell'apparato di
partito, dell'amministrazione statale o del commercio e dei servizi
alla popolazione. Le riforme si dovevano distinguere come una rivoluzione
radicale democratica promossa dalle forze "sane" della
società civile (i dirigenti politici ed economici d'impresa
dalle tendenze progressiste, gli operai d'avanguardia e i contadini
intraprendenti, l'intellighenzia socio-umanistica) e avversata dalle
forze "reazionarie" (i lavoratori corrotti dell'apparato
di partito e dell'amministrazione statale, una parte dell'intellighenzia
socio-umanistica, i lavoratori responsabili del commercio e dei
servizi e, infine, i rappresentanti della criminalità organizzata)(22)
.
Per quanto riguardava la seconda domanda, la sociologa aveva individuato
due possibili vie di sviluppo: 1) quella radicale democratica; 2)
quella liberale conservatrice. Sottolineava, da subito, l'insidiosità
della via liberale conservatrice, poiché se la liberalizzazione
presupponeva un processo di apertura e di abbattimento delle rigidità
del sistema, per contro questa soluzione non avrebbe favorito (anzi,
avrebbe ostacolato) la ridistribuzione del potere e delle libertà,
dei diritti e dei doveri dei cittadini, e si sarebbe principalmente
connotata per la conservazione o l'introduzione di nuovi privilegi
di classe o di gruppo a scapito di altri. Questa via di sviluppo
avrebbe sicuramente aperto le porte ad un capitalismo alla russa
(peggiore di quello occidentale perché avrebbe risentito
dell'arretratezza economica e sociale del paese). Il risultato sarebbe
stato il ritorno dell'Urss al periodo in cui dominava una sorta
di capitalismo parassitario per opera dei kulaki. Al contrario,
la via radicale democratica si sarebbe battuta per la ridistribuzione
equa della ricchezza tra i diversi gruppi/strati sociali. Avrebbe,
inoltre, condotto alla revisione totale del modo di gestire il potere
e l'informazione, alla creazione di strutture autonome di gestione
e alla reale partecipazione popolare alle scelte fondamentali del
paese.
Il destino del popolo russo dipendeva dalla via di sviluppo che
sarebbe prevalsa. Se fosse stata vincente la via radicale democratica,
allora dopo il miracolo cinese e giapponese si sarebbe assistito
al miracolo sovietico. Da paese arretrato l'Unione Sovietica si
sarebbe trasformata in uno Stato potente, moderno, dinamico e concorrente
con gli altri paesi. Viceversa, se fosse passata la linea conservatrice
liberale, il paese avrebbe perso la sua posizione di prestigio internazionale,
si sarebbe trovato isolato dal resto del mondo e, cosa ancor più
grave, la strada imboccata avrebbe assunto un carattere irreversibile.
Un'altra questione che era stata posta in quegli anni era quella
di capire quale sarebbe stato il prezzo sociale che la società
sovietica avrebbe dovuto pagare nel corso del cambiamento. Era possibile
immaginare una trasformazione di portata "rivoluzionaria",
senza innescare alcun antagonismo? Essa implicava necessariamente
la modifica relativa e assoluta delle condizioni dei gruppi/strati
sociali e, quindi, la loro lotta per la difesa degli interessi particolari.
Ecco perché, secondo la Zaslavskaja, la strategia della gestione
sociale aveva, tra i suoi compiti prioritari, quella di ridurre
al minimo i conflitti e le tensioni, per diminuire il prezzo sociale
da pagare. Bisognava puntare, nei limiti del possibile, a creare
condizioni di accordo sociale. Ciò non significava, dal punto
di vista della sociologa, approdare ad un compromesso tra i diversi
interessi, ma piuttosto impegnarsi per far prevalere gli interessi
"sani" su quelli "insani", e ciò comportava
per alcuni soggetti un guadagno e per altri una perdita. Il compromesso
degli interessi avrebbe danneggiato e frenato il processo della
riforma globale. La perestrojka innescava il conflitto. Ciò
era inevitabile. I leader del partito dovevano essere pronti a fronteggiare
la disputa e la diatriba degli interessi che la riforma sollevava
e guidare il nuovo corso nella direzione voluta, possibilmente con
le minime perdite e lesioni sociali.
| * La Giustizia Sociale (o Socialista) |
La Zaslavskaja suggeriva alcune regole fondamentali, affinché
fosse eliminato lo squilibrio presente tra fini e strumenti e, di
conseguenza, corretta una delle più evidenti ingiustizie
caratterizzata appunto dalla diseguale ripartizione dei beni materiali
e culturali tra la popolazione. La materializzazione concreta di
questa politica era costituita da un programma complesso che poteva
essere distinto in minimo e massimo. L'obiettivo dell'integrazione
tra valori finali e strumentali ricadeva nel programma massimo,
e sarebbe stato raggiunto una volta che tutti i gruppi di popolazione
avessero ottenuto parità di condizioni e pari opportunità
sia nell'uso degli strumenti sia nel raggiungimento dei fini. Nelle
risoluzioni sul Piano di sviluppo economico e sociale dell'Urss
per il 1986-2000 si era posta grande attenzione al tema dell'educazione
della nuova generazione, al rafforzamento della base tecnica materiale
dell'istruzione scolastica e professionale, al perfezionamento dell'orientamento
professionale degli studenti. Erano previste importanti trasformazioni
riguardanti le condizioni, la natura e il contenuto del lavoro.
Si prevedeva il superamento delle sproporzioni più evidenti
nella remunerazione delle diverse categorie di lavoratori, e si
attribuiva importanza rilevante al perfezionamento del meccanismo
di circolazione dei beni di consumo e dei servizi.
Accanto a questo che era il programma massimo, ve n'era uno minimo.
Il programma minimo della giustizia sociale (o socialista) poneva
tra i suoi compiti fondamentali: 1) la soppressione dei fenomeni
più gravi generati dall'economia ombra (tenevaja ekonomika):
corruzione, prevaricazione dell'interesse individuale su quello
collettivo, redditi da non lavoro e illegali, rete di legami tra
affaristi sommersi e funzionari corrotti dell'apparato statale;
2) il controllo dei redditi dei gruppi occupati prevalentemente
nel lavoro individuale, prevedendo a partire da una base determinata
di reddito la possibilità dell'obbligo di un'imposta progressiva.
Una differenza troppo forte per unità di lavoro, rispetto
alla produzione sociale, poteva portare alla formazione di un ceto
al quale sarebbe andata una quota della ricchezza sociale troppo
elevata rispetto alla restante massa di lavoratori. Gli interventi
individuati per l'attuazione del programma minimo erano principalmente
di natura correttiva, e se non portavano immediatamente ad eliminare
le cause di fondo dell'ingiustizia sociale erano almeno utili per
contenere alcune palesi ineguaglianze.
Parallelamente operava una linea strategica (riferita al programma
massimo), che aveva essenzialmente lo scopo di: 1) rielaborare gli
attuali meccanismi di pianificazione e gestione dell'economia; 2)
superare gradualmente la divisione sociale del lavoro, che stava
alla base delle ineguaglianze nei redditi, nei livelli culturali
e nel prestigio sociale; 3) eliminare la differenza tra lavoro intellettuale
e manuale; 4) omogeneizzare le possibilità di partenza per
dare pari opportunità di sviluppo delle capacità e
dei talenti dei vari gruppi sociali, che vivevano in regioni diverse
del paese, in città o in campagna. L'avvio di questa politica
avrebbe, in definitiva, permesso la coerente attuazione del principio
"da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo
il suo lavoro".
In Urss, il problema dell'amministrazione dello Stato e delle sue
articolazioni territoriali, dalla fine degli anni trenta sino ai
primi anni sessanta, era stato affrontato soprattutto da giuristi
e specialisti del diritto amministrativo. Tuttavia, la riconsiderazione
del "fattore umano" nel sistema politico ed economico
richiedeva l'adozione di un approccio multi-disciplinare, in grado
di tenere conto della storia e dell'economia politica, della filosofia,
della sociologia e psicologia sociale. Sulla base di questo approccio,
a partire dalla rivoluzione d'Ottobre, la pianificazione scientifica
centralizzata era stata la caratteristica fondamentale del sistema
sovietico. La teoria, che giustificava ideologicamente la scelta
del piano, partiva dal presupposto che i lavoratori, sostenuti dal
clima inebriante della rivoluzione, non fossero guidati nell'economia,
nel sociale e nella politica da interessi personali, bensì
da interessi generali. Tuttavia, per una serie di motivi, l'entusiasmo
collettivo era stato nel tempo smorzato dall'eccessiva centralizzazione
e rigidità del metodo "amministrativo" di pianificazione,
che aveva eluso i problemi emersi nel frattempo della contraddizione
degli interessi, della democrazia imperfetta e dell'assenza della
partecipazione popolare alle decisioni. In sostanza, la leva del
"fattore umano" nell'amministrazione dello Stato, della
politica e dell'impresa era stata completamente trascurata. Il riconoscimento
del "fattore umano" trovava la sua giustificazione più
importante nel fatto che la società socialista sviluppata
non aveva soppresso le contraddizioni degli interessi (inclusi i
bisogni) dei differenti gruppi sociali. Queste contraddizioni erano
finalmente accettate, ed anzi per alcuni erano considerate la molla
decisiva della dinamicità e della rigenerazione del sistema,
della possibilità dell'affermarsi della creatività
e del progresso futuro. Erano, insomma, una ricchezza.
La pianificazione statale centralizzata non poteva funzionare se
mancava l'interesse e il coinvolgimento popolare nelle decisioni,
così come la legge era inefficace se i cittadini non fossero
stati motivati a rispettarla e applicarla. Molti provvedimenti erano
diretti a superare il problema della mancanza dell'impegno dei lavoratori,
con l'aumento degli incentivi materiali e morali per innalzare la
produttività ed incoraggiare la partecipazione a tutti i
livelli. L'ethos profuso dai leader del partito, per recuperare
il controllo sostanziale dell'amministrazione pubblica e delle imprese,
arrivava a comprendere anche provvedimenti di tipo "punitivo",
che includevano ammende, riduzioni dei premi, dimissioni forzate,
sino al licenziamento diretto del management. E' noto che Lenin
rilevasse nel taylorismo la presenza di una serie di caratteristiche
positive che potevano risultare utili nella realizzazione di un'organizzazione
efficiente del lavoro. L'idea di Lenin era quella di trasformare
ciò che nel contesto capitalistico gli appariva come un raffinato
mezzo di brutale sfruttamento in un'appropriazione collettiva dei
nuovi metodi di organizzazione del lavoro, tipici della grande industria
meccanizzata. Era il taylorismo la via considerata più rapida
ed economica per insegnare a lavorare ad una forza lavoro in larga
parte nuova ed inesperta. Negli anni venti si trattava d'insegnare
la razionalità del lavoro industriale ad una manodopera in
maggioranza di origine contadina. Nel corso del trentennio di guida
staliniana si era compiuta la grande trasformazione del paese da
rurale ad urbano industriale. Ma è con l'inizio degli anni
sessanta che cominciava ad aprirsi un dibattito su cosa fosse "razionale"
(o irrazionale) nella gestione dell'impresa sovietica. Nella nuova
fase di sviluppo industriale non si trattava d'insegnare ad ex contadini
come diventare eccellenti operai, quanto piuttosto di far assimilare
nuovi criteri e metodi di gestione delle risorse umane e strumentali
ai direttori sinora esclusivamente concentrati sulla realizzazione
(pressoché quantitativa) degli obiettivi del piano. Si trattava,
insomma, di realizzare forme superiori di gestione e organizzazione
del lavoro collettivo d'impresa.
I compiti della sociologia, delle scienze sociali e dell'organizzazione
erano stati fissati in una serie di risoluzioni del partito a partire
dai primi anni sessanta. Tali compiti miravano ad uno scopo fondamentale:
l'applicazione di nuovi meccanismi di riorganizzazione del lavoro
sociale nel quadro di una direzione scientifica della società
socialista sviluppata. Tutto ciò avrebbe dovuto trovare attuazione
con una serie di metodi d'intervento raccolti sotto la denominazione
di pianificazione sociale intesa come "determinazione scientificamente
fondata di obiettivi e di indicatori di sviluppo dei processi economici
e sociali ed elaborazione dei mezzi principali per la loro traduzione
operativa negli interessi della classe operaia e di tutti i lavoratori
della società socialista". Nella società socialista
sviluppata erano considerate fondamentali tre esigenze: perfezionamento
dei metodi di gestione, utilizzazione di nuove risorse per accrescere
l'efficienza produttiva, sviluppo dell'attivismo sociale dei lavoratori.
Vari autori enfatizzavano l'uno o l'altro di questi obiettivi. Sembrava
esserci, in ogni caso, a giudicare dalla letteratura più
vicina agli anni ottanta, una tendenza verso un approccio onnicomprensivo
orientato alla contemporanea ottimizzazione di tutte e tre queste
esigenze. Era, in pratica, il modello sistemico per programmi quello
maggiormente favorito, che considerava insieme tutti gli aspetti
della gestione pianificata, e si poneva l'obiettivo di superare
le tradizionali conseguenze negative dell'approccio settoriale o
per sfere di produzione del piano. In particolare, andava superata
la dicotomia tra lavoro produttivo (es. quello dell'industria) e
improduttivo (es: quello del terziario), che aveva pesantemente
segnato il meccanismo di pianificazione, la politica degli investimenti
e le scelte macro-economiche.
Al modello per programmi se ne affiancavano altri, come quello costruito
su micro-obiettivi, incentrati sul miglioramento del clima di lavoro
delle cellule organizzative, sui sistemi d'incentivazione materiale
e morale ecc., che si differenziavano per la "qualità"
dei contenuti e per le diverse prospettive temporali d'attuazione.
L'approccio per programmi si giustificava con le necessità
imposte dal progresso tecnico e scientifico e con la maggiore complessità
organizzativa e sociale delle imprese. Gli aspetti più "pragmatici"
(modello per micro-obiettivi) erano distinti da quelli economici
e sociali, cruciali per la crescita generale del paese. Ovviamente,
le diverse forme di pianificazione, pur nella diversità dei
contenuti e dei tempi di esecuzione, erano ispirate da criteri comuni:
centralismo democratico, oggettività, concretezza, ottimizzazione,
scientificità e loro applicazione negli interessi esclusivi
della classe operaia e di tutti i lavoratori della società
socialista. Per la Zaslavskaja, la pianificazione, nel quadro del
progetto di rinnovamento globale, doveva mirare alla revisione del
sistema di direzione e gestione dello Stato, del partito e dell'impresa
e ad un nuovo livello di politica sociale. Il nuovo metodo di direzione
e gestione doveva costruire un sistema leale ed efficace delle relazioni
economiche teso a stimolare l'interesse del lavoratore verso i risultati
del proprio lavoro e di quelli dell'impresa. Apprezzare e premiare
il contributo lavorativo individuale significava accrescere il livello
quali-quantitativo dei prodotti e dei servizi finali da ripartire
nella società. Il lavoro superfluo era uno degli ostacoli
più evidenti allo sviluppo delle forze produttive (in molte
imprese, affermava la sociologa, i lavoratori superflui rappresentavano
il 5-15% della forza lavoro), ed era un freno per l'accelerazione
del progresso tecnico scientifico. Di regola, la domanda superava
l'offerta di lavoro, ma in condizioni diverse la situazione avrebbe
potuto ribaltarsi. Era, quindi, importante procedere ad una ridistribuzione
territoriale e settoriale della manodopera, riconvertendo in caso
di necessità alcuni profili professionali. Inoltre, se il
salario e altri benefits dei collettivi di lavoro fossero stati
direttamente collegati ai risultati produttivi dell'impresa, allora
per il collettivo era importante sapere chi (e in che modo) dirigeva
l'azienda. La nuova legge sulle Imprese (23) introduceva il principio
dell'eleggibilità del management, modificando a fondo i rapporti
tra lavoratori e direttori e stimolando la scelta dal basso dei
quadri direttivi. Dapprima questo principio era applicato a tutti
i dirigenti d'èquipe e poi progressivamente ad altre categorie
di personale dirigente: capireparto, sovrinte |