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1- Percorsi e ricorsi storici: il negazionismo
2- Risposta di Mauro Manno ad Adriana Chiaia. Ovvero dell'elasticità
3- Replica a Mauro Manno. Ovvero dell'unilateralità
4- Replica di Mauro Manno ad Adriana Chiaia
5- Breve nota finale di Adriana Chiaia

 

Replica a Mauro Manno. Ovvero dell’unilateralità

Mauro Manno risponde al mio scritto “Nessuna solidarietà per i negazionisti e per chi li sostiene”, rivolgendosi, con palese intento offensivo e provocatorio, alla “signora Chiaia”. In questa replica io non farò altrettanto per la semplice ragione che – da quanto deduco dagli scritti del mio interlocutore – abbiamo almeno due principi in comune: siamo entrambi antimperialisti (anche se Manno si dichiara principalmente contro l’imperialismo-sionista mentre io sono contro tutti gli imperialismi, compreso quello italiano) ed entrambi difendiamo senza alcuna riserva la giusta causa del popolo palestinese. I “signori” (“lorsignori”, come li chiamava nei suo caustici corsivi Mario Melloni, alias Fortebraccio), cioè i capitalisti, stanno dall’altra parte della barricata. O no?

Manno scrive che “Chiaia spende pagine e pagine di ragionamenti per dimostrare quanto sono pericolosi Faurisson, i revisionisti e pure i pretesi loro amici Moffa e Manno” e prosegue imperterrito domandandomi provocatoriamente se mi rallegrerei della loro esclusione ope legis da qualsiasi dibattito. Cosa si aspetta? Che da stalinista “dura e pura” gli risponda: ebbene sì è quello che vorrei e che magari coltivi sogni di un bel plotone di esecuzione? Sono piccole provocazioni, come il reiterato “signora”, usate come banderillas per aizzare l’avversario ed impedire il sereno e “civile” dibattito che Manno auspica in altri punti del suo scritto. E, per favore, piantiamola anche con i triti e ritriti epiteti di “duri e puri”. È un pezzo che li sentiamo usare non solo contro gli “stalinisti”, ma contro i comunisti conseguenti, contro i delegati dei lavoratori e i sindacalisti di base che si oppongono ai continui cedimenti dei vertici delle organizzazioni sindacali collaborazioniste e persino contro coloro che in una qualsiasi lotta rifiutano di calare le brache!

È proprio Manno che spende pagine e pagine per sfondare porte aperte ribadendo i contenuti del suo opuscolo che, contrariamente a quanto egli sospetta, ho letto attentamente.

Tuttavia, Manno non è certo il primo autore ad essersi occupato dell’ideologia sionista e della conseguente natura razzista dello Stato d’Israele.

Colgo l’occasione per ricordare solo alcune opere di Giancarlo Lannutti(1), di Guido Valabrega(2) (con il quale ho condiviso la militanza politica anticolonialista ed un solidale rapporto d amicizia fino alla sua scomparsa), di Edward Said(3), di Filippo Gaja(4), nonché sul piano della informazione e formazione quotidiana, il lavoro dell’indimenticabile e mai abbastanza rimpianto Stefano Chiarini che si esplicava attraverso i numerosissimi saggi, articoli e interventi nelle assemblee e il suo impegno per non dimenticare la strage di Sabra e Chatila e perché venisse giudicato da un tribunale internazionale il suo mandante Ariel Sharon. Stefano Chiarini è uno dei migliori esempi di un giornalismo di alto livello, basato su una solida preparazione che gli permetteva di essere obiettivo ed insieme schierato dalla parte degli oppressi senza alcuna concessione per gli oppressori ed i loro lacchè. Sono solo alcune delle fonti della cultura di base che hanno contribuito dagli anni del dopoguerra ad oggi alla formazione teorica e politica di molti comunisti, – tra i quali la sottoscritta – di militanti internazionalisti, di intellettuali democratici, permettendo loro di prendere coscienza delle origini storico-ideologiche della situazione palestinese e quindi di manifestare consapevolmente la solidarietà per la causa di quel popolo oppresso e di lottare per la sua vittoria.

L’opuscolo di Manno(5), oltre a ripercorrere i suddetti aspetti storici e ideologici del sionismo, ha il pregio di approfondire, nel quadro della politica sionista, gli aspetti delle sue complicità con le potenze occidentali ed in particolare con il nazismo e con i regimi fascisti. Ho già detto che ho apprezzato la ricerca di Manno dalla quale ho appreso molti particolari che non conoscevo (non si può essere tuttologi) sul cinismo e sulla spregiudicatezza degli ideologi e degli agenti sionisti nello stringere (o tentare di stringere: le fanfaronate di Mussolini contro “l’imbecille di Berlino” non hanno inciso minimamente sulla politica razziale del suo governo) alleanze con antisemiti dichiarati, e sul cinismo sionista nel sacrificare gli ebrei assimilati in altre società e in altre culture, pur di raggiungere lo scopo finale di creare in terra palestinese uno stato ebraico tramite una rigorosa pulizia etnica, per giunta basata su una discriminazione ideologica. Un apprezzamento con una sola riserva: bisogna guardarsi dall’attribuire un peso eccessivo nel determinare il corso degli eventi storici alle trame dei servizi segreti e al lavorìo delle diplomazie, dimenticandosi che il vero motore della storia è la lotta tra le classi contrapposte e che questa lotta, con gli sconvolgimenti politici e sociali che produce in determinate circostanze, può far saltare di colpo gli intrighi orditi per anni.

La differenza tra il modo di discutere di Manno e il mio sta nel fatto che io mi sono documentata su questo e su altri suoi scritti apparsi in vari siti web ed in particolare ho condiviso le ragioni esposte nella sua lettera aperta al presidente della Repubblica Napolitano nella quale l’autore si oppone all’equazione antisionismo=antisemitismo.

Se Manno avesse fatto altrettanto nei miei confronti, si sarebbe risparmiato di menare fendenti contro il bersaglio (Adriana Chiaia), sbagliando immancabilmente la mira.

Uno fra i tanti esempi. Manno si chiede: “Cosa ha fatto la Chiaia per smascherare la religione dell’olocausto e l’ideologia imperialista/sionista …?”. Nel mio scritto “Giorno della memoria o giorno della cancellazione della memoria?” pubblicato in vari siti web(6) ho denunciato come, a partire dall’istituzione per legge del giorno della memoria, la ricorrenza della liberazione dei prigionieri sopravvissuti del campo di sterminio di Auschwitz fosse celebrata quasi esclusivamente nel ricordo della shoah e nell’oblio delle altre vittime (tra l’altro molto più numerose) delle stragi naziste. Non ho negato il genocidio degli ebrei, che è un insulto alla verità storica, ma ho negato  l’unicità dell’olocausto inteso come genocidio dei soli ebrei. Ho denunciato il ricordo esclusivo della shoah volto a cancellare il ruolo preponderante dell’Unione Sovietica nella sconfitta dei nazisti in Europa, il contributo fondamentale della classe operaia, dei partigiani e soprattutto dei comunisti alla lotta di liberazione nazionale e ho illustrato le cause e le finalità di tante amnesie. Non ho denunciato l’uso dell’olocausto da parte dei sionisti, come vorrebbe Manno, perché altra e più generale era la tesi che intendevo focalizzare.

Questa diversa impostazione del problema rispecchia le divergenze teoriche tra me e Manno nell’analisi della situazione politica attuale. Manno, in una visione unilaterale della realtà, forse dovuta alla specificità dei suoi studi, attribuisce al pericolo sionista (e quindi alla priorità assoluta di contrastarlo) un valore totalizzante. Io considero invece prioritaria la lotta contro l’offensiva anticomunista scatenata con sempre maggiore virulenza dai gruppi capitalisti, dalle forze politiche ad essi asservite e da vasti settori di intellettuali convertiti al revisionismo, che, già da tempo e ancor più oggi, sono saltati sul carro di quello che considerano il vincitore nel nostro paese (7) e a livello internazionale. L’iniziativa anticomunista si esplica sul piano ideologico nelle martellanti campagne di propaganda attraverso tutti i mezzi di comunicazione ed è finalizzata a criminalizzare la teoria e la prassi comuniste, le esperienze di costruzione del socialismo, e persino ad infangare la resistenza antifascista. Questa offensiva è il supporto ideologico e la giustificazione della repressione e persecuzione delle organizzazioni comuniste e anticapitaliste, delle lotte operaie e di ogni antagonismo contro il sistema dominante.

La seconda crisi generale di sovrapproduzione di capitale in cui si dibatte il sistema capitalista(8) acuisce a livello internazionale le contrapposizioni tra i gruppi capitalisti e gli Stati imperialisti per il controllo dei mercati e delle fonti energetiche, genera le guerre commerciali, le misure protezionistiche dei prodotti nazionali, l’imposizione di dazi doganali (tutti fenomeni che essendo in contraddizione con le leggi del cosiddetto libero mercato, fanno sì che le organizzazioni mondiali come il WTO siano paralizzate ed inservibili). Sul piano interno dei singoli Stati, la drastica riduzione del capitale produttivo a favore dello sviluppo del capitale finanziario (con relative “bolle”, crac, interventi tampone delle banche centrali, rovina di molti, tra cui migliaia di risparmiatori e arricchimento di pochi) produce disoccupazione, riduzione del potere di acquisto dei lavoratori, generale impoverimento delle masse popolari. I governi, sia di destra che di sinistra, devono varare, da un lato, leggi a favore dei “propri” capitalisti (cuneo fiscale, riduzione delle aliquote sul reddito ecc.) al fine di favorirne la “competizione” nei confronti dei capitalisti stranieri e, dall’altro lato, sono “costretti” ad adottare misure antiproletarie, come i bassi salari, il lavoro precario, l’allungamento dell’età pensionabile e ad abolire un pezzo per volta il welfare, cioè tutti i diritti sociali conquistati dai lavoratori dal dopoguerra ad oggi.

In questo quadro, il tempo che ci aspetta non è tanto un tempo “ebraico”, come prevede Manno, ma un tempo d’intensificazione dei conflitti interimperialisti e delle contraddizioni di classe. Il capitalismo cercherà di uscire dalla crisi gonfiando le spese militari con la conseguente corsa al riarmo (nucleare) generalizzato e con le guerre (molte già in atto, molte altre in preparazione) e, sul piano interno, intensificando gli strumenti repressivi.

Nel nostro paese all’articolo 270 del Codice penale (associazione sovversiva), istituito durante il regime fascista (Codice Rocco, 1931) per colpire gli avversari politici e già ampliato con l’art. 270 bis nel 1980 (periodo denominato degli “anni di piombo”), sono stati aggiunti gli articoli 270 ter, quater, quinquies e sexies (legge Pisanu, luglio 2005), tutti contro i reati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo, anche internazionale. Questi articoli per l’estensibilità e l’indeterminatezza della loro normativa consentono la massima discrezionalità della polizia e della magistratura.(9)

Un’altra arma a cui ricorre la borghesia è la mobilitazione reazionaria delle masse, obiettivo che persegue facendo leva sui peggiori istinti delle loro componenti più arretrate, fomentando la xenofobia, il rifiuto del diverso, i sentimenti revanscisti tipici del nazionalismo borghese, agitando lo spettro della paura, limitando l’uso degli spazi sociali in nome della sicurezza ed infine incoraggiando e finanziando le organizzazioni razziste e fasciste. Non soltanto il governo di Israele compatta il suo popolo sulla base della paura, come ci ricorda Manno. Il governo degli Stati Uniti, in nome del pericolo terrorista, sta cancellando, in una continua escalation, le garanzie costituzionali dei propri cittadini.

È vero: la Rivoluzione d’Ottobre non è dietro l’angolo, ma nessuno ci può impedire di imparare dalla sua esperienza e di lavorare tenacemente e modestamente (il termine “umilmente”, suggeritomi da Manno, non mi piace), nel limite delle proprie forze, per mettere a disposizione della classe operaia in primo luogo (che non è andata in paradiso) e di tutti gli oppressi e gli sfruttati i suoi insegnamenti teorici e pratici. È proprio per privare le masse rivoluzionarie di questo patrimonio che la borghesia di tutti i paesi imperialisti mette in campo la propaganda reazionaria cui abbiamo sopra accennato(10). Disarmare le masse, privarle di ogni prospettiva strategica per cui lottare è nel suo interesse. È un dovere ed una necessità per ogni comunista opporsi a questo disegno, dimostrare quanto sia utopistico e vano l’obiettivo socialdemocratico di migliorare il capitalismo (il capitalismo dal volto umano), affermare che, al contrario, non è un’utopia ma una necessità storica liberare le forze produttive instaurando un modo di produzione basato sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e sulla razionalizzazione e pianificazione della produzione, sulla sostituzione della schiavitù del lavoro salariato con la libera associazione dei produttori.

Della democrazia borghese e della libertà

Manno mi accusa, tra l’altro, di non distinguere tra democrazia borghese e dittatura della borghesia. L’abc della teoria marxista dello Stato c’insegna che entrambe sono le forme del dominio della borghesia sulle altre classi e che la seconda costituisce l’espressione più violenta, terroristica di questo dominio. Finché la forma del regime borghese è quella “democratica”, le leggi (per quanto ci riguarda, la Costituzione della Repubblica italiana) garantiscono sulla carta i diritti civili dei cittadini, ma sono applicate selettivamente secondo gli interessi della borghesia. Non ho mai detto che non bisogni lottare per rivendicare e difendere questi diritti, ma che occorra farlo nella consapevolezza dei loro limiti. In quanto alla libertà (Manno osserva giustamente che siamo in libertà a tempo determinato) sono ben cosciente che quando vengono emanate determinate leggi, ci si possa ritrovare in galera. Vede, Manno, io questa esperienza che lei ipotizza se Israele, le lobby e gli Stati Uniti decidessero di toglierci la libertà di espressione, l’ho già fatta (nel 1985) e non per interferenza dei suddetti negli affari interni italiani (forse indirettamente degli Stati Uniti, visto che l’Italia è un paese a sovranità limitata) ma per decisione di un giudice dello Stato italiano. Facevo parte della redazione del periodico Il Bollettino, organo di stampa del “Coordinamento dei comitati contro la repressione” che pubblicava (e pubblica tuttora, a cura dell’Associazione Solidarietà Proletaria) gli scritti dei prigionieri comunisti e rivoluzionari delle varie organizzazioni della lotta armata, di cui difendeva, appunto la libertà di espressione. Agli imputati di questi reati veniva impedito nei tribunali, con la violenza fisica, il diritto di autodifesa e perfino quello di rendere la dichiarazione finale nel corso di processi che, in base alle leggi speciali, comminarono decine e decine di ergastoli e pene aggiuntive come l’isolamento, le limitazioni nei colloqui ecc. Tuttavia queste dichiarazioni venivano messe agli atti dei processi e noi le pubblicavamo non commettendo alcuna illegalità e per questo il periodico non fu mai sequestrato. Nonostante ciò, un giudice trovò il modo di far arrestare l’intera redazione, accusandoci di essere fiancheggiatori dei “terroristi” (il termine era già allora di moda). La piena assoluzione, anzi l’impossibilità di aprire il processo per assoluta mancanza di prove dette torto all’accusa, ma a noi costò un soggiorno di vari mesi nelle carceri di massima sicurezza ed uno strascico di limitazioni della libertà che durò anni, mentre i tribunali si palleggiavano la patata bollente. Vede, dunque, Manno, che per me la libertà non è una “parola vana” e che non ho aspettato la rivoluzione proletaria per difendere la libertà di coloro ai quali veniva ingiustamente negata, a costo di pagarne il prezzo.

Tuttavia, poiché non credo nella favola della libertà uguale per tutti, difendo la libertà degli sfruttati, degli oppressi e di chi lotta per la loro emancipazione, ma non difendo la libertà di chi ne abusa per sfruttare ed opprimere. Mi rifiuto di difendere la libertà dei fascisti che spudoratamente la pretendono, quando la stessa esistenza delle loro organizzazioni e l’apologia di fascismo che ostentano nelle loro parate sono illegali, perché proibite ai sensi della Costituzione e delle leggi Scelba e Mancino (mai applicate). Mi rifiuto, infine, di difendere la libertà di parola di chi fa scempio della memoria storica, per criminalizzare da un lato il movimento comunista e rivoluzionario e dall’altro per riabilitare il fascismo negando o minimizzando i suoi crimini.

Due richiami per evitare inutili ripetizioni

Ho criticato l’appello degli storici contro il disegno di legge Mastella (da cui del resto è stata già cancellata la categoria del negazionismo e chissà quante altre modifiche subirà in Parlamento e nell’ambito della legislazione della UE) per i motivi che ho illustrato nel mio scritto facilmente consultabile nei molti siti che lo hanno pubblicato; motivazioni che non sto a ripetere per ragioni di brevità. Per la stessa ragione e per non abusare della pazienza dei lettori, non ripeterò quanto ho scritto sull’indagine storica (Manno, falsificando le mie posizioni, mi attribuisce di sostenere una verità storica “intoccabile”).

Faurisson, la pericolosità del “negazionismo” e la responsabilità di chi sostiene le sue tesi

Una premessa: sono d’accordo con Manno che il termine negazionismo, ormai  impiegato per dire tutto e il contrario di tutto non andrebbe usato senza specificare chi nega e che cosa, ma è perfettamente inutile girare intorno all’argomento con sofismi filologici.

Manno mi accusa di “prendermela con Faurisson”. Io non ho fatto altro che riportare le sue risposte scritte ad un’intervista di Storia Illustrata. Ne ho richiamato i punti salienti e le “perle” più scandalose (avrei potuto citarne molte altre: in quelle pagine non c’è che l’imbarazzo della scelta) che a volte ho commentato e soprattutto vi ho contrapposto i risultati scientificamente fondati delle ricerche dei maggiori storici di fama internazionale, che si sono dedicati allo studio del genocidio commesso dai nazisti nei campi di sterminio e nei territori occupati (e non dei soli ebrei ma di tutti i “sotto-uomini”) e che hanno indagato sulle origini e sulla natura dell’ideologia nazista.(11) Sono tutti “ossequienti storici filo-semiti”? E, a proposito, quali sarebbero i super storici che non si vorrebbe che “discutessero con calma partendo da fatti accertati”? Essi “sono persone serie e discutono sempre, fa parte del loro mestiere”. Sarebbero i politici “sotto la sferza d’Israele” ad impedirglielo?

Tornando alle mie citazioni dall’intervista a Faurisson, chi ha dei dubbi su una mia supposta faziosità nello sceglierle, può consultare l’intero testo su internet.(12)

E veniamo all’oggetto specifico di tanto contendere: le mie critiche alla lettera di Manno “Sostegno al professor Claudio Moffa e al suo impegno in difesa della verità storica”. Manno tergiversa parlando d’altro e cioè del convegno “La storia imbavagliata”, tenutosi nell’Università di Teramo il 17-19 aprile, nel quale fu incluso un intervento di Faurisson in videoconferenza (non previsto dal programma), convegno di cui non mi sono occupata nel mio scritto. Manno assicura che se fossi stata presente, avrei potuto sentire con le mie orecchie che Faurisson non nega la sofferenza degli ebrei, ma si dà la zappa sui piedi. Nella frase di quell’intervento (in inglese, ma è utile tradurla), Faurisson, in effetti, non nega le sofferenze del popolo ebraico ma le assimila a quelle degli altri popoli nel macello della guerra mondiale (il che, fuori dal contesto, è anche condivisibile). Ma l’originalità (si fa per dire) di quanto egli sostiene sta nell’affermazione che “gli ebrei si scontrarono con i tedeschi in un conflitto che durò dal 1933 al 1945”, quindi, a causa di questo conflitto (internazionale, interplanetario?) gli ebrei europei “ebbero occasione di soffrire, ma molto meno di quello che pretendono con tanto vigore (o sfacciataggine, ndt)”. A causa di questo scontro (quindi per loro colpa, ndr), gli ebrei furono trattati come una “minoranza ostile e pericolosa e contro di essa il Terzo Reich fu costretto a prendere delle misure coercitive di polizia (cioè tutte le persecuzioni, dalla “notte dei cristalli” alle leggi razziali, menzionate nel mio scritto precedente, ndr) e misure di sicurezza militare (cioè le deportazioni nei campi di lavoro coatto e di sterminio). È la stessa logica della “necessità” di difendersi con la quale Bush giustifica la sua “guerra infinita” e Israele la costruzione del muro.

Tornando alla risposta di Manno alle mie critiche alla sua lettera, è proprio inutile fare dei sofismi sulla parola “causa” e cavillare sull’eventualità che Moffa e Faurisson si fossero conosciuti prima o avessero scritto qualcosa insieme. Andiamo alla sostanza.

Moffa è passato dalla difesa della libertà di espressione dei “negazionisti” alle posizioni del suo ultimo documento “Perché Faurisson e i “negazionisti” mi convincono sempre di più” (occhiello: “L’abitudine a falsificare prove e documenti di certi pasdaran dell’olocausto”), in cui illustra le ragioni di questo suo convincimento in numerosi paragrafi e documenti allegati. Chi voglia leggersi il testo, si accomodi.(13)

Nelle righe conclusive Moffa scrive: “…ecco perché i negazionisti di cui so ben poco, mi convincono sempre di più.”. La domanda ovvia è: “Perché non cerca di saperne di più?”.

Anche Manno dice e ripete di non essere uno studioso dell’olocausto e di parlarne solo per essere stato “tirato nuovamente in ballo”. Non crede di doversi documentare e non in modo unilaterale?

Al punto 3) del paragrafo intitolato “Faurisson” della sua risposta, Manno avalla uno degli argomenti chiave della “teoria” di Faurisson: la mancanza di prove incontrovertibili dell’esistenza delle camere a gas e, in quanto al gas Zyclon B, ripete la tesi che fosse usato per disinfestare gli ambienti ed “evitare il tifo petecchiale ed altre epidemie che avrebbero ucciso migliaia di prigionieri destinati alle fabbriche e alla produzione industriale…”. Ancora una volta, rimanda l’ardua sentenza ai soliti storici (ma chi sono, se quelli disponibili sono tutti influenzati da Israele?).

In un altro punto della sua risposta Manno dice: “La Chiaia sa benissimo che la confessione di Höss non è affidabile e forse fatta con l’intento di salvare la pelle o la libertà”. Io so soltanto che i giudici di Norimberga (anche quelli sovietici: tutti sionisti?) gli credettero sulla base della concomitanza delle sue dichiarazioni con numerose testimonianze e prove incrociate.(14) Certamente Höss, a differenza di altri gerarchi nazisti, scelse la tattica processuale della confessione, ma la meticolosità tutta tedesca ed il cinico orgoglio professionale con cui descrive i suoi miglioramenti tecnici per rendere più efficiente e veloce la macchina della morte la rendono plausibile.

A parte ciò, è ridicolo (se non fosse tragico) continuare a disquisire sul diametro dei fori sul tetto dei locali o dei ruderi dei locali che furono le camere a gas e a cavillare se fossero osservate o no le misure di protezione dei prigionieri obbligati alla rimozione e al trasporto dei cadaveri nei forni crematori. Sono argomenti pretestuosi che servono solo a negare o a mettere in dubbio l’intero genocidio (che è il vero obiettivo di Faurisson, il quale ha più volte dichiarato: “Le camere a gas ed il genocidio degli ebrei sono un’unica menzogna”.(15)

Anche se per un momento volessimo ipotizzare per assurdo che non ci furono camere a gas, resta l’incontrovertibile verità delle stragi compiute dai nazisti. Ci furono difatti, come ho già scritto, molti modi di assassinare: dalla gassificazione con i fumi di scarico dei motori alle fucilazioni di massa. Sulla famigerata “scalinata della morte” del campo di Mauthausen che portava alle cave di pietra, i prigionieri che cadevano sotto il peso degli enormi macigni, che erano costretti a caricarsi sulle spalle, venivano abbattuti a bastonate o a fucilate dalle SS. Era questo, Manno, l’impiego dei prigionieri nella produzione del Reich?

La poderosa opera della studiosa polacca Danuta Czech, il Kalendarium, già citato nel mio scritto, ricostruisce, sulla base di documenti originali tedeschi sfuggiti alla distruzione, il processo di perfezionamento delle tecniche che permisero lo sterminio su scala industriale del campo di Auschwitz.

Invece nello Stato Indipendente Croato (proclamato il 10 aprile 1941 sotto gli auspici della Germania nazista e dell’Italia fascista e con la benedizione del Vaticano nella persona dell’arcivescovo Aloisio Stepinac, beatificato da Wojtyla il 3 ottobre 1998) la pulizia etnica su base nazionalista, religiosa, razzista ed ideologica (“…per pulire la nostra terra dall’erbaccia… per ricostruire lo Stato Indipendente Croato… in cui governeranno soltanto Dio e il popolo croato”. Dal discorso di Ante Pavelić trasmesso da una radio italiana) si faceva con mezzi molto più artigianali, compreso lo sgozzamento dei prigionieri (serbi, che rappresentavano più di un terzo della popolazione, rom, musulmani, ebrei  e croati) con un coltello speciale.

Nel campo di concentramento di Jasenovac gli ustascia uccisero o fecero morire di stenti 19.432 bambini (dato stabilito sulla base dell’identificazione delle vittime.(16)

Al punto 2) dello stesso paragrafo Manno si sofferma sull’indeterminatezza nel calcolo delle vittime della Seconda guerra mondiale. Quanto sia difficile identificare e quindi quantificare i desaparecidos lo sanno bene gli Argentini. Le difficoltà aumentano enormemente nel più vasto scenario bellico e post-bellico.

Sono d’accordo con Manno sul fatto e sui motivi per cui viene taciuta l’entità e molte volte la stessa esistenza di altri milioni di vittime, ad esempio quelle sovietiche, non solo tra i militari caduti nella Grande Guerra patriottica, ma tra i civili dei villaggi occupati e tra i prigionieri di guerra e ho trattato l’argomento in molti miei scritti. Ma Manno non vuol capire che l’obiettivo che si persegue con la demonizzazione dell’esperienza storica dell’Unione Sovietica, dei suoi dirigenti, Lenin e Stalin, e dell’intero movimento comunista e rivoluzionario del secolo scorso, è quello di esorcizzare il pericolo comunista, che è il male assoluto che i capitalisti temono più di ogni altra cosa, perché il suo trionfo significherebbe la loro morte. Con la prima ondata vittoriosa delle rivoluzioni proletarie il socialismo si è esteso a più di un terzo della popolazione mondiale. I gruppi capitalisti e i loro Stati imperialisti, gli Stati Uniti in prima fila, tentano di allontanare con ogni mezzo tale prospettiva. Israele è parte di questo schieramento imperialista? Certamente, e in una posizione chiave per gli interessi economici e militari USA nel Vicino e Medio Oriente. Ma perché limitare lo scontro di classe a livello mondiale all’asse USA-Israele?

Tornado alla questione specifica del nostro contraddittorio, riferendosi alle vittime ebree, Manno scrive che “la cifra di sei milioni non è intoccabile. Tra l’altro è pure falsa. Quanti furono effettivamente? Si può stabilirlo con ulteriori ricerche storiche non certo con la legge”. Domanda: come si è giunti finora a questo calcolo? Per legge? O sulla base di lunghe e pazienti ricerche scientifiche? In un altro passo del suo scritto, sempre in tema, Manno si impazientisce e sbotta: “perché in definitiva questi morti ci sono stati e se si prova che Hitler non ha dato l’ordine, qualcuno deve pure averlo dato”. Già, chi? Schneerson, quello del Dio chirurgo che taglia l’arto infetto? Andiamo Manno, questi dubbi bisogna lasciarli a Faurisson.

Invece Manno, al punto 1) ripete che “non sono stati trovati ordini scritti o documenti con cui Hitler, di persona, ordina il massacro degli ebrei”. E commenta: “Questo è vero”. E per provarlo racconta che Hitler “perse molto tempo prezioso (sic!) nello studio dei dossier dei soldati (nelle file della Wehrmacht, ndr) candidati all’“arianizzazione” e quindi perché non avrebbe dovuto fare altrettanto per lo sterminio degli ebrei?

La risposta è semplice: perché non ce n’era alcun bisogno. L’intero impianto della ideologia nazista (dal Mein Kampf in avanti) condannava alla morte o alla schiavitù i popoli di sotto-uomini per il trionfo della razza superiore ariana e per tutelarne la purezza. All’infimo gradino dei sotto-uomini erano collocati i giudei identificati con i bolscevichi. Questa perversa teoria costituiva la base ideologica fondante del Partito nazionalsocialista ed era stata completamente assimilata in particolare dalle SS che l’applicavano coscientemente e con il massimo rigore: altro che “burocrazie mosse da una sorta di struttura latente”!

Hitler, alla vigilia dell’invasione dell’Unione Sovietica, intervenne per ordinare ai comandanti della Wehrmacht di “sbarazzasi delle loro idee invecchiate” e di violare le leggi internazionali sui prigionieri di guerra. Tutto questo l’ho già esposto, dando i relativi riferimenti, nel mio scritto che Manno ignora sistematicamente.

Le contraddizioni tra gli Stati imperialisti

Riferendosi alle mie critiche alla seconda parte della sua lettera, Manno mi fa dire quello che non ho detto, anzi che non ho pensato e conclude perentoriamente: “Se la Chiaia pensa questo (cioè che “Craxi e Andreotti si sono opposti all’imperialismo americano nel suo complesso”) cade nel ridicolo e dimostra che dell’imperialismo non ha capito nulla”. Vediamo di uscire da questo groviglio.

“La Chiaia” pensa ed ha scritto tutt’altro (cfr. il paragrafo “Ardire o competizione interimperialista?” del mio scritto). Non avrei nulla da aggiungere, ma provo a chiarire ancora una volta la mia analisi. È connaturato nel capitalismo cercare di conquistare i mercati e le fonti energetiche per il proprio sviluppo. In un mondo in cui gli spazi di espansione del capitale sono stati da lungo tempo spartiti, i singoli capitalisti e gli Stati che li rappresentano non possono che espandere i loro affari occupando gli spazi di altre potenze imperialiste. Questa nuova spartizione provoca, negli equilibri interimperialisti precedenti, degli sconvolgimenti che possono risolversi con il ricorso alla guerra. Naturalmente, i pesci grossi (le potenze imperialiste forti, come gli USA) si appropriano del bottino maggiore e i pesci piccoli (le potenze imperialiste più deboli, come l’Italia) devono accontentarsi delle briciole, sia prendendo iniziative indipendenti dai poteri dominanti, sia usufruendo delle alleanze con questi che consentano loro di espandersi in cambio di impegni politico-militari. Le occupazioni militari da parte delle forze multinazionali, ad esempio dell’Iraq e dell’Afganistan, e gli interessi che stanno alla loro base lo dimostrano. Riguardo alla competizione tra le potenze imperialiste al fine di impossessarsi delle enormi ricchezze del continente africano, tutta la storia del colonialismo e del neocolonialismo ne è la dimostrazione.

A proposito della Francia, Manno scrive che “Con l’ebreo neoconservatore Sarkozy…la Francia è rientrata nel piano complessivo imperialista/sionista, e l’attuale politica più filo-israeliana e più antiaraba dell’Eliseo (rispetto a Chirac) lo sta a provare”.  Io non so e non m’importa di sapere se Sarkozy sia ebreo, quello che so è che è stato il ministro dell’Interno che ha definito “feccia, spazzatura” i giovani immigrati di seconda generazione dei quartieri ghetto parigini (le banlieues), in rivolta per le loro condizioni di povertà ed emarginazione. In quanto alla sua politica estera, il recente successo diplomatico con la Libia di Gheddafi (non esattamente un paese filo-israeliano), ottenuto mediante lo scambio della libertà per le infermiere bulgare contro la fornitura di tecnologie nucleari (naturalmente buone e a scopo pacifico, mentre sono cattivissime e foriere di guerra atomica quelle dell’Iran), dimostra una certa indipendenza della Francia dall’Unione Europea, tanto è vero che la cancelliera Merkel ha protestato per non essere stata consultata. Come la mettiamo con le previsioni di Manno?

Anche la spregiudicatezza della Francia (sotto qualsiasi governo) in politica estera non è altro che un aspetto della competizione tra Stati imperialisti, per difendere gli interessi nazionali, dice Manno, io dico per difendere gli interessi dei capitalisti francesi (ovviamente nei limiti consentiti dai blocchi imperialisti maggiori, la UE o dai poteri imperialisti dominanti, gli USA). Coerentemente a quanto sopra, ho scritto e confermo che la politica estera di Andreotti e di Craxi (apertura ai mercati dei paesi arabi a vantaggio dei governi e non dei popoli di quei paesi) rientrava nella normale ricerca di spazi nella giungla della competizione interimperialista e quindi non andava enfatizzata come particolarmente coraggiosa.

Ho commentato il passaggio della suddetta lettera di Manno nel quale egli si appellava a “coloro che hanno creduto in quella politica di maggiore indipendenza, i socialisti, i democristiani, i politici di sinistra o di destra” perché “si uniscano e tornino a lottare per dare al nostro paese un futuro di dignità”, chiedendogli se fosse sicuro che le persone cui si rivolgeva avessero tutte gli stessi interessi in politica estera e in generale, e quindi se fossero disposte ad unirsi e a lottare per il medesimo fine e se riteneva che, a parte Sigonella, e un’apertura ai paesi arabi, personaggi come Andreotti e Craxi fossero esempi da imitare per il raggiungimento di “un futuro di dignità del nostro paese”. Manno non ha risposto nel merito.

Una piccola nota a margine. Invito i lettori a confrontare quello che Manno dice a p.15/17 della sua “Risposta ad Adriana Chiaia”, dove cavilla con il concetto di “opposizione totale all’imperialismo USA”, con quanto scrive a p.16/17(17), dove mi dà sostanzialmente ragione (sulla ricerca degli spazi di competizione), tranne ricadere nel solito errore dovuto all’assoluta mancanza di criteri di classe che caratterizza le sue analisi. Manno scrive: “per difendere i nostri interessi petroliferi” (la sottolineatura è mia). I nostri, di chi? Si tratta evidentemente degli interessi di una parte del capitale (sia pure di Stato) in concorrenza con gli interessi di altri gruppi di petrolieri italiani e stranieri.

Stalinismo

Nell’ultima parte del suo scritto Manno mi assesta quelli che vorrebbero essere i colpi finali. Vediamo di scindere le accuse una dall’altra cercando di interpretare quello che egli afferma senza motivarlo.

La prima: “La Chiaia dice di voler difendere lo stalinismo, ma con il suo pezzo ha solo dimostrato di non saper fare quello che dice di voler fare”. Premetto che non sono riuscita a capire quale valenza dia Manno, che peraltro non adopera mai la parola “comunista”, al termine “stalinista”, ma per uscire dall’equivoco, chiarisco. Sono una comunista marxista-leninista poiché m’ispiro alla teoria di Marx e di Lenin e cerco di applicare i suoi principi nella pratica. Sono stalinista perché individuo in Stalin il teorico marxista che ha più fedelmente interpretato e sviluppato i principi della dottrina di Marx, Engels e Lenin, applicandoli coerentemente alle condizioni reali della sua epoca; perché riconosco nella costruzione del socialismo in URSS, sotto la guida di Stalin, l’esempio più avanzato del movimento comunista nella trasformazione della società capitalista in una società socialista in transizione verso il comunismo; perché, insieme alla Rivoluzione d’Ottobre, le profonde trasformazioni economiche, sociali e culturali realizzate nell’Unione Sovietica hanno rappresentato un punto di riferimento e un incoraggiamento per il movimento rivoluzionario internazionale, per i movimenti di liberazione dei popoli coloniali e per le lotte dei lavoratori nei paesi capitalisti; perché riconosco in Stalin il grande statista e lo stratega che ha saputo dirigere l’eroica resistenza e la travolgente controffensiva del popolo sovietico e condurlo alla vittoria sull’aggressore nazista contribuendo in modo determinante alla definitiva sconfitta del nazismo. Infine, sono stalinista perché difendo l’opera e la figura di Stalin da tutte le deformazioni e le calunnie ad opera dei nemici di classe e dei revisionisti vecchi e nuovi.

Manno scrive che avrebbe appreso dal marxismo “l’importanza della dialettica e della capacità di capire la realtà”, mentre mi rimprovera la rigidità di “piegare la realtà ai propri principi”. A me non sembra, e l’ho sottolineato più volte, che Manno applichi uno dei pilastri della dottrina di Marx, e cioè la teoria della lotta di classe, la quale nella concezione marxista costituisce il filo conduttore che permette di scoprire le leggi che regolano le contraddizioni della vita sociale e l’avvicendarsi dei periodi storici.

Con la critica al mio supposto idealismo (piegare la realtà ai propri principi) e con quella di non fare un buon servizio al mio “stalinismo”, credo che Manno si riferisca alla mia “rigidità” nel respingere determinate alleanze e nel rifuggire dai compromessi.

Dell’arte del compromesso

Manno afferma che si alleerebbe anche con il diavolo per difendere la libertà di scrivere e di lottare per quello in cui crede. Bene, ma a patto di chiedersi a che prezzo e per quale scopo. Secondo me un compromesso (che può comportare alleanze “spurie”) deve rispondere a due requisiti: essere necessario ed essere valido per il raggiungimento di un dato fine strategico.

Facciamo due esempi storici.

Lenin fu costretto ad adottare la nuova politica economica (NEP) per far fronte alla minaccia di una grave crisi politica: i contadini poveri e medi che avevano appoggiato il governo bolscevico durante la guerra civile, stremati dalla fame e dalla carestia, stavano facendo mancare il loro consenso, mettendo così in pericolo la stessa esistenza dello Stato sovietico. Le misure intraprese con la NEP erano una concessione al capitalismo ma, secondo Lenin, esse costituivano una “ritirata” obbligata ed inevitabile per poter avanzare con rinnovato vigore verso il socialismo e non un ritorno definitivo al capitalismo come avrebbero voluto i menscevichi e i buchariniani (e come sostengono i buchariniani di oggi). Lenin non si stancò di ripetere che dalla Russia della NEP sarebbe nata la Russia socialista ed operò, anche durante la NEP, per creare e rafforzare le basi economiche del socialismo (piano nazionale per lo sviluppo dell’industria, piano di produzione dei combustibili, costruzione di nuove centrali elettriche). Fu Stalin a raccogliere il mandato di Lenin dopo la sua morte e ad imboccare decisamente il cammino dell’edificazione del socialismo. Ecco dunque un esempio di compromesso tattico che assicurò il successo di una prospettiva strategica.

Un altro esempio storico è il patto di non aggressione stipulato il 23 agosto 1939 tra l’Unione Sovietica e la Germania nazista (patto Molotov-Ribbentrop). Il governo sovietico, guidato da Stalin, dovette accettare questo compromesso per far fronte al pericolo mortale che le potenze imperialiste si coalizzassero contro l’Unione Sovietica e, con il loro consenso, la Germania nazista, dopo aver invaso la Polonia, scatenasse l’offensiva contro l’Unione Sovietica, mentre il Giappone avrebbe attaccato la Siberia. Il patto permise all’Unione Sovietica di preparare la difesa contro l’inevitabile invasione nazista e di dotarsi di una cintura di Stati amici o neutrali per rafforzare la resistenza contro la penetrazione nazista nell’Europa orientale. Il prezzo che l’Unione Sovietica pagò fu il disorientamento che il patto produsse nelle file del movimento comunista internazionale. Tuttavia, l’eroica lotta dell’Armata Rossa, del movimento partigiano e di tutto il popolo sovietico che culminò con la vittoria dell’URSS e con la rotta del nazismo, dimostrò come quel compromesso avesse assicurato la sopravvivenza dell’Unione Sovietica e posto le basi per la nascita di altre società socialiste.

Mi rendo conto di aver citato esempi macroscopici di storici compromessi, ma i principi su cui essi si sono basati dovrebbero essere validi anche per casi di minor portata politica.

Manno scrive: “In questi tempi di dominio ideologico imperialista/sionista gli sforzi dei cosiddetti “negazionisti”, come Faurisson, sono oggettivamente utili a riaprire il dibattito sull’ideologia del servitore padrone e del padrone servitore (si riferisce al rapporto tra lo Stato di Israele e gli USA, ndr.)”. Dunque un compromesso utile ad uno scopo valido, un’alleanza conveniente, malgrado le idee politiche di Faurisson.

Io sostengo che, al contrario, questo compromesso e quest’alleanza sono inutili e controproducenti.

Il dibattito sull’ideologia sionista, sull’uso politico ed economico dell’olocausto da parte dei sionisti e sulla conseguente natura e politica colonialista e razzista dello Stato di Israele è stato aperto da lungo tempo. Manno stesso, che è molto più preparato di me in materia, cita un numero considerevole di storici, anche israeliani che hanno illustrato e sviscerato l’argomento. È nell’interesse d’Israele e del suo potente alleato statunitense farli tacere. Divulgare gli scritti di Finkelstein (L’industria dell’olocausto), di Ilan Pappe e di numerosi altri storici ebrei e non è la giusta risposta per far emergere la verità storica.

La dissennata politica in difesa dei negatori dell’olocausto sortisce, invece, l’effetto diametralmente opposto a quello che Manno si propone: 1. perché getta discredito sui suoi sostenitori, non solo nella comunità scientifica, ma nell’opinione di chiunque sia dotato di un minimo di raziocinio. 2. perché compatta tutti gli ebrei, a qualunque condizione sociale appartengano, nella difesa dello Stato d’Israele sulla base di un nazionalismo reazionario. 3. perché provoca la reazione indignata e giustificata di tutte le associazioni (non solo delle comunità ebraiche), le quali preservano la memoria delle stragi naziste e lottano contro il razzismo e il fascismo che, come la realtà di ogni giorno insegna, sono tutt’altro che estinti.

Quello che Moffa e Manno ritengono un utile strumento per denunciare l’ideologia sionista e per sostenere la causa del popolo palestinese è un perfetto esempio negativo di compromesso inutile e dannoso.

Ebrei o sionisti?

Manno mi accusa di calunniare Claudio Moffa e di difendere i suoi aggressori.  “Così la Chiaia dimostra semplicemente il suo fanatismo filoebraico”.

Prima di entrare nel merito di quest’accusa stravagante che si riferisce a quanto ho scritto riguardo alla contestazione a Faurisson da parte di un gruppo di ebrei romani, devo premettere che, per quanto riguarda le religioni, sono atea e che riconosco un’unica razza: quella umana.

Non essendo stata presente ai “fatti” di Teramo, non ho preso posizione sulla loro dinamica, ma ho commentato che potevo comprendere la reazione indignata alle provocatorie affermazioni di Faurisson (ripetute anche nella conferenza stampa) da parte di chi, figlio di un deportato ad Auschwitz, era stato coinvolto personalmente nella tragedia del genocidio.

Avevo fatto notare che l’“aggressione” a Moffa, intervenuto in difesa di Faurisson, era stata, in un primo tempo, minimizzata dallo stesso Moffa (si vedano le sue dichiarazioni alla stampa). Ma successivamente, in un crescendo di criminalizzazione, gli “aggressori” erano stati chiamati facinorosi, mascalzoni, squadristi, fascisti e perfino accusati (nella lettera di Daniele Scalea), senza il beneficio del dubbio, di essere membri della Lega Ebraica di Difesa, branca italiana dell’americana J.D.L., organizzazione paramilitare, della quale l’autore della lettera (di cui ho citato ampi stralci nel mio scritto precedente), racconta tutte le malefatte, compreso l’assedio e il sequestro dei giudici del Tribunale Militare di Roma (giudizio sul caso Priebke), azione che ho potuto documentare essere del tutto falsa.  La mia frase sugli ebrei “non armati di spranghe di ferro e bastoni”, cui si appiglia Manno, era una citazione, appunto, di quella lettera.

Parallelamente, la difesa della libertà di espressione per Faurisson è passata dal vittimismo al martirio, con l’esibizione in primo piano del volto insanguinato di Faurisson (in seguito all’aggressione subita da questi a Parigi) che poteva sembrare, ai più distratti visitatori del sito, frutto dei fatti di Teramo.

Io non so se il figlio del deportato ad Auschwitz-Birkenau, matricola 180010, Cesare Di Porto, che gestisce una “bancarella” nei mercati rionali romani, sia soltanto un ebreo o anche un sionista e per giunta un membro dei gruppi di autodifesa. Quello che è certo è che è un venditore ambulante, e che un venditore ambulante non è un banchiere.

Ora, se è vero, come c’insegna Marx, che è l’essere sociale degli uomini che determina la loro coscienza e non viceversa e se è altrettanto vero che, in determinate condizioni storiche, molti proletari e ancor più sottoproletari interiorizzano il modo di pensare della borghesia, ritengo che non bisognerebbe mai dimenticare la collocazione di classe degli individui e che occorra agire di conseguenza, allo scopo di non regalare al nemico di classe nuovi adepti.

I bolscevichi riuscirono a dividere i contadini cosacchi senza terra dai cosacchi proprietari terrieri e a far confluire i primi nelle file del movimento contadino rivoluzionario che, con l’appoggio del governo sovietico, espropriava le terre dei grandi agrari. Perché non provare, sia pure nelle condizioni molto più sfavorevoli in cui ci è dato di vivere, a strappare alla classe nemica elementi della nostra classe?

Alla fine della sua risposta, Manno scrive di non voler imparare dalle mie “lezioni di leninismo” ma di voler andare direttamente alla fonte. Le mie “lezioni” sono un’esca, uno stimolo a studiare i testi di Lenin e degli altri teorici marxisti. Vada direttamente alla fonte, Manno, ci vada subito e non, come scrive, “quando lo riterrà opportuno”. Non potrà che trarne dei vantaggi.

                                                                                                       Adriana Chiaia

Milano, 19 agosto, 2007  

NOTE   

(1) Tra cui segnalo l’utile Enciclopedia del Medio Oriente, Teti Editore, Milano, aggiornata al 1991, di cui sarebbe indispensabile un ulteriore aggiornamento.

(2) Segnalo, tra i numerosi suoi saggi sul Vicino e Medio Oriente, l’opera collettiva del Gruppo di Ricerca sul Medio Oriente contemporaneo da lui presieduto il Dossier Palestina. NAKBA, l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra, edito dalla Fondazione Internazionale Lelio Basso per i diritti e la liberazione dei popoli, a cura delle Edizioni Ripostes, Roma 1988, e il libro Palestina e Israele: un confronto lungo un secolo tra miti e storia, Teti Editore, Milano, 1999. 

(3) Edward W. Said, La questione palestinese. La tragedia di essere vittima delle vittime, Gamberetti Editrice, Roma, 2001.

(4) Filippo Gaja, Le frontiere maledette del Medio Oriente, Maquis Editore, Milano 1991.

(5) Mauro Manno, “La natura del sionismo” in La questione sionista, AGINFORM, 2006.

(6) www.aginform.org e www.resistenze.org.

(7) Vedi Dizionario del comunismo nel XX secolo, a cura di Silvio Pons e Robert Service, 2 volumi, Giulio Einaudi editore, Torino, 2006.

(8) La prima crisi generale del capitale ebbe termine nel 1945 quando l’immane distruzione delle forze produttive, dovuta alla guerra, permise la ripresa del ciclo produttivo.

(9) Un bel tacer non fu mai scritto, Manuale di autodifesa politico-legale, a cura del Comitato Promotore della “Campagna contro l’art. 270 del C.p. e contro tutti i reati associativi”. Settembre 2005.

(10) “Ned, quando la Cia si traveste da rispettabile fondazione”, Le Monde diplomatique - il manifesto, luglio 2007.

(11) Oltre agli storici, cui mi sono riferita nel precedente scritto, segnalo le seguenti opere: A. S. Erusalimskij, Da Bismarck a Hitler, 2 volumi, Editori Riuniti, Roma 1974; A. S. Ierusalimski, L’imperialismo tedesco alla fine del secolo XIX, 2 volumi, Edizioni Rinascita, Roma, 1956. 

(12) http://www.org/aaargh/ital/archifauri/RF7908xxi.html.

(13) www.claudiomoffa.it

(14) Cfr. anche gli archivi sovietici consultabili scrivendo a: http://victory.rusarchives.ru/index.php?p=2;

http://victory.rusarchives.ru/index.php?p=21&arh_id=37.

(15) Vedi, ad esempio, il testo della relazione che Robert Faurissn svolse a Teheran. In: http://www.il cronista.org/fau250507.htm 

(16) Catalogo della mostra Erano solo bambini. Jasenovac tomba di 19.432 bambini e bambine, Museo delle vittime del genocidio, Belgrado 2006.

(17)  http://www.aginform.org/manno14html.

Adriana Chiaia

Laureata in matematica e fisica.
Traduttrice dallo spagnolo e dal francese. Studiosa dei problemi del movimento operaio internazionale e della costruzione del socialismo, con particolare riferimento all’Unione Sovietica e a Cuba. Ha collaborato a varie riviste, tra cui: IL BOLLETTINO del coordinamento dei comitati contro la repressione, IL FUTURO, Nuova Unità, IL CALENDARIO del popolo e AGINFORM. Collabora con vari sitiweb, tra cui quello di “resistenze” del “Centro di documentazione e cultura popolare” di Torino e AGINFORM. Ha partecipato a numerosi convegni, sia in Italia sia all’estero, con saggi e interventi su argomenti storici e politici.
Ha curato il libro Il proletariato non si è pentito (Edizioni Rapporti Sociali), curato e tradotto dallo spagnolo i seguenti libri: ATTUALITÀ del CHE Teti editore – Editorial José Martì, (1997); TANIA la Guerrigliera, Zambon editore e Zambon Iberoamericana, (2000); Il prezzo della vittoria, Zambon editore, (2002); curato e tradotto dal francese STALIN. Un altro punto di vista, Zambon editore (2005); curato l’edizione riveduta ed ampliata di La Rivoluzione d’Ottobre. Memorie e testimonianze dei suoi protagonisti, Zambon editore, (2006).
È curatrice, per lo stesso editore, della collana “le radici del futuro”.
Vive e lavora a Milano.

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