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Nessuna solidarietà per i negazionisti e per chi li sostiene: Riflessioni sui recenti avvenimenti di Teramo e oltre.
Nel momento in cui s’intensifica l’offensiva mediatica di ogni sorta di
rinnegati e di traditori degli ideali del movimento rivoluzionario e comunista, nel
momento in cui si riabilitano le spie e i collaborazionisti fascisti e i boia diventano
vittime e le vittime colpevoli, proprio non si sentiva il bisogno di un ritorno alla
ribalta dei negazionisti, come è accaduto a causa degli avvenimenti occorsi
all’Università di Teramo.
I fatti
Riassumiamo brevemente i fatti per coloro ai quali siano sfuggiti. Claudio
Moffa, professore ordinario di Storia e Diritto dell’Africa e dell’Asia presso la
Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Teramo, è il coordinatore del master ‘Enrico Mattei – Medio Oriente’, che si è svolto negli anni accademici 2005-2006
e 2006-2007, essendo stato inaugurato con una prolusione di Giulio Andreotti. Il
sito web del professor Moffa abbonda di giudizi trionfalistici sullo svolgimento del
programma del master, con molto rilievo agli apprezzamenti dei frequentanti.
Non si sono detti dello stesso parere numerosi docenti universitari, storici,
giornalisti, studiosi, donne e uomini di cultura e cittadini, che hanno firmato un
appello, rivolto al rettore e al preside della Facoltà di Scienze Politiche
dell’Università di Teramo e, per conoscenza, al ministro dell’Università e della
Ricerca e ai principali organi di stampa.
I firmatari mettono in discussione i contenuti e i metodi del master ‘Enrico
Mattei’. Richiamano il precedente di un convegno dal titolo ‘La storia
imbavagliata’ [svoltosi presso l’Università di Teramo dal 17 al 19 aprile 2007,
nell’ambito del master], durante il quale era stato proposto l’intervento in
teleconferenza del negazionista Robert Faurisson [non previsto dal programma] e il
fatto che venissero consigliati ai corsisti, come sussidi didattici, le opere di Carlo
Mattogno autore di testi [sui quali tornerò nel seguito di questo articolo. N.d.r.], in
cui si mette in discussione l’impiego criminale delle camere a gas ad Auschwitz.
Il motivo contingente della preoccupazione degli autori dell’appello riguarda la
decisione del professor Moffa di invitare, nell’ambito del programma del master
2007 (e, in un secondo tempo, del suo corso), Robert Faurisson, questa volta in
carne e ossa, a tenervi una conferenza.
I firmatari, dopo aver stigmatizzato come “insostenibili e mistificatorie” le tesi
sostenute e diffuse da Faurisson, dimostratesi false e pretestuose, nonché contrarie
ai risultati di decenni di ricerche di storici specializzati di tutti i paesi, ritengono
inaccettabile che queste tesi “ottengano la legittimazione implicita nel fatto che
vengano enunciate in un’aula universitaria”. Gli estensori dell’appello concludono
chiedendo al ministro dell’Università e della Ricerca e alle autorità accademiche di
esprimersi sul valore formativo del master ‘Enrico Mattei’, che essi ritengono
inferiore agli standard minimi di scientificità che devono valere in una università
della Repubblica, e propongono “all’Ateneo teramano e alla sua Facoltà di Scienze
Politiche di rendersi disponibili ad organizzare un seminario, aperto agli studenti,
che abbia al centro da un lato l’analisi dell’antisemitismo e del negazionismo e del
suo uso politico, dall’altro le vicende di persecuzioni e poi di deportazione che
travagliarono l’Abruzzo nel periodo 1938-1945.”(1).
Nel giro di pochi giorni l’appello ha ricevuto un’altissima adesione (più di
ottocento firme, e la raccolta prosegue) da ogni parte d’Italia, oltre a quella
scontata dei circoli e delle comunità ebraiche, dell’Associazione degli ex Deportati
nei campi di concentramento nazisti (ANED), di molti Istituti storici della
Resistenza, di alcune sedi dell’Anpi e di sopravvissuti allo sterminio nazista, quella
della stragrande maggioranza dei docenti universitari, degli storici d’indiscussa
fama e, più in generale, di persone del mondo della cultura e di semplici cittadini.
E’ seguito un contro-appello promosso e divulgato con carattere di urgenza dal
professor Moffa, che chiamava a raccolta i democratici rispettosi dell’art. 21 della
Costituzione italiana, perché si schierassero in difesa della libertà di espressione di
Faurisson, di Irving e di altri ‘studiosi’, cui era stato ed è impedito questo libero
esercizio con ogni tipo di vessazioni: dalle condanne penali, al carcere, all’esilio.
Anche questo appello porta in calce numerosissime firme.
Le cronache ci hanno informato sulle fasi successive della vicenda. Il rettore
dell’Università di Teramo ha impedito, chiudendo la Facoltà di Scienze Politiche,
che si svolgesse la conferenza di Faurisson in sede universitaria. E’ stata, quindi,
organizzata da Moffa una conferenza stampa, in cui il suo ospite ha ribadito in
sintesi le sue tesi: “le camere a gas dei campi di concentramento nazisti e
l’Olocausto degli ebrei sono un’unica colossale menzogna”. Al termine della
conferenza stampa, un gruppo di ebrei, alcuni dei quali figli o parenti di ex
deportati nei campi di sterminio, al grido di “Siamo noi le prove!”[i negazionisti
insistono sulla mancanza di prove dell’esistenza delle camere a gas. N.d.r.], hanno
verbalmente e, a quanto riferito, fisicamente aggredito il professor Moffa che si era
interposto a difesa di Faurisson, ‘reato’ per il quale alcuni di loro sono stati
denunciati. La rissa, o la commedia grottesca, alimentata dal contributo del
rappresentante di un gruppo della galassia fascista (Movimento idea sociale, legato
a Rauti) nelle improbabili vesti del difensore della democrazia, è finita con qualche
tafferuglio con le forze dell’ordine, con il divieto da parte del questore di svolgere
la conferenza in altra sede ‘per motivi di ordine pubblico’ e con
l’accompagnamento del protagonista principale, Faurisson, all’aeroporto più
vicino.
Questi fatti hanno avuto un lungo strascico, non ancora concluso. Tra i più
recenti sviluppi, le cronache hanno dato conto di due avvenimenti di segno
opposto. Una riunione del Consiglio di Facoltà di Scienze Politiche (del 15 giugno
u.s.) che ha deliberato: di garantire la conclusione del master per l’anno
accademico in corso; di integrare il Consiglio scientifico del master con tutti i
professori di ruolo della Facoltà, con funzione di garanzia e tutela; di inoltrare agli
organismi centrali dell’Ateneo la documentazione acquisita in vista della
sostituzione del coordinatore. Provvedimenti che avranno ovviamente un seguito di
carattere sindacale. Sul fronte opposto, ha avuto luogo il 16 giugno, presso un hotel
di Teramo, un convegno dal titolo: ‘La Costituzione tradita, una riflessione sulla
vicenda Faurisson’, con l’intervento, tra gli altri, di Augusto Sinagra,(2) avvocato
penalista e professore ordinario di diritto internazionale. Viene spontaneo chiedersi
se questo personaggio, sicuramente influente, ma il cui curriculum politico è
decisamente orientato verso la destra fascista più oltranzista e include una
vocazione irredentista per le terre italiane perdute (Fiume, Dalmazia), più volte
pubblicamente espressa, sia la persona più adatta a difendere la Costituzione della
Repubblica italiana, nata dalla Resistenza.
Nell’arco di tempo, in cui si è dispiegata la polemica in questione, il sito web
del master si è fatto carico di diffondere le lettere di solidarietà con Moffa e
Faurisson, e gli appelli nello stesso senso firmati da un numero rilevante di
persone, il cui elenco è interessante dal punto di vista sociologico e politico per la
sua eterogeneità [tornerò a parlarne in seguito. N.d.r.]. Non sono mancati, da parte
di Moffa e dei suoi sostenitori, colpi bassi ed attacchi personali particolarmente
velenosi (come la requisitoria contro il collega di Università, Aldo Bernardini, il
linciaggio morale del promotore dell’appello contrario al master, Brunello
Mantelli, e il dileggio di un gruppo di studenti critici nei confronti delle scelte
politico-didattiche di Moffa), toni che hanno portato la contesa agli infimi livelli
tipici degli scontri ‘politici’ attuali tra destra e sinistra di governo e di
opposizione, a cui si assiste in TV e, purtroppo, nelle aule parlamentari.
Perché dunque occuparci dell’argomento? Perché i fatti di Teramo ed alcuni
avvenimenti che li hanno preceduti, e che riguardano in senso lato la stessa
problematica, mettono all’ordine del giorno molte importanti questioni.
La prima: si può regolare per legge la ricerca storica?
Questa domanda si è posta in occasione della presentazione del disegno di
legge Mastella, che riprendeva, modificandole, alcune norme della legge Martino
sui reati di ‘apologia di fascismo’, e li estendeva alla negazione della Shoah,
all’incitamento all’odio razziale, ecc., stabilendo le pene relative.
In merito a questo disegno di legge è stato diffuso un appello, firmato da
numerosi storici e democratici, contro le limitazioni della libertà di espressione
sancite da norme di legge, e per la libertà della ricerca storica.
I firmatari si basano sul concetto che vietare l’espressione di determinate idee
(per esempio dei negazionisti dell’Olocausto), creerebbe un pericoloso precedente
per vietare qualsiasi espressione di verità che non sia quella di Stato.
Il testo dell’appello suscita alcune critiche ed obiezioni. Salta agli occhi il
passaggio in cui, per esemplificare le verità di Stato, imposte in altri tempi e in altri
luoghi, si elencano: “l’‘antifascismo’ nella Ddr, il socialismo nei regimi comunisti,
il negazionismo del genocidio armeno in Turchia, l’inesistenza di Tienanmem in
Cina”, frase che, per essere scritta da illustri storici abituati a spaccare un capello
in quattro, è incredibilmente rozza, oltre a fare, come si suol dire, di ogni erba un
fascio. E’ forse riprovevole che nella ex RDT si sia proceduto all’epurazione delle
persone compromesse con il nazismo e all’educazione della popolazione,
particolarmente giovanile, ai valori dell’antifascismo e della solidarietà tra i popoli,
che si sia condotta una lotta ideologica per estirpare la mala pianta del razzismo,
retaggio delle infami teorie naziste? Al contrario, nella Germania Federale, vetrina
della democrazia occidentale, non si è attuato alcun tipo di denazificazione, meno
che mai si sono applicate le misure contro le multinazionali che avevano tratto
enormi profitti dal lavoro coatto dei prigionieri di guerra e dei deportati e che,
ancor peggio, si erano rese complici dello sterminio degli internati nei campi di
concentramento nazisti. Misure stabilite nella dichiarazione firmata dagli Alleati e
dall’Unione Sovietica a Potsdam il 2 agosto 1945. Nella RFT si reclutavano le SS
nei servizi di intelligence statunitensi e si mettevano in salvo i capi nazisti e i loro
beni, trasferendoli in America Latina, mediante l’operazione Odessa(3). In quanto al‘socialismo nei regimi comunisti’ [si deve ripetere fino alla noia che nessun paese
socialista, cioè nella fase di transizione al comunismo, ha mai finora raggiunto la
fase del comunismo? N.d.r.], il socialismo è un’ideologia imposta per legge o un
sistema economico e politico che meriterebbe quanto meno di essere inserito in
una categoria meno raffazzonata? In Turchia la rimozione principale dello Stato
non è forse il riconoscimento dell’esistenza del popolo kurdo? I molto
contraddittori rapporti economici e sociali nella Cina attuale non meriterebbero ben
altre analisi di quelle incentrate soltanto sui fatti di Tienanmen? A parte ciò, gli
estensori dell’appello avrebbero potuto fare ben altri e più calzanti esempi di verità
assolute imposte per ordine governativo. Riferendosi al passato, non tanto remoto,
avrebbero potuto citare l’Istituto Nazionale Fascista, sottoposto al diretto controllo
di Mussolini, il Ministero della Cultura Popolare, creato con le ‘leggi
fascistissime’, fulcro della propaganda di regime. Avrebbero potuto citare il rogo
dei libri ‘sovversivi’ ad opera di studenti nazisti davanti all’Università di Berlino,
il 10 maggio 1933, sotto lo sguardo compiacente del dottor Goebbels, nuovo
ministro della Propaganda nazista. Ma no! Bisognava pagare il tributo all’andazzo
anticomunista sempre più in voga, rendersi accetti e credibili nelle sfere di quelli
che contano, entrare nel coro di coloro che hanno adottato l’abitudine di chiamare
‘stalinista’ e non ‘fascista’ qualsiasi misura e metodo repressivo, quasi un riflesso
pavloviano interiorizzato perfino da giornali, come il manifesto e Liberazione, che
recano sulla testata la qualifica di comunista.
Torniamo alla sostanza dell’appello. Domenico Losurdo, uno dei firmatari, nel
suo articolo comparso in un sito web (e poi pubblicato da l’ernesto), ci ricorda “la
condanna nel 1925 formulata da Gramsci della legge mussoliniana contro le logge
massoniche: essa in realtà mirava a spianare la strada per la repressione del
movimento operaio”.
A ben vedere, il paragone con le finalità dell’appello, di cui ci stiamo
occupando, non è così pertinente. Gramsci, nel suo celebre intervento alla Camera
dei deputati del 16 maggio 1925, non rivendica la libertà di associazione per tutti,
incluse le logge massoniche ma, ispirandosi da marxista a criteri di classe,
denuncia che la chiusura delle logge massoniche da parte del governo fascista nonè che un sintomo della lotta che quest’ultimo conduceva “contro la sola forza
organizzata efficientemente che la borghesia avesse in Italia, per soppiantarla
nell’occupazione dei posti che lo Stato dà ai suoi funzionari”(4). E continua: “Poiché
la massoneria passerà in massa al Partito fascista e ne costituirà una tendenza, è
chiaro che con questa legge voi sperate di impedire lo sviluppo di grandi
organizzazioni operaie e contadine (…) Concludendo: la massoneria è la piccola
bandiera che serve per far passare la merce reazionaria antiproletaria!”(5)
Il ‘manifesto degli storici’ contro il d.d.l. Mastella rivendica, invece, la libertà
di espressione e di ricerca storica per tutti, negazionisti compresi, illudendosi (o
fingendo di credere) che le libertà di espressione, di associazione, ecc., in una
democrazia borghese siano uniche, indivisibili e uguali per tutti, a somiglianza
della giustizia, come recitano le scritte che campeggiano nelle aule dei tribunali e
come ogni giorno la realtà s’incarica di smentire. Gli autori dell’appello si
guardano bene dal denunciare il pericolo intrinseco nelle finalità del disegno di
legge e delle leggi anti-negazioniste vigenti in altri paesi, come fa rilevare lo stesso
Losurdo nell’articolo sopra citato, quando mette in evidenza la discriminazione
insita nella legislazione anti-negazionista: mentre in essa si sancisce la condanna
dei negazionisti anche a pene detentive, “gli storici che si fanno beffe delle vittime
sovietiche della barbarie nazista (…) sono gli eroi della scena mass-mediatica
occidentale.”(6)
Ed è questo il punto. I negazionisti, che costituiscono il settore più reazionario,
le truppe di complemento dell’esercito revisionista, sono il bersaglio contingente e
apparente delle norme giuridiche proposte nel d.d.l. del ministro Mastella, tra
l’altro successivamente annacquate in sede di Consiglio dei ministri, con le
correzioni che la sempre tentennante compagine di centro-sinistra vi ha apportato,
e si possono già prevedere gli emendamenti che subiranno nel corso dell’iter
parlamentare. Comunque, questa legge si farà, anche allo scopo di allinearsi alla
legislazione in materia già vigente e applicata in Francia, in Inghilterra e in altri
paesi e che si tende ad estendere all’intera UE. Queste leggi sono, per dirla con
Gramsci, “la piccola bandiera” che, in realtà, serve a colpire coloro che si
oppongono alla lettura revisionista della storia del XX secolo, coloro che si
oppongono alla falsificazione della storia del movimento operaio rivoluzionario e
comunista e alla criminalizzazione del comunismo e che, con rigorose ricerche e
pochi mezzi – al contrario dei revisionisti, che godono dell’appoggio governativo e
delle sovvenzioni dei padroni dei maggiori mezzi di comunicazione – lavorano per
ristabilire la verità storica.
Il precario equilibrio in materia di ordinamento giudiziario tra gli Stati membri,
le forze politiche che compongono il Parlamento europeo e i suoi organi esecutivi– che hanno in questi giorni faticosamente approvato un compromesso al ribasso
sul Trattato costituzionale – rischia di venire ulteriormente alterato dall’ingresso
dei nuovi Stati ex socialisti, retti da governi reazionari, in particolare della Polonia,
ove vige una caccia alle streghe contro i comunisti, e degli Stati baltici, ove si
abbattono i monumenti ai soldati dell’Armata Rossa che li hanno liberati dal
nazismo. Il risultato più probabile è un peggioramento in senso reazionario dei
rapporti tra le tendenze politiche. In un clima, in cui sono già in voga le aberranti
equazioni nazismo=comunismo e Stalin=Hitler, in cui la Commissione europea è
arrivata a prendere in considerazione la proposta di due euro-deputati del Partito
popolare, l’ex presidente lituano Vytautas Landsberghis ed il suo collega
ungherese József Szajer, di vietare, insieme al simbolo della svastica, quello della
falce e martello, non è azzardato prevedere che le leggi cosiddette antinegazioniste
nascondano l’obiettivo sopra denunciato.
Le persecuzioni paventate sono già in atto. Annie Lacroix-Riz, professoressa di
storia contemporanea presso l’Università di Parigi VII e storica di rinomanza
internazionale è, da anni, oggetto delle persecuzioni di un’organizzazione di
nostalgici dell’Ucraina e della Russia “bianche”. Questa organizzazione, che è
arrivata al punto di minacciarla fisicamente, ha esercitato pressioni politiche su
deputati francesi, e si è rivolta perfino all’allora Presidente Chirac, affinché Annie
Lacroix fosse sanzionata dall’amministrazione dell’Università. Ci sono voluti una
vasta mobilitazione democratica di personalità della cultura a livello
internazionale, di associazioni e di militanti antifascisti e l’intervento dei sindacati
perché ciò non accadesse. Il ‘crimine’ di Annie Lacroix-Riz consiste nelle sue
ricerche storiche che smantellano – su rigorose basi documentarie – il luogo
comune, ormai fatto proprio anche dagli ambienti scientifici, del genocidio degli
Ucraini, che sarebbe stato programmato e perpetrato da Stalin durante la carestia
che colpì l’URSS negli anni 1932-33.
Gli attacchi contro la professoressa Lacroix non sono, tuttavia, terminati. Essi
minacciano la sua sicurezza fisica e il suo posto di lavoro e minano la serenità
necessaria per le sue ricerche storiche.
Grottesca l’accusa di ‘negazionismo’, mossa alla Lacroix, in un osceno
capovolgimento del termine.
La ricerca storica e le “verità” dell’anti-storico Faurisson
La ricerca storica è una scienza e, come tutte le scienze, non è immutabile nel
tempo riguardo ai suoi risultati, ma essa si arricchisce di sempre nuove scoperte, di
nuovi elementi che vanno a completare il quadro degli avvenimenti del passato. La
ricerca storica si avvale di fonti diverse: dalle testimonianze, ai documenti, agli
archivi resi man mano disponibili, fonti che devono passare al vaglio di un
controllo incrociato e di una rigorosa verifica prima di essere assunte. La sintesi
così costruita è la massima approssimazione possibile alla verità storica. Questa
continua rielaborazione non implica tuttavia che la ricerca storica, come ogni teoria
scientifica, non abbia dei punti fermi. Dal sistema copernicano non si ritorna al
sistema tolemaico.
Il lavoro di documentazione di quel museo degli orrori che furono i campi di
concentramento e di sterminio nazisti cominciò nei giorni seguenti alla loro
liberazione ad opera dei Sovietici e degli Alleati: dalle prime testimonianze dei
superstiti, poveri scheletri viventi, ammalati e feriti nel corpo e nello spirito, e
dall’esame degli edifici e delle installazioni, sottratti alla distruzione dei nazisti in
fuga nel tentativo di nascondere i loro orrendi delitti. La ricerca per ricostruire le
fasi e la metodologia dell’insano disegno di annientamento degli uomini e delle
cose, al fine di garantire alla razza eletta gli ‘spazi vitali’ cui essa avrebbe avuto
diritto, non si è mai fermata. In un recente articolo apparso su il manifesto(7), Enzo
Collotti, storico che dal dopoguerra si è dedicato allo studio del nazismo e autore
di libri fondamentali sul tema, segnala quella che egli chiama “una pietra miliare
della storiografia su Auschwitz”. Si tratta dell’opera della studiosa polacca, Danuta
Czech, dal titolo Kalendarium. Gli avvenimenti del campo di concentramento di
Auschwitz-Birkenau 1939-1945, nella quale si ricostruisce con un paziente lavoro
di archivio (proveniente in gran parte dai documenti originali tedeschi della
gestione del lager, scampati alla distruzione precedente all’arrivo dell’Armata
Rossa) il processo con cui ha preso forma la tragica macchina di morte del lager.
Rimando i lettori alla lettura dell’intero articolo, ma vale la pena di soffermarsi su
un suo passaggio. Riferendosi alla ricostruzione cronologica, che costituisce il
criterio dell’opera, Collotti scrive: “Dalle esecuzioni più primitive [cioè le
fucilazioni e le impiccagioni dei prigionieri polacchi e russi, il primo trasporto di
ebrei di varie nazionalità essendo arrivato il 30 marzo 1942. N.d.r.] si passa con un
crescendo alla morte tecnologica (le gassazioni). La prima selezione con gas ha
luogo il 4 maggio 1942.” Collotti riporta poi una citazione dal lavoro della Czech(8),
che annota per la data del 2 settembre 1942: “il medico del campo SS Kremer
scrive nel suo diario: ‘Presente per la prima volta ad un’azione speciale; fuori alle
3 di notte. In confronto qui l’Inferno di Dante mi sembra quasi una commedia. Non
per niente Auschwitz è definito campo di sterminio!’”. E Collotti commenta:“potrebbe essere l’epigrafe dell’intero Kalendarium.
Mi sono soffermata su questo punto perché, se il chiodo fisso delle
farneticazioni di Faurisson (e degli altri negazionisti) è l’inesistenza delle camere a
gas nei campi di concentramento, egli, come vedremo in seguito, nega anche lo
stesso disegno hitleriano, che prevedeva lo sterminio non solo degli ebrei, ma di
tutti i ‘sottouomini’, che si opponevano o semplicemente intralciavano con la loro
sola esistenza il piano nazista di espansione verso Oriente.
Per chi volesse, vincendo il disgusto e il disappunto per il tempo perduto,
documentarsi sulle concezioni negazioniste, può, visitando l’apposito sito su
Internet(9), leggersi la lunga intervista (del 1979) rilasciata al periodico Storia
Illustrata da Robert Faurisson ed anche, sempre nello stesso sito web e con
riferimento ad un successivo numero della rivista, le risposte di Faurisson alle
argomentazioni di Enzo Collotti.
Nell’ambito di questo lavoro, mi limiterò a citare alcune risposte di Faurisson
al suo intervistatore confrontandole con fonti storiche d’indiscutibile valore
scientifico, allo scopo di metterle a disposizione dei compagni e dei lettori (e sono
la maggioranza) che, assillati dai gravi problemi di lavoro e dalle sempre peggiori
condizioni di vita, non hanno il tempo per informarsi direttamente.
“… In effetti io dico che queste famose ‘camere a gas’ omicide non sono altro
che una frottola di guerra”, “…si dà prova di completa disonestà quando si
presentano come delle ‘camere a gas’ omicide le autoclavi destinate in realtà alla
disinfestazione degli abiti con il gas”, “un’altra forma di gassazione realmente
esistita nei campi tedeschi è la gassazione degli edifici per sterminarvi i parassiti.
Veniva allora impiegato quel famoso Zyklon B sul quale si è costruita una
fantastica leggenda”.
Faurisson ammette che i forni crematori siano realmente esistiti, “…ma la
cremazione non è fatto più grave o più criminale dell’inumazione. I forni crematori
costituivano un progresso dal punto di vista sanitario nel caso di rischi di epidemie.
Il tifo ha imperversato in tutta l’Europa in guerra. La maggior parte di cadaveri che
con tale compiacimento ci vengono mostrati in foto sono chiaramente [sic!]
cadaveri di tifici.” “…Così facendo si punta sulla repulsione o sull’oscura
inquietudine della gente abituata all’inumazione…”.
Viene fatto di commentare, con amara ironia, che, per ovviare a tale
inquietudine, i nazisti provvidero alla ‘inumazione’ di migliaia di cadaveri, gettati
nelle fosse, in determinate circostanze (quando: “Perfino le camere a gas
risultarono insufficienti e si dovette ricorrere alle fucilazioni in massa…”(10)) e nelle
zone sovietiche occupate: vedi, ad esempio, il burrone di Babij Jar, nelle vicinanze
di Kiev, dove per giorni e giorni funzionarono ininterrottamente le mitragliatrici,
mentre venivano ammucchiati, strato su strato, i cadaveri di almeno ventimila ebrei
e di persone di altre nazionalità.
Sulle ditte fornitrici del gas Zyklon (o Ciclon) B (in quantità industriale) e sulle
ditte specializzate nella costruzione di forni crematori e delle relative attrezzature
(ascensori, carrelli trasportatori di cadaveri) esiste la documentazione
incontrovertibile degli originali delle relative offerte, ordinazioni e fatture. Per non
parlare della responsabilità dei banchieri, che erano a conoscenza dell’origine degli
oggetti di valore sottratti ai deportati (persino le protesi dentarie d’oro strappate ai
cadaveri!), vero e proprio bottino di guerra che veniva depositato nelle banche,
come risultò nel processo di Norimberga.(11)
Incurante di queste prove ineccepibili, il Faurisson spende pagine e pagine per
dimostrare l’impossibilità ‘tecnica’ dell’uso delle camere a gas. Uno dei suoi
argomenti è il pericolo mortale cui sarebbero stati esposti i guardiani dei campi
nell’estrarre dalle camere a gas i cadaveri intrisi della sostanza velenosa. E qui
arriva a falsificare la testimonianza di Höss, uno dei comandanti del campo di
Auschwitz, quando sostiene, nella suddetta intervista, che, secondo le
testimonianze dei nazisti, “la squadra incaricata di ritirare i cadaveri dalle ‘camere
a gas’ penetrava nel locale sia “immediatamente” sia “poco dopo” la morte delle
vittime. “Io dico – sentenzia Faurisson – che questo punto da solo costituisce la
pietra di paragone delle false testimonianze, perché vi è qui impossibilità fisica”.
Höss invece spiegò davanti ai giudici, con l’abituale cinismo e con teutonica
precisione, che “dopo venti o trenta minuti quando il grande ammasso di carne
nuda aveva cessato di contorcersi, delle pompe aspiravano l’aria avvelenata, la
grossa porta veniva aperta e gli uomini del Sonderkommando intervenivano (si
trattava di ebrei ai quali era stata promessa salva la vita e un vitto adeguato in
cambio dei più macabri tra tutti i lavori. Immancabilmente e regolarmente costoro
venivano poi eliminati e sostituiti da nuove squadre cui era riservato lo stesso
destino. Le SS non volevano che sopravvivessero persone che potessero parlare).
Protetti da maschere antigas e da stivali di gomma e maneggiando tubi di gomma
iniziavano la loro opera. Reitlinger l’ha così descritta: ‘Il loro primo compito era
togliere il sangue e gli escrementi prima di staccare, mediante lacci e uncini, i
morti aggrappati gli uni agli altri, preludio alla macabra ricerca dell’oro,
all’estrazione dei denti e al taglio dei capelli, gli uni e gli altri essendo considerati
dai tedeschi materiali di importanza bellica. Poi il trasporto ai forni, in ascensore o
in vagoncini su binari, la macina dei resti fino a ridurli in cenere fine, l’autocarro
che portava queste ceneri nelle acque del fiume Sola’”.(12)
Veniamo ora ad un tema più generale su cui si basa la concezione ‘teorica’ di
Faurisson riguardo al ‘problema’ ebraico.
Egli sostiene che: “Hitler non ha mai fatto uccidere una persona in quanto
ebreo” e ancora: “Tra Hitler e gli Ebrei c’è stata una guerra senza pietà. (…) La
comunità ebraica internazionale ha dichiarato guerra alla Germania il 5 settembre
1939”. “Le parole di Hitler: ‘Gli Ebrei e gli alleati vogliono annientarci, ma
saranno loro ad essere annientati’ fanno parte della propaganda bellicosa abituale
durante tutte le guerre da un lato e dall’altro dei belligeranti”.
Per la precisione Hitler, nel discorso davanti al Reichstag del 30 gennaio 1939,
disse: “…Se la finanza internazionale diretta dagli ebrei dentro e fuori dall’Europa
dovesse far precipitare i popoli in una seconda guerra mondiale, il risultato finale
non sarebbe la bolscevizzazione dell’universo ossia la vittoria dell’ebraismo, ma
bensì lo sterminio della razza ebraica in Europa!…”(13)
Come si sa, fu Hitler a scatenare la Seconda Guerra mondiale con le annessioni
e le invasioni che avrebbero dovuto realizzare il suo sogno imperialista di Nuovo
Ordine mondiale. In quanto agli ebrei, i nazisti avevano cominciato la loro guerra
da un pezzo: con l’introduzione della categoria dell’Untermensch (sottouomo): “L’essere inferiore – quella creazione della natura apparentemente identica
all’uomo sotto il profilo biologico, con mani, piedi ed una specie di cervello (…) è
invece una creatura spaventosa del tutto diversa dall’uomo; è solo un tentativo di
uomo (…) spiritualmente ed intellettualmente si trova ad un livello inferiore a
quello di tutti gli animali (…) e questo sottobosco degli esseri inferiori trovò il suo
Capo: l’eterno ebreo!…” (Dall’Ufficio Centrale delle SS).(14)
A queste premesse ideologiche erano seguite le leggi a difesa della purezza
della razza: Legge per la cittadinanza del Reich, 15 settembre 1935: “cittadino del
Reich è soltanto l’appartenente allo stato di sangue tedesco o affine il quale con il
suo comportamento dia prova di essere disposto ed adatto a servire fedelmente il
popolo ed il Reich tedesco. Legge “per la protezione del sangue e dell’onore
tedesco”, 15 settembre 1935, che proibiva i matrimoni tra ariani ed ebrei. Effetti
della Legge per la protezione del sangue: a) … non può addossarsi a persona di
sangue tedesco la colpa di aver rifiutato il rapporto matrimoniale o di aver
ripudiato del tutto il coniuge ebreo…, b) pena di morte per offesa alla razza.
Misure espiatorie antiebraiche, 12 novembre 1938: a) decreto dell’incaricato del
piano quadriennale, Göring, riguardante un tributo espiatorio degli ebrei di
cittadinanza tedesca; b) decreto del medesimo per l’allontanamento degli ebrei
dalla vita economica; c) ordinanza del presidente della camera di cultura del
Reich, Goebbels (proibiva la partecipazione degli ebrei alla vita culturale).
Ordinanza di polizia riguardante la comparsa di ebrei in pubblico, 28 novembre
1938 (impediva la circolazione degli ebrei in determinati quartieri e la comparsa
in pubblico in determinate ore del giorno e della notte)”(15).
Sono del 1941 le leggi relative all’introduzione del lavoro coatto per la
popolazione ebrea e l’introduzione dell’obbligo di portare la stella ebraica. Esse si
riferivano, oltre che al territorio della Germania, ai Governatorati, cioè ai territori
occupati dal Reich.
È vero che alla soluzione finale si arrivò per gradi. Essa, in una prima fase,
prevedeva l’emigrazione forzata degli ebrei fuori dai confini della Germania
(previa confisca dei loro beni), successivamente si prese in considerazione il loro
impiego nel lavoro coatto fino al loro esaurimento fisico, ma quando il Reich si
trovò a gestire una popolazione di milioni di ebrei, deportati dai paesi dell’Est
(Polonia, Cecoslovacchia, Russia) e dell’Ovest (Francia, Olanda, Italia), a parte
l’impiego nel lavoro coatto della componente giudicata più adatta, fu scelta la
strada dello sterminio, già precedentemente presa in considerazione.
Il “processo verbale” che Faurisson descrive come segue: “testo dattilografato
da autore anonimo, su carta ordinaria, senza indicazione né di luogo né di data né
di provenienza: non c’è la minima firma, la minima intestazione, il minimo
riferimento né di provenienza né di destinazione…” è il cosiddetto Wannsee-Protokoll che fornisce i ragguagli circa i termini della ‘soluzione finale’.“Il 20 gennaio 1942 Heydrich chiarì a un consesso di alti funzionari delle SS
gli obiettivi della Endlösung nei confronti di 11 milioni di ebrei d’Europa (…):
ossia il loro trasferimento in massa verso l’oriente russo e il loro impiego come
manodopera per conto del Terzo Reich. Ciò significava semplicemente che erano
state finalmente scelte le modalità pratiche per l’eliminazione degli ebrei, ossia
l’annientamento mediante il lavoro.”(16)
Per il testo integrale del Protocollo di Wannsee e per l’elenco dettagliato dei
partecipanti alla seduta (resoconto indicato con timbro: ‘Affare segreto’ del Reich)
rimando alla nota(17).
Sulle leggi razziali contro gli ebrei e sul loro sterminio programmato, Faurisson
dichiara, sempre nell’intervista a Storia Illustrata cui ci riferiamo: “…In certe
parti d’Europa [Hitler] ha fatto portare ai suoi nemici [gli ebrei] un segno che li
distinguesse: la stella ebraica (dal settembre 1941 in Germania e dal giugno 1942
nella zona nord della Francia). Coloro che portavano la stella non potevano
circolare liberamente, e solo in certe ore; erano come prigionieri in libertà vigilata.
Forse più che del problema ebraico Hitler si preoccupava di garantire la sicurezza
del soldato tedesco, il quale era incapace di distinguere gli ebrei dai non ebrei.
Questa stella glieli designava (…). Lo so che ragazzi di 15 anni non potevano
costituire un pericolo e che non li si sarebbe dovuti costringer a portare la stella.
Per convincersi del contrario ci sono attualmente abbastanza racconti e memorie
di ebrei in cui si narra come i loro ragazzi svolgevano ogni specie di attività
illecita o di resistenza contro i tedeschi.”
Sui campi di sterminio Faurisson dice: “Un campo può essere definito di‘sterminio’ solo se vi si sterminano degli uomini. (…) La tremenda epidemia di
tifo di Bergen-Belsen non ha trasformato questo campo (per la maggior parte
senza reticolati) in un campo di sterminio. Quei morti non sono un crimine,
ovvero sono solo un crimine dovuto alla guerra e alla follia degli uomini (...)
migliaia di detenuti sono morti di tifo.”
Ma dove Faurisson supera se stesso è nella descrizione del lager di Auschwitz:“La preoccupazione principale dei tedeschi, a partire dal 1942, era di mettere al
lavoro tutti questi internati (tranne gli inabili e, sembra, gli zingari) per vincere la
guerra. Ad Auschwitz esistevano persino dei corsi di formazione professionale per
giovani dai 12 ai 15 anni, per muratori, per esempio. I responsabili tedeschi (…)
insistevano per ottenere il maggior numero possibile di ‘abili al lavoro’. I governi
stranieri, da parte loro, insistevano perché le famiglie non fossero smembrate e
perché vecchi e bambini si aggregassero ai convogli”.
E, ancora, un’altra perla su Auschwitz. Faurisson, riferendosi ad una foto [vedi
seconda intervista di cui mi occuperò in seguito]: “Ciò che mi colpisce di questa
foto (…) è il comportamento degli ufficiali, dei soldati e dei medici tedeschi. Non
si ha l’impressione di essere in presenza di isterici in elmetto, che maneggiavano il
nerbo, ma di uomini calmi che ricevevano i convogli e dividevano coloro che
arrivavano in diversi gruppi…”.
Insomma, un vero e proprio comitato di accoglienza!
Faurisson esalta il coraggio di un tale Paul Rassinier che ha posto agli ‘storici
ufficiali’, chiamati anche ‘sterminazionisti’, una serie di domande che li avrebbero
inchiodati alle loro ‘menzogne’, tra di esse, la più inaudita: “Questo ammasso di
scarpe significa che si sono gassate delle persone in questo campo oppure che
molti detenuti di questo campo erano proprio impiegati a fabbricare scarpe?”
Passiamo ora ad occuparci, pur brevemente, di una seconda intervista rilasciata
a Storia Illustrata, intitolata: “Faurisson replica a Collotti” [reperibile nel
medesimo sito web indicato nella nota 7]. “Come per la precedente intervista,
anche per la replica – avverte prudentemente la premessa redazionale – le foto e
le didascalie che la accompagnano e commentano sono di Robert Faurisson. (Le
foto e il testo di Collotti non sono presenti qui).”
In questo nuovo testo Faurisson, oltre a ribadire i suoi argomenti favoriti sulle
camere a gas e sull’inesistenza di prove al riguardo, è perentorio nel giudizio
sull’attendibilità delle foto e sulle relative didascalie: “Nessuna delle sei foto
proposte con la risposta del professor Collotti apporta il minimo accenno di prova
in favore della realtà delle pretese ‘camere a gas’ o del preteso ‘genocidio’” e
allerta i lettori: “Osservate bene le sei foto…Poi leggete bene le didascalie che le
accompagnano. Misurate quindi l’enorme distanza che corre tra ciò che ciascuna
delle foto mostra e ciascuna delle cose che si fa loro dire.”
Nella sua furia demolitrice della memoria, che una seria ricerca storica ha
faticosamente e dolorosamente ricostruita, Faurisson riesce perfino ad insozzare
quella che è l’immagine simbolo della deportazione: il bambino con le mani alzate
davanti al mitra puntato del milite delle SS. Secondo Faurisson, non si trattava di
deportazione, ma di una semplice misura di sicurezza “in occasione dell’arrivo a
Varsavia di una importantissima personalità tedesca”. E non basta, secondo le
assai discutibili fonti del ‘professore dell’Università di Lione’ – come indica
rispettosamente la nota redazionale – il ragazzo della foto, portato in un posto di
polizia fu in seguito rilasciato; non fu ucciso e divenne un ricchissimo banchiere
londinese [!].
Aggiungiamo un esempio di deduzione che sfugge alle leggi della logica, oltre
a contraddire una ormai consolidata verità storica sulla connivenza del Vaticano
con i regimi fascisti. Nella suddetta intervista Faurisson afferma: “Ciò che più
forse oggi mette in imbarazzo Croce Rossa e Vaticano è dover confessare che: ‘A
dire il vero, noi avevamo forse sentito parlare di simili cose (camere a gas e
genocidio), ma abbiamo pensato, di fronte alla mediocre qualità delle
informazioni e degli informatori, che si trattasse di pura e semplice intossicazione
da propaganda di guerra’. Se le autorità del Vaticano e della Croce rossa hanno
pensato così – commenta il nostro negazionista – allora, a mio modo di vedere,
hanno ragionato in modo giusto…”.
Bisogna aggiungere che le ‘teorie’ di Faurisson, di cui abbiamo dato solo
alcuni esempi, costituiscono un monumento alla menzogna da un lato e
all’omissione dall’altro.
Faurisson, che si fa in quattro per dimostrare l’inesistenza delle camere a gas,
ignora o finge di ignorare che ci furono altre forme di gassazione: quelle con
l’impiego delle esalazioni di monossido di carbonio o dei gas di scarico dei motori
dei camion trasformati in furgoni a chiusura ermetica, dove venivano ammassate
le vittime. Il sadico comandante del campo di Auschwitz, Höss, ne parlò
diffusamente nel corso del processo di Norimberga. Con cinico orgoglio
professionale disse: “La ‘soluzione finale’ del problema ebraico significava il
completo sterminio di tutti gli ebrei d’Europa. Mi fu dato l’ordine, nel giugno del
1941, di creare, ad Auschwitz, installazioni per lo sterminio. A quel tempo nel
Governatorato generale della Polonia esistevano già altri campi di sterminio:
Belzec, Treblinka e Wolzek (…). Feci una visita a quello di Treblinka per vedere
come si procedeva allo sterminio. Il comandante del campo di Treblinka mi disse
di aver liquidato 80.000 persone nel corso di un semestre. (…) Egli usava
monossido di carbonio. Ma io non ritenni che i suoi metodi fossero molto
efficienti, per cui quando ad Auschwitz organizzai i locali per lo sterminio usai il
ciclon B, acido prussico in cristalli che veniva fatto cadere nelle camere della
morte da una piccola apertura…”(18).
Faurisson mette in dubbio la credibilità delle confessioni dei capi nazisti che
testimoniarono sui loro delitti a Norimberga e negli altri processi indetti dagli
americani, inglesi, polacchi e sovietici. La sua tesi è che gli accusati furono
torturati dai “guardiani stalinisti polacchi”, e dai poliziotti americani e inglesi.
Accusa inoltre gli avvocati difensori che, secondo lui, avrebbero consigliato ai
loro assistiti di confessare, asserendo il falso, per salvarsi dalla forca.
Faurisson ignora o finge di ignorare che le tattiche difensive degli accusati
furono diverse. Alcuni, come Höss, decisero di vuotare il sacco nascondendosi
dietro la giustificazione di obbedienza agli ordini superiori. La tattica dei
principali esponenti nazisti fu invece quella di dichiarare di essere stati all’oscuro
di quello che avveniva nei lager e di scagionare Hitler.“Dinanzi ai giudici del processo di Norimberga, la maggior parte degli
esponenti nazisti imputati di crimini di guerra e contro l’umanità protestò di non
avere mai saputo nulla degli efferati delitti di cui era stato teatro l’impero
dominato dal Terzo Reich. (…) Il governatore della Polonia, Hans Frank, il quale
era stato uno dei più feroci premeditatori dello sterminio degli ebrei, nella lunga
autodifesa scritta nel carcere di Norimberga protestò la sua innocenza: non
soltanto egli non aveva alcuna responsabilità per quanto era accaduto ma non
aveva mai sentito parlare di Maidanek o di Treblinka, di Sobibor o di Auschwitz:
le buone idee di Hitler erano state tradite e guastate dai cattivi metodi di
Himmler…”(19). Allo stesso criterio si attenne, tra gli altri, Alfred Rosenberg, uno
dei maggiori responsabili della furia antisemita e antislava.
Faurisson concentra i suoi sforzi nel demolire quello che chiama il ‘mito’ della
Shoah, ma ignora o finge di ignorare tutte le altre vittime dello sterminio nazista a
cui dedica qualche breve cenno: i politici (triangoli rossi), gli omosessuali
(triangoli rosa), gli zingari, gli apolidi deportati nei campi di sterminio. In totale, i
deportati furono 12 milioni (tra uomini, donne e bambini), di cui 11 milioni di
sterminati (circa la metà erano ebrei)(20).
In generale – cosa ancor più grave – ignora o finge di ignorare il piano di
colonizzazione imperialista del Terzo Reich. Un piano organico, il ‘Nuovo
ordine’, che prevedeva tutti gli aspetti dello sfruttamento dei territori occupati
dell’Unione Sovietica e della riduzione in schiavitù dei popoli sottomessi: dal
lavoro coatto all’appropriazione delle risorse, all’istruzione, alla salute, ecc.
Riportiamo alcuni esempi delle idee molto chiare di Hitler al proposito:“Per dominare i popoli che abbiamo sottomessi nei territori ad est del Reich,
dovremo di conseguenza rispondere nella misura del possibile ai desideri di libertà
individuale che essi potranno manifestare, privarli dunque di qualsiasi
organizzazione di Stato e mantenerli così a un livello culturale il più basso
possibile. Bisogna partire dal concetto che questi popoli non hanno altro dovere
che servirci sul piano economico. Il nostro sforzo deve dunque consistere nel
trarre dai territori che essi occupano tutto quanto se ne può trarre…”.“In fatto di organizzazione amministrativa, il massimo che si possa loro
concedere è un’amministrazione comunale (…). Ma nel creare tali comunità di
villaggi, dovremo procedere in modo che delle comunità vicine non possano
fondersi tra loro. Per esempio, avremo cura di evitare che una chiesa unica serva
un ampio territorio. Insomma il nostro interesse sarebbe che ogni villaggio avesse
la propria setta, che coltivasse la propria nozione di Dio. E se, come gli indiani e i
negri, alcuni avessero a celebrare culti magici, non ci dispiacerebbe affatto.
Dobbiamo moltiplicare, nello spazio russo, tutte le cause di divisione (…). E,
soprattutto, che non si veda spuntare la ferula dei nostri pedagoghi, con la loro
mania di educare i popoli inferiori e la loro mistica della scuola obbligatoria!
Tutto quanto i russi, gli ucraini, i kirghisi potrebbero imparare a scuola (non fosse
altro che a leggere e scrivere) finirebbe per volgersi contro di noi.(…) Meglio
installare un altoparlante in ogni villaggio: dare alcune notizie alla popolazione, e
soprattutto distrarla. (…). La radio non dovrà impicciarsi di offrire ai popoli
sottomessi conversazioni sul loro passato storico. No, musica e ancora musica! La
musica leggera provoca l’euforia del lavoro (…). La sola cosa da organizzare nei
territori russi è una rete di comunicazioni. Ecco una condizione indispensabile al
razionale sfruttamento economico del paese…”. “Circa l’igiene delle popolazioni
sottomesse, è perfettamente inutile farle beneficiare delle nostre cognizioni. Il
risultato principale di una tale iniziativa sarebbe un aumento enorme del numero
degli abitanti. Perciò proibisco assolutamente di organizzare campagne di igiene e
di pulizia in dette regioni. In tali territori la vaccinazione obbligatoria dovrà
praticarsi solo ai tedeschi…”(21).
Faurisson ignora o finge di ignorare un altro cardine dell’ideologia nazista e
cioè l’identificazione del bolscevismo con l’ebraismo e la loro comune
demonizzazione:
“Ebrei furono coloro che inventarono il marxismo. Ebrei sono quanti da
decenni tentano con esso di rivoluzionare il mondo, ebrei sono quelli che ancor
oggi si trovano alla sua testa in tutti i paesi. Soltanto nel cervello di un nomade
senza razza senza popolo e senza spazio poteva essere escogitata questa
diavoleria, e soltanto grazie alla mancanza di coscienza di diavoli in carne ed ossa
essa poté passare all’attacco rivoluzionario, poiché il bolscevismo non è altro che
il materialismo brutale, che specula sugli istinti più bassi; esso si serve nella sua
lotta contro la civiltà occidentale degli istinti più oscuri dell’uomo nell’interesse
del giudaismo internazionale.”(22).
Faurisson ignora o finge di ignorare che la guerra santa contro il bolscevismo
giustificò per i capi nazisti il feroce trattamento riservato ai prigionieri di guerra
sovietici:
“… I prigionieri di guerra russi erano più numerosi di tutti gli altri messi
insieme – essi ammontavano a circa cinque milioni e 250.000 (…). Due milioni di
essi morirono in cattività – di fame, di freddo, di malattia…”(23).
Faurisson ignora o finge di ignorare il terrore pianificato con il quale si sarebbe
condotta l’Operazione Barbarossa. Ai primi di giugno del 1941 Hitler convocò i
capi delle tre armi e dettò loro la sua volontà:“La guerra contro la Russia sarà tale da non poter venire condotta in modo
cavalleresco. È una lotta fra ideologie e razze diverse e dovrà essere combattuta
con una durezza, una spietatezza e una inesorabilità senza precedenti. Tutti gli
ufficiali dovranno sbarazzarsi delle loro idee invecchiate (…). Io insisto
assolutamente perché i miei ordini siano eseguiti senza discutere. I commissari
[sovietici. N.d.r.] sono gli esponenti di ideologie del tutto opposte al
nazionalsocialismo. Per cui i commissari dovranno venire eliminati. Saranno
scusati… quei soldati [tedeschi. N.d.r.] che violeranno le leggi internazionali. La
Russia non ha partecipato alla convenzione dell’Aja, quindi non ha nessun diritto
d’appellarsi a tali leggi.”(24)
In definitiva, con la sua ‘ricostruzione storica’ fatta di menzogne, di
ridimensionamenti d el numero delle vittime e di interessati silenzi, Faurisson
finisce per riabilitare il nazismo. Alla domanda in questo senso dell’intervistatore
di Storia Illustrata, egli risponde evasivamente:“… Ciò che bisogna preoccuparsi di riabilitare o ristabilire è la verità storica
(…). Se un vecchio nazista venisse a dirmi che le pretese ‘camere a gas’ e il
preteso ‘genocidio’ degli ebrei sono una sola e unica menzogna storica lo
approverei come se mi dicesse che due e due fanno quattro. Non andrei oltre e lo
lascerei alle sue idee politiche.” Faurisson prosegue arrampicandosi sugli specchi:“… non vorrei dare l’impressione di cercare, poco o tanto, di fare l’apologia del
nazismo. Credo persino di poter presentare un’analisi severa di questo genere di
ideologia. Ma non proporrò questa analisi fintanto che il falso nazismo con il
quale ci stancano gli ‘sterminazionisti’ non sarà stato denunciato dall’insieme
degli storici ufficiali. Queste persone attaccando un nazismo che non è mai
esistito, danno l’impressione di essere incapaci di aggredire la realtà di ciò che il
nazismo è stato.”
Se l’ironia prevalesse sull’indignazione, dovremmo concludere che aspettiamo
ansiosamente che Faurisson finalmente ci renda edotti della sua analisi del
nazismo.
Ma se le teorie dell’eroe dei fatti di Teramo sono, come le abbiamo definite,
un castello di menzogne e di omissioni, perché occuparsene?
Perché il loro diffondersi, veicolato dall’irresponsabilità di taluni ‘difensori
della libertà’ di divulgazione della menzogna, comporta delle gravi conseguenze.
Conseguenze sulla formazione culturale giovanile
Principale conseguenza di cui denunciare la pericolosità è l’approccio spesso
acritico con le teorie negazioniste alle quali soprattutto i giovani accedono
attraverso i siti on-line. La ‘navigazione’ in Internet, facilitata dai motori di
ricerca, è un potente mezzo tecnologico per reperire un immenso bagaglio di
informazioni, e per questo motivo è di grande utilità. Nello stesso tempo, tuttavia,
Internet è anche una discarica di rifiuti tossici informativi.
Per fare un esempio, restando nell’ambito del nostro argomento, ‘navigando’ in
quella discarica, ci si può imbattere nel sito di un certo Carlo Mattogno, che si
autodefinisce ‘l’unico negazionista italiano’ e, pertanto, senz’ombra di modestia,
sostiene che il disegno di legge Mastella sia stato fatto appositamente contro di
lui. Questo signore, per non essere da meno dei suoi colleghi stranieri, dei quali
peraltro ripete ossessivamente le note tesi, mette in discussione le finalità e
l’esistenza di un forno crematorio nella Risiera di San Sabba, unico campo di
sterminio sul territorio italiano (gli altri, di Fossoli e di Borgo S. Dalmazzo,
furono concepiti come campi di raccolta di prigionieri da deportare nei lager
nazisti). Nella Risiera di San Sabba, definita dallo storico triestino, Elio Apih, “un
microcosmo delle forme e dei modi della politica nazista di repressione e di
sterminio…”25, furono trucidati migliaia di antifascisti italiani, sloveni, croati e
jugoslavi e di ebrei deportati per motivi razziali. I loro cadaveri furono bruciati nel
forno crematorio appositamente costruito. È una verità incontrovertibile, tangibile
per la sua ubicazione, per la possibilità di verificarne le strutture; la sua funzione è
suffragata da mille prove, eppure un cosiddetto storico, in cerca di visibilità e
notorietà, tenta di demolirla mediante stravaganti illazioni e ridicole motivazioni‘tecniche’. C’è da sottolineare che la maggior parte dei suoi studi è pubblicata da
case editrici e da riviste d’ispirazione fascista e nazista, come: Sentinella d’Italia,
Avanguardia, L’uomo libero e Orion, a riprova di quanto sia sottile la linea di confine tra negazionismo e fascismo.
Ma il giovane, o giovanissimo ed inesperto ‘navigatore’, che spesso è ancora
affetto da ribellismo generazionale, per il fascino che emanano su di lui le idee
contro-corrente, è incline ad accettarle.
La pericolosità – soprattutto per i giovani – del facile accesso ad informazioni
di discutibile se non inesistente valore storico e scientifico consiste nel fatto che
questo tipo d’informazione gode di condizioni di netta superiorità nei confronti
della circolazione limitata delle pubblicazioni di fondata serietà scientifica,
penalizzate dalla loro più difficile reperibilità. Il risultato è una fuorviante
formazione intellettuale e politica di molti fruitori di Internet. In particolare per
quei giovani lavoratori e studenti-lavoratori che, sollecitati da un’onnivora sete di
conoscenza, passano molte ore notturne inchiodati al computer (e si tratta soltanto
di una piccola parte della popolazione giovanile proletaria). Le conseguenze di
questo tipo non equilibrato di apprendimento comportano, nel migliore dei casi,
un ostacolo e un ritardo nella presa di coscienza della loro appartenenza di classe e
quindi della conquista di una visione del mondo indipendente da quella della
borghesia e, nel peggiore dei casi, l’interiorizzazione di punti di vista reazionari.
Quest’ultima eventualità è quella che maggiormente ci preoccupa: ci sono fin troppi giovani proletari nelle file dei gruppi fascisti e razzisti.
I pericoli sopra indicati si aggravano se il diffondersi di teorie senza alcuna
base scientifica, che possono apparire ardite, avviene con l’avallo di sedi
universitarie che, anche favorendo il confronto di tesi differenti, ne dovrebbero
garantire il requisito irrinunciabile della scientificità.
Le confusioni ideologiche“Ideologia: il complesso delle idee e delle mentalità proprie di una società o di
un gruppo sociale in un determinato periodo storico” (Dizionario Devoto-Oli).
Negli ultimi due decenni del secolo scorso, in concomitanza con la ‘caduta del
muro di Berlino’, assunta a simbolo della scomparsa dei paesi socialisti europei e
della dissoluzione dell’URSS, insieme alla predicazione della ‘fine della storia’ e
della ‘morte del comunismo’, è stata proclamata la ‘morte delle ideologie’. Il
diffondersi di questo concetto ha fatto sì che venisse condannata come ‘lettura
ideologica’ l’analisi materialista-dialettica, ossia marxista, della realtà presente e
passata. In tal modo si è data via libera, ad opera sia dei reazionari sia dei
revisionisti, alla criminalizzazione della Resistenza e della lotta partigiana contro
il fascismo e il nazismo, e all’esaltazione della ‘memoria condivisa’, cioè alla riabilitazione del fascismo.
Il rifiuto a priori di servirsi di un riferimento ideologico, purtroppo, è stato
interiorizzato anche da importanti settori dei movimenti di lotta anticapitalisti e
antimperialisti. Essi si privano, in tal modo, dei preziosi insegnamenti
dell’immenso patrimonio teorico accumulato in decenni dal movimento
rivoluzionario e comunista e di conseguenza si precludono la possibilità di
concorrere allo sviluppo dell’analisi teorica marxista applicata alla realtà attuale,
nonché di dare prospettive strategiche alle loro lotte. Non si accorgono che, così
facendo, spianano la strada al cosiddetto ‘pensiero unico’, che altro non è che
l’ideologia della borghesia imperialista e degli strati più reazionari dei credi
religiosi. I seppellitori a parole di tutte le ideologie non rinunciano alla propria, anzi pretendono di imporla con valenza universale.
Impariamo dagli errori
Le vicende di Teramo e dintorni offrono alla nostra riflessione un intero
campionario di confusioni e di errori ideologici.
Un’unità interclassista
L’ondata di proteste contro ‘la parola negata’ a Faurisson e le numerose
attestazioni di stima e solidarietà per il professor Moffa hanno trovato
un’espressione comune in un appello che si richiama alla Costituzione italiana e
alla Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo. Colpisce l’eterogeneità
dell’elenco dei firmatari che va dai responsabili di organizzazioni fasciste a
rappresentanti di spicco della destra politica, tra i quali troviamo l’avvocato Carlo
Taormina, deputato di Forza Italia, noto per aver difeso Erich Priebke (la cui
adesione è annunciata con particolare rilievo) e, passando per tutta una galassia di
riviste on-line, a studenti dell’Università di Teramo, fino al presidente
dell’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia di Fermo. Tutti uniti nel grido
finale di ‘Viva la libertà!’
Questa fittizia unità, in nome dell’invocazione ad un’astratta libertà, si
dissolverebbe come nebbia al sole davanti alla domanda: ‘libertà per chi?’. La
risposta è scritta nella realtà della nostra società, nella quale un ristretto numero di
persone gode (ed abusa) di molte libertà: la libertà di sfruttare il lavoro altrui, la
libertà di arricchirsi illecitamente, la libertà del possesso dei mezzi di produzione e
di beni immobiliari, ecc., ecc., mentre la maggioranza della popolazione è esclusa
dall’esercizio delle libertà a cui aspira: la libertà dal bisogno, la libertà dal lavoro
salariato, la libertà di avere un tetto per ripararsi, di curarsi e di istruirsi, ecc., ecc.
Ma queste semplici considerazioni presuppongono la concezione di una società
divisa in classi. Concezione che oggi, con la tabula rasa creata dalla
demonizzazione delle ideologie, sembra quasi una bestemmia.
Antisionismo e negazionismo
L’elenco di cui sopra include le firme di alcuni redattori e collaboratori di
AGINFORM, ed il suo sito web ha dato molto spazio alla solidarietà con Moffa.
AGINFORM, Foglio di corrispondenza comunista, come recita la sua testata, ora
soltanto on-line, ha al suo attivo un patrimonio di giuste battaglie contro
l’imperialismo e a favore dei popoli oppressi, contro le guerre imperialiste e la
NATO, contro la partecipazione dei governi e dei militari italiani all’occupazione
dell’Iraq e a fianco della resistenza irachena, contro la politica razzista e
colonialista dello Stato di Israele e di solidarietà con il popolo palestinese, in
difesa del socialismo e dei paesi socialisti. Nell’ultimo periodo ha concentrato la
sua attività nella pubblicazione di tre opuscoli sulla ‘questione sionista’, che
analizzano la natura del sionismo, le sue origini storiche e la politica sionista dello
Stato di Israele. La difesa di Moffa e Faurisson (sia pure in nome della libertà di
espressione) è frutto di una grave confusione ideologica tra l’uso politico
dell’Olocausto da parte del sionismo, su cui si basa la politica colonialista e
razzista dello Stato di Israele, e la negazione dell’Olocausto. Questa sbandata
teorica rischia di inficiare un lungo ed utile lavoro informativo.
Ancora su antisionismo e negazionismo
Ancor più grave è la completa adesione alla causa di Faurisson-Moffa da parte
di Mauro Manno, studioso del Medio Oriente, autore di uno degli opuscoli, di cui
si è detto sopra, le cui tesi, sorrette da una ricchissima documentazione, sono di
grande interesse. Manno è anche uno dei docenti del master ‘Enrico Mattei’. La
sua lettera intitolata: ‘Sostegno al professor Claudio Moffa e al suo impegno in
difesa della verità storica’(26) implica il suo giudizio positivo su Faurisson, che
sarebbe portatore di molte verità. In essa si legge: “Il professor Faurisson non
nega il giudeicidio né la sofferenza ebraica…”. Questa affermazione è falsa: basta
confrontarla con le citazioni dello stesso Faurisson riportate in precedenza e con le
sue sintetiche conclusioni più volte sbandierate pubblicamente: “le camere a gas e
l’Olocausto sono un’unica grande menzogna”. Tralascio di chiosare l’altra parte
della lettera che ripete pari pari le tesi negazioniste sulla impossibilità tecnica
dell’uso delle camere a gas e sulle presunte falsità e/o contraddizioni delle
testimonianze ai processi. Tralascio anche di commentare il modo virulento di
etichettare la contestazione degli ebrei che “hanno organizzato una spedizione
punitiva da Roma…”, perché di questo argomento parlerò più avanti. M’interessa
ora mettere in luce un’altra confusione ideologica contenuta nello stesso scritto di
Manno.
‘Ardire’ o competizione interimperialista?
Manno scrive: “Oggi gli Stati Uniti, più che della loro potenza militare, si
fanno forti di una pretesa ‘autorità morale’ (…) per imporre una politica di guerra
in Medio Oriente e reprimere ogni tentativo da parte degli europei di avere una
politica estera indipendente, annullando così gli sforzi passati di un Andreotti o un
Craxi che avevano l’ardire di contrapporsi allo strapotere americano e
all’arroganza israeliana (…). È assolutamente vergognoso che in questo trovino
l’appoggio dei rappresentanti, come l’On. Fabio Mussi, di un governo pusillanime
e conservatore in politica estera. È bene invece che coloro che hanno creduto in
quella politica di maggiore indipendenza, i socialisti, i democristiani, i politici di
sinistra o di destra si uniscano e tornino a lottare per dare al nostro paese un futuro
di dignità”(27).
Per uno studioso come Manno dovrebbe essere ovvia la concezione della
natura dell’imperialismo (‘fase suprema del capitalismo’ come la definiva Lenin.
Ma si sa: le ideologie sono morte). È insito nella natura degli Stati imperialisti
impegnarsi in una strenua lotta – che può portare, come ha portato, anche alle
guerre interimperialiste – per la spartizione delle zone di influenza militare,
politica ed economica. Nella misura in cui lo ritengano conveniente, essi si alleano
con altri paesi (nel nostro caso con i paesi arabi), al fine di sottrarsi all’egemonia
del paese imperialista più forte (nel nostro caso gli Stati Uniti). Non si tratta
quindi di ‘ardire’ o coraggio che dir si voglia, ma di una strategia espansionistica
in competizione con altri paesi imperialisti. Si veda, ad esempio nei giorni nostri,
l’accanita contesa tra gli Stati Uniti e la Francia per accaparrarsi le enormi risorse
economiche dei paesi africani. Non è certo una lotta a favore dei popoli, che anzi
ne pagano le spese con l’imposizione di governi reazionari e corrotti e con
sanguinose faide interne fomentate dalla rivalità tra i paesi dominanti.
Manno fa appello ai socialisti, ai democristiani, ai politici di sinistra o di destra
perché si uniscano allo scopo di invertire la rotta delle scelte del governo italiano
in politica estera e tornino a lottare per dare al nostro paese un futuro di dignità. È
proprio sicuro Manno che le persone di quest’ammucchiata abbiano i medesimi
interessi in politica estera e in qualsiasi altro campo? Gli pare credibile che le‘virtù’ di Andreotti e di Craxi siano da portare come esempio da imitare per il
raggiungimento di ‘un futuro di dignità del nostro paese’?
Antisionismo e antisemitismo
Questo è un altro esempio di confusione ideologica di grande rilevanza
politica, che si ricollega alle vicende di cui ci stiamo occupando. È una confusione
riscontrabile nell’atteggiamento della ‘sinistra’ revisionista, governativa e non,
italiana e di altri paesi (particolarmente evidente in Germania per un malinteso
senso di colpa collettivo riguardo allo sterminio degli ebrei) nei confronti del
cosiddetto conflitto israeliano-palestinese, termine dal quale traspare una
posizione di equidistanza tra paese occupante e paese occupato. Questa ‘sinistra’
accusa di antisemitismo ogni giusta critica ad Israele, Stato sionista e razzista, che,
a partire dall’occupazione della Palestina e dall’espulsione violenta dei palestinesi
dalle loro terre nel 1948, in violazione di tutte le risoluzioni dell’ONU e dei trattati
di pace, e grazie all’incondizionato sostegno degli Usa di cui costituisce il
bastione in Medio Oriente, si è macchiato di ogni delitto proprio di una potenza
occupante: dalle stragi dei civili nei villaggi e nei campi profughi, ai
bombardamenti, agli assassinii mirati, allo strangolamento economico della
popolazione palestinese, alla negazione dei diritti dei palestinesi di Israele,
all’imprigionamento di un’intera popolazione mediante la costruzione del muro.
Allo stesso modo è tacciata di antisemitismo, se non di filo-terrorismo, ogni
presa di posizione e ogni iniziativa di solidarietà e di lotta a favore del popolo
palestinese. Purtroppo l’assurda identità tra antisionismo ed antisemitismo è stata
avallata anche dall’autorevole parere del capo dello Stato. Queste concezioni si
traducono, nella pratica politica, nella rivendicazione del diritto alla sicurezza
dello Stato di Israele (gli oppressi non devono reagire alle prevaricazioni
quotidiane) come condizione preliminare alle trattative di pace (se si può chiamare
pace un diktat basato sull’ingiustizia), allineandosi sostanzialmente a quelle
dell’alleato-amico statunitense.
Paradossalmente, ad aumentare la confusione e il disorientamento della parte
della popolazione meno politicizzata, si aggiungono le posizioni dei gruppi fascisti
non istituzionali (ed in Germania dei gruppi neonazisti) che mascherano il loro
reale antisemitismo (gli attentati alle sinagoghe, le profanazioni delle tombe
ebraiche e le scritte razziste contro gli ebrei sono opera loro) con la solidarietà per
il popolo palestinese.
Alleanze pericolose
Alcuni compagni, più che giustamente indignati e disgustati dall’atteggiamento
pavido e vile fino al tradimento della causa del popolo palestinese e al sostanziale
schieramento a favore dello Stato di Israele, dalle posizioni filo-imperialiste che
giustificano la partecipazione italiana alle guerre e ai bombardamenti con i loro‘effetti collaterali’ di massacro delle popolazioni, posizioni che hanno
caratterizzato settori sempre più ampi delle forze politiche di ‘sinistra’, non solo
governative, sono tentati di stringere alleanze – essi assicurano soltanto tattiche ed
in ben determinate circostanze – con i fascisti non istituzionali (quelli in giacca e
cravatta, come Fini, vanno in visita in Israele) sulla base dell’occasionale
coincidenza di vedute e di posizioni antimperialiste.
Vorrei obiettare che queste alleanze sono, oltre che moralmente ripugnanti
(sento arrivare l’accusa di ‘purismo’), controproducenti perché aumentano la
confusione e le divisioni nello schieramento antimperialista e ledono il prestigio
dei compagni che le praticano, infide per l’intreccio tra le tendenze golpiste (Forza
Nuova di Roberto Fiore e Fronte Nazionale di Adriano Tilgher) e quelle
istituzionali (Fiamma Tricolore di Alessandra Mussolini), che attraversano lo
schieramento fascista e rendono precario ed instabile l’atteggiamento politico dei
loro dirigenti e militanti.
In queste spurie alleanze con simili forze politiche, sempre pronte a diventare
massa di manovra per i burattinai delle stragi, non saremmo noi ad usarle con i
nostri tatticismi volti a rimpinguare le assottigliate file del fronte antimperialista,
ma sarebbero loro ad usarci per infiltrarsi nel movimento antimperialista e fare
proseliti.
Le velleità anticapitaliste e antimperialiste non sono nuove nel percorso
politico dei fascismi. È superfluo ricordare la lezione della storia? Sia il fascismo
italiano che il nazismo, nella loro fase ‘infantile’, hanno sbandierato idee
anticapitaliste e ‘socialiste’, anche allo scopo di conquistare il favore delle classi
lavoratrici, ma successivamente si sono sbarazzati politicamente e fisicamente (la
sanguinosa purga contro le SA in Germania) delle loro ali ‘rivoluzionarie’. Era la
condizione ‘sine qua non’ per prendere il potere con il consenso delle forze armate
e con l’appoggio politico e soprattutto finanziario dei grandi capitalisti e dei
proprietari terrieri che, terrorizzati dal pericolo comunista, avevano deciso di
giocarsi la carta dell’ ‘uomo forte’, Mussolini in Italia e Hitler in Germania. Senza
adempiere questa condizione la loro ascesa al potere sarebbe stata del tutto ‘resistibile’.
L’ossessione del complotto sionista
La confusione ideologica tra antisionismo e negazionismo si è presentata, nei
fatti di Teramo, nella sua variante capovolta. Sono stati accusati di filo-sionismo e
di asservimento alle lobby sioniste tutti coloro che hanno firmato l’appello citato
nella prima parte di questo scritto che, con fondate motivazioni si sono dichiarati
contrari allo svolgimento della conferenza di Faurisson in sede universitaria.
Ma l’ossessione complottarda per cui ogni ebreo è un sionista si è
particolarmente manifestata contro il gruppo di ebrei venuti da Roma ‘in
macchina’ (è forse un’aggravante?). Abbiamo accennato all’inizio ai fatti che sono
seguiti al divieto del rettore dell’Università di far svolgere la conferenza di
Faurisson all’interno della sede universitaria. Al termine della conferenza stampa
indetta dal professor Moffa, si sono verificati alcuni tafferugli in seguito alle
proteste del gruppo di ebrei. In particolare uno di loro, Cesare Di Porto, 57 anni,
che gestisce una ‘bancarella’ nei mercati romani, figlio di un ex deportato ad
Auschwitz, gridando che suo padre, morto a 53 anni, aveva tatuato sul braccio il
numero 180010, ha apostrofato Faurisson chiedendogli se fossero soltanto ‘balle’
gli orrori che il padre gli aveva raccontato. Secondo quanto riferito dalla stampa,
la contestazione è finita in rissa e con l’intervento della polizia, come ho ricordato
all’inizio.
Quello che vorrei sottolineare è che gli ebrei in questione sono stati qualificati
con un crescendo di termini criminalizzanti: da facinorosi a squadristi e fascisti e
perfino denunciati, in una delle tante lettere di solidarietà con Moffa, come
appartenenti a commandos israeliani. La lettera a firma di Daniele Scalia é scritta
in inglese ed è reperibile, come tutte le altre, sul sito del master di Moffa. Il suo
autore dichiara che gli ‘attaccanti’ “sono membri della Lega Ebraica di Difesa,
branca italiana dell’americana ‘J.D.L.’, fondata dal rabbino Mehir Kahane. Questa
organizzazione provvede all’addestramento paramilitare dei suoi membri (che
sono tutti volontari nel Tsahal, l’esercito israeliano) e ‘sorvegliano’ le zone
ebraiche di Roma. Le azioni della LED non sono soltanto ‘difensive’: spesso essi
attaccano fisicamente persone il cui solo peccato è di aver criticato la politica di
Israele. Per esempio nel 1992 i paramilitari della LED (armati di spranghe di ferro
e pistole) assaltarono la sede di un piccolo partito politico di destra, il Movimento
Politico letteralmente distruggendo sia la sede che il partito (…). Nel 1996, dopo
il proscioglimento di Erich Priebke, un anziano ex ufficiale delle SS, i paramilitari
ebrei circondarono il Tribunale Militare di Roma, prendendo praticamente in
ostaggio i giudici e gli avvocati, finché il Ministero di Giustizia italiano, mediante
un ordine incostituzionale, annullò la sentenza del Tribunale militare e ordinò che
l’accusato fosse nuovamente incarcerato…”(28) [la traduzione è mia]. L’iter
giudiziario del boia delle Fosse Ardeatine, Priebke, venuto alla ribalta nei giorni
scorsi in occasione della concessione (successivamente revocata) di poter lasciare
il dorato arresto domiciliare in casa del suo avvocato per ‘lavorare’ nello studio
del medesimo, è riassunto in una scheda de il manifesto del 14 giugno u.s. e, come
si evince da questa, quanto si afferma nella lettera in questione è completamente
falso. Priebke fu riarrestato dopo il suo proscioglimento per una richiesta di
estradizione da parte della Germania.
Ho riportato ampi stralci della lettera di Scalia perché essa dimostra il
fanatismo antiebraico del suo autore, ed anche perché è l’espressione più
oltranzista dell’atteggiamento politico che ha attraversato quasi tutte le attestazioni
di stima per il ‘coraggio’ del professor Moffa. I loro autori, mentre invocano la
libertà di espressione per chi mette in dubbio l’esistenza della Shoah, negano la
libertà di protesta di un gruppo di ebrei, non ‘armati di spranghe di ferro e pistole’,
alcuni di essi colpiti direttamente dalla tragedia dello sterminio, che hanno
risposto alle affermazioni provocatorie di Faurisson al più con urla e qualche
schiaffo e spintone.
Alla protesta avrebbero potuto partecipare per gli stessi motivi e con le stesse
ragioni gli ex deportati nei campi nazisti (quelli rimasti in vita sono sempre
meno), coloro che lavorano per conservare e onorare la memoria delle vittime del
nazifascismo che, lo ricordo per l’ennesima volta, non furono soltanto gli ebrei,
ma gli antifascisti, i comunisti, i partigiani, gli operai deportati per aver
partecipato agli scioperi e alle lotte sociali sotto il regime fascista, i prigionieri di
guerra che si rifiutarono di collaborare con i nazisti, i ‘diversi’, i non-uomini. La
criminalizzazione della protesta, artatamente ingigantita, del gruppo di ebrei, è la
conseguenza di atteggiamenti ideologicamente razzisti e politicamente miopi.
Identificare tutti gli ebrei con la politica di Israele, così come identificare
l’intero popolo americano con la politica di Bush, è un grave errore.
Fortunatamente esistono ebrei che si oppongono alla politica di Israele, come
esistono americani che si oppongono alla politica di Bush. Per ora si tratta di
minoranze, tuttavia meritevoli del nostro sostegno e del nostro incoraggiamento.
Che esse si allarghino e acquistino una sempre maggiore coscienza è nell’interesse
del fronte internazionale delle forze antimperialiste.
Termino questo scritto con l’invito al confronto e al dibattito su queste
tematiche che considero essenziali per la sinistra di classe. Come insegna Engels,
la lotta ideologica deve affiancare la lotta politica e quella economica.
Adriana Chiaia
NOTE
1 http://switzerland.indymedia.org/demix/2007/05/49344.shtml.
2 Cfr. http.//espresso.repubblica.it/dettaglio-archivio/707069.
3 Cfr, Filippo Gaja, Il secolo corto, Maquis Editore, Milano, 1994, pp. 298-299.
4 Antonio Gramsci, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma, 1967.
5 Ibidem.
6 Domenico Losurdo, in l’ernesto, gennaio-aprile 2007.
7 Enzo Collotti, in il manifesto, 9 febbraio 2007.
8 Danuta Czech, Kalendarium. Gli avvenimenti del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau 1939-1945, edizione italiana Mimesis.
9 http://www.vho.org/aaargh/ital/archifauri/RF7908xxi.html. Sito web da cui sono tratte tutte le
citazioni di Faurisson che seguiranno.
10 William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1962, pp. 1048-
1049.
11 Ibidem, pp. 1048, 1049 e seguenti.
12 Ibidem, p. 1047.
13 Walther Hofer, Il Nazionalsocialismo. Documenti 1933-1945, Feltrinelli editore, Milano,
1964, p. 237.
14 Ibidem, pp. 237-238.
15 Op. cit. pp. 241-249.
16 Enzo Collotti, La Germania nazista, Giulio Einaudi editore, Torino, 1962, p. 169-170.
17 Walther Hofer, op. cit., pp. 257-258.
18 William L. Shirer, op. cit., p. 1045.
19 Enzo Collotti, op. cit., p.143.
20 ANED, Associazione Nazionale ex deportati politici nei campi nazisti (a cura di), Sterminio
in Europa tra due guerre mondiali, Milano, via Bagutta 12, p. 39.
21 Enzo Collotti, op.cit. pp. 250-251.
22 Ibidem, p. 162.
23 William L. Shirer, op. cit., p. 1029.
24 Ibidem, pp. 898-899.
25Tristano Matta. “Le deportazioni nella Risiera di San Sabba”, in Atti del Convegno
organizzato dall’ANED e dalla Fondazione Memoria della Deportazione, tenuto all’interno
della Risiera di San Sabba, 23 settembre 2004, p. 80.
26 Mauro Manno, Sostegno al professor Claudio Moffa e al suo impegno in difesa della verità
storica ( http://www.pasti.org/manno10.html).
27 Ibidem.
28 In: http://www.mastermatteimedioriente.it/Site of the Master’s programme. |