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Percorsi tra Bulli, Carcere e Comunità |
Vincenzo Andraous è nato a Catania il 28-10-1954, una figlia Yelenia che definisce la sua rivincita più grande, nonno di Mattia da tre anni, sposato con Cristina, detenuto nel carcere di Pavia, ristretto da trentatre anni e condannato con istituto di cumulo dal tribunale di Milano all’ergastolo “FINE PENA MAI”.
Da dodici anni usufruisce di permessi premio e lavoro esterno in art. 21, da sette anni è in regime di semilibertà svolgendo attività di tutor e responsabile Centro Servizi Interni della Comunità terapeutica “Casa del Giovane “di Pavia.
Per dieci anni è stato uno degli animatori del Collettivo Verde del carcere di Voghera, impegnato in attività sociali e culturali con le televisioni pubbliche e private, con Enti, Scuole, Parrocchie, Università, Associazioni e Movimenti culturali di tutta la penisola,
Circa venti le collaborazioni a tesi di laurea in psicologia, criminologia e sociologia;
E’stato titolare di una rubrica domenicale sul quotidiano Il Giorno “ Il mio canto libero “, lo è tuttora di un’altra rubrica il venerdì sul quotidiano Avvenire “Primo raggio”, nonché di alcune rubriche mensili su riviste e giornali, laici e cattolici; altresì su alcuni periodici on line di informazione e letteratura laica, e su periodici cattolici di vescovadi italiani;
ha conseguito circa 80 premi letterari;
ha pubblicato nove libri di poesia, di saggistica sul carcere e la devianza, nonché la propria autobiografia;
“Non mi inganno” edito da Ibiskos di Empoli
“Per una Principessa in jeans” edito da Ibiskos di Empoli
“Samarcanda” edito da Cultura 2000 di Siracusa
“Avrei voluto sedurre la luna“ edito da Vicolo del Pavone di Piacenza
“Carcere è società” edito da Vicolo del Pavone di Piacenza
“Autobiografia di un assassino-dal buio alla rinascita” edito da Liberal di Firenze
“Oltre il carcere” edito dal Centro Stampa della “Casa del Giovane” di Pavia.
“Un viaggio tra devianza minorile, carcere, comunità “ edito dal Centro Stampa della “Casa del Giovane” di Pavia.
“ Amico fragile “ edito dal Centro Stampa della “Casa del Giovane” di Pavia.
Non mi reputo uno scrittore né un poeta, credo di avere qualcosa da comunicare, senza alcuna presunzione di insegnare nulla a nessuno, o salvare alcuno dal proprio destino. Raccontarci la nostra storia personale può significare la nascita di una amicizia, di un sentimento gratuito, allora anche la mia storia, la mia gran brutta storia può diventare motivo di riflessione per tentare di intravedere il pericolo dei rischi estremi, in quel mito della trasgressione che spesso diviene devianza…e poi risalire dal baratro diventa difficile.
Per comunicare con l’autore: e-mail vincenzo.andraous@cdg.it
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| * Giovani a perdere |
Quando si tratta di giovanissimi allo sbaraglio, di fronte all’ennesimo giovane caduto in solitudine ai bordi delle strade, siamo bravissimi ad additarne le colpe, difficilmente ne rammentiamo la storia.Non lo facciamo, perché costerebbe troppo in termini di corresponsabilità, costerebbe troppo a chi è indaffarato a non farsi disturbare dagli eventi che incombono e intralciano le loro intoccabili e comode certezze. Eppure, per capire di più è sufficiente sbirciare nei registri di una agenzia di controllo, di un centro servizi sociali per minori, oppure visitare con occhi attenti e non morbosi una comunità terapeutica, una comunità di recupero, per renderci conto di quanti giovanissimi, prelevati da contesti-dissesti famigliari, dall’evasione scolastica, da modelli di riferimento autorevoli assenti e sostituiti da quelli identificativi della strada, sono “tradotti” e “accompagnati “ in strutture protette, in forza di un intervento pubblico obbligatorio che comunque li sanziona nell’intento di garantire la sicurezza propria e altrui.Sono fragili e incompiuti. Lo sono davvero. Qualcuno ha definito questi ragazzi iracondi, io li definisco il resto della pura logica dei conti, eppure e nonostante le incomprensioni che derivano dalle varie ideologie psichiatriche e psicoanalitiche, tra nevrosi e psicosi, in mezzo a quella terra di nessuno permangono inalterati i risultati delle nostre distruttive ipnosi collettive, quelle proiezioni dell’ombra che fanno più vittime di una guerra santa.Siamo poco consapevoli di non essere efficaci nell’insegnamento, ancor meno di non fare troppo caso alle menzogne reiterate, alle interruzioni dialettiche, ai licenziamenti relazionali, alle separazioni affettive, siamo disattenti e qualche volta disamorati a tal punto da credere che ragazzi così, bisogna ternerceli così, dimenticando che quel ragazzo ha le stesse potenzialità degli altri, e….. chiaramente un problema in più che spesso non è avvertito o percepito in tempo, soprattutto non è curato con l’amore dei no, rispetto alla corresponsabilità dei tanti sì, elargiti nel poco tempo a disposizione e nella disabitudine alla fatica. |
| * Lo spinello del bullo |
Le file di sedie sono tutte occupate, la classe è schierata nel grande salone della Comunità Casa del Giovane di Pavia. Si è conclusa da poco la visita guidata nei laboratori, il dibattito prende il via dopo la visione di un video, in cui il Responsabile Don Franco Tassone, disegna le tante vite bruciate nella frazione di uno sparo. Nel salone è scomparso il brusio disturbante, ora c’è tensione dell’ascolto, c’è voglia di capire, di confrontarsi, di accorciare una distanza, e c’è pure chi ha voglia di fare il maledetto per forza: “ mi scusi Vincenzo, non sono d’accordo con lei, io fumo qualche canna, ma non sono certamente un tossicodipendente, credo che l’hascish non faccia male“. Droghe leggere, droghe pesanti, quali allora le differenze, se a perdere sono sempre i più giovani, quelli che in leggerezza hanno iniziato e con pesantezza si sono perduti. I tempi mutano, noi cambiamo, e le droghe si misurano con le nostre debolezze, si ammodernano sulle nostre fragilità, cambiano abito mentale nelle nostre rese. Così è stato venti trenta anni fa per l’eroina-droga-protestataria, così è ai giorni nostri per la droga bianca o in pillole, quella che non consegna più gli uomini ai pugni dritti nello stomaco, ma rende i più giovani attori formidabili di storie inventate da scrittori invisibili. Giovani rubati in corse folli contro il tempo che non basta mai, per poi rimanere inchiodati ai bordi di qualche rettilineo, o per buona sorte su qualche sedia a rotelle, fino a diventare vecchi per i rimorsi.
Il fumo delle sigarette brucia i polmoni fino a morire di cancro.
Il vino ubriaca fino a morire alcolisti. Qualche spinello non brucia i polmoni, non rende alcolisti né drogati, ma in quel volo che fa ridere intontiti c’è la sonnolenza della ragione, c’è il via libera della stanchezza che non placca alla discesa, ma avventura senza attenzione, alla disavventura già prossima. Forse quel ragazzo non ha ancora compreso la differenza tra una vocazione di bullo per forza e il coraggio di scendere dal palcoscenico, fare un passo indietro e comprendere che responsabilità e credibilità, provengono dal vissuto conquistato, sperimentato, dalla conoscenza delle lacerazioni e dagli ideali, non certamente da uno spinello. |
| * Giovani a volto scoperto |
“Attento potresti passare dei guai: c’è il carcere per i minori che commettono reati, ora fai il duro, ma poi piangerai”. Così diceva un vecchio Maresciallo dei Carabinieri, mille secoli addietro, mentre quel ragazzino con le mani in tasca, sfiorava il freddo della lama che aveva imparato a portare con se. In questi giorni leggo sui quotidiani di ragazzini arrestati per azioni violente, di ragazzi in gruppo a pestare giù duro. Leggo espressioni soddisfatte per le manette ai loro polsi, richieste-scelte di politica criminale che a detta di molti potrebbero risolvere i problemi inerenti la devianza minorile: l’imputabilità abbassata a dodici anni, il carcere obbligatorio…..
Eppure qualcosa non convince, anche ammettendo che a dodici anni sei consapevole delle scelte ( se davvero ne hai ) e delle responsabilità ( se ti è concesso prenderne ), come un adulto formato dalle esperienze, occorrerà domandarsi in quale struttura penitenziaria fare scontare la condanna o la custodia cautelare a un minore. Sì, perché, a tutt’oggi il carcere non lo si riesce a piegare a nessuna utilità sociale, anzi rimane il maggior riproduttore di sub-cultura: entrano uomini ed escono bambini, entrano bambini ed escono pacchi bomba…..per giunta senza fissa dimora. Sembra che non esistano strutture alternative al carcere per i minori, sono invece convinto che esistono comunità terapeutiche, trattamentali, di servizio come fra le altre la Casa del Giovane di don Franco Tassone a Pavia, dove l’investimento forte è per la promozione umana, esiste per i ragazzi la possibilità di instaurare una rete di rapporti con persone valide, che sappiano trasmettere non solo nozioni e conoscenze, ma vicinanza ai valori più profondi e condivisibili. Una comunità che non è solo uno spazio residenziale, ma un’area con intersecazioni progettuali individuali, indispensabili per l’adempimento di un progetto educativo finalizzato a sottolineare problemi e risorse, quindi a elaborare le difficoltà come le potenzialità, efficace nel sommare la teoria alla pratica, non certamente nel dividerla e classificarla, affinchè con i tanti adolescenti ci si possa guardare per quello che siamo e non per quello che vorremmo essere. |
| * Minori e Autoipnosi Collettiva |
Sono stato invitato a un convegno in Università, il tema da dibattere “Criminalità minorile “, ascoltando con il carico della mia esperienza, intesa come somma dei miei tanti errori, ho pensato che da adolescente difficile, a giovane trasgressivo, quando non si possiede capacità di subordinare qualche passione a qualche regola, ciò trascina spesso nella devianza, nell’entrata in un Istituto per minori, dove spesso ci si professionalizza negli atteggiamenti criminogeni.
In questo presente il disagio non colpisce più solo i giovani delle classi meno abbienti, ma anche quelli che provengono da famiglie agiate, dove spesso benestante sta per una condizione di benessere finanziario raggiunto, e non per un raggiungimento di valori introiettati e portati avanti.
I guerrieri in erba della mia generazione stavano insieme, in gruppo, formavano una banda di minorenni, perché avevano come nemico da combattere, il mondo degli adulti, dei cosiddetti grandi, che vedevamo intruppati e in fila per tre (come plotoni di esecuzione) nelle loro belle e comode certezze, oggi invece ci si mette insieme, in gruppo, in babygang, per competere e scontrarsi con il gruppo dei pari, per una griffe, per un telefonino, per una banconota da 50 euro, rispetto alla propria da 10 euro.
Così il destino disegna la propria trama, l’inciampo è lì dietro l’angolo, e gridare: “ ehi regista, sono stanco, fammi uscire dalla storia “, non è possibile, come non è facile risalire dal baratro in cui si è caduti.
Io non so se occorre rivedere o addirittura ribaltare il metodo o l’indagine educativa, credo però che nei riguardi dei giovanissimi, occorra ritornare a dire e a dare dei no, rispetto ai tanti sì elargiti a piene mani, occorre sul serio farsi carico della difficoltà e della fatica dei no, perché costringe l’adulto a fornire spiegazioni comprensibili, lo obbliga a una comunicazione sensibile. Mi viene in mente una pedagogia della speranza e una pedagogia del servire, nel tentativo di “forgiare giovani nuovi, senza più bisogno di nascondersi in comodi rifugi o facili scorciatoie” che è peculiare della Comunità Casa del Giovane, e che Don Franco Tassone porta avanti con forza e coraggio, per costringere noi adulti a non accampare più ulteriori giustificazioni per le cadute e le tragedie dei nostri figli. |
| * Alle Nove del Mattino |
| Alle nove di un qualunque mattino di una scuola superiore, uno studente del 1° anno è stato trasportato d’urgenza al pronto soccorso: diagnosi, coma etilico. Il Preside dell’Istituto mi ha invitato a dare un contributo con la mia testimonianza. Mi sono recato all’appuntamento con angoscia, di fronte a un episodio davvero grave; la sensibilità della parola deve camminare con la responsabilità del confronto.Nel dialogare per conoscere le problematiche della trasgressione che diventa spesso devianza, di come e quanto nell’assunzione di sostanze, nella più grande discesa c’è solamente la più dura salita, lo spavaldo di turno mi diceva che lui la canna la fumava, ma non si considerava assolutamente un drogato.Un altro simpatico provocatore mi sgridava, perché a suo dire non aveva bisogno di nessuno, si aiutava da solo per risolvere i suoi problemi.Infine qualcuno ha sostenuto che non c’è necessità di chiedere una mano all’altro, né di affidare ad altri il proprio dolore, meglio custodire nel silenzio le proprie sofferenze, proprio perché gli altri “ ti fregano quando dai fiducia “.Senza rendersene conto stavano sciorinando i colpi bassi che avevano condotto in sala rianimazione il loro compagno: le presunzioni, le assenze, le fughe in assunzioni di coraggio al millesimo, il nuovo disagio, quello dell’angolo autistico.Fin troppo facile ricorrere all’eredità lasciata e trapassata dalla mia adolescenza, per tentare di avvertire chi ho innanzi del pericolo insito nei rischi estremi, quelli che non hanno parentela con alcuna capacità di scelta né di libertà.I ragazzi ora tacciono, riflettono sull’intorno reale, su qualcuno che manca all’appello, ma in questa aula magna, mi accorgo improvvisamente che non riesco a sbattere contro l’inadeguatezza e l’indifferenza dei docenti, di quanti hanno giudicato e condannato, e con la stessa superficialità hanno scelto di andare a fare la spesa o qualche altra commissione, assai meno impegnativa del partecipare a questo incontro, sottraendo alla discussione quella parte di criticità vitale, affinché all’istruire trasmettendo nozioni, possa affiancarsi l’arte dell’educare, tirando fuori e costruendo insieme, intuizioni e passioni e ideali nuovi, perché questo disagio non abbia a decantare lodi all’imbocco dei vicoli ciechi….. |
| * Nel Recinto Chiuso |
Ancora minori protagonisti di accadimenti delinquenziali.
Giovani, tutti dentro il recinto chiuso delle emozioni, arena eretta a olimpo ove schierare limiti e frustrazioni, mancanze e assenze irrappresentabili.
Giovanissimi con lo zainetto a spalla e le cerniere calate in basso, pronti a riempire il fondo di avventure disperanti, di sfide impari all’impazienza.
Studenti di oggi e professionisti di domani, ognuno con il proprio libro aperto sul letto, dimenticato alla pagina relegata a misera giustificazione di stanchezza.
Famiglia, scuola, oratorio, agenzie educative sconfitte dai messaggi mediatici, dalle estetiche dirompenti, dalle tasche vuote da riempire di denaro e piacevoli rese.
Diluizione energetica è termine scientifico, per addetti ai lavori, insomma, per pochi intimi, eppure dovrebbe diventare dinamica di tutti i giorni, pratica quotidiana, affinché il più difficile dei ragazzi, entri in possesso della chiave di accesso, all’agire con il proprio cuore e l’altrui misura.
Aiutare a portare fuori le parole, aiutare chi trasgredisce o infrange la norma condivisa, a dialogare con il proprio fuoco-compagno di viaggio, stavolta pancia a terra.
Aiutare il minore significa rimanere in ascolto, silenzio non verbale, per poi farne traccia di un percorso di risalita, di risposte comprensibili e sensibili, quindi non solo accudenti, ma promotrici di un’attenzione forte a responsabilizzare il nostro ruolo di genitori e conduttori.
Nel branco che colpisce, il bullo vince e impara a non fare prigionieri, la violenza è lo strumento di riordino delle idee piegate di lato, una sorta di potere rincorso per arginare chi deride, peggio, opprime con l’indifferenza.
Ragazzi difficili ai quali consegnamo l’idolatria dell’immagine, grimaldello per ogni difficoltà che si presenti a sbarrare il passo.
Piccoli delinquenti crescono intorno, nonostante i nostri sforzi, i consigli per gli “ acquisti “ chiaramente disinteressati, soprattutto indicanti una cultura dei bicipiti bulimici.
Pugni nello stomaco al più debole, violenza sulla ragazzina meno arrendevole, ancora disvalori del libero mercato, la vita è afferrata come uno scherzo, perché non c’è nulla di buono da aspettarsi dalle proprie capacità.
Minori a rischio tra trasgressione e devianza, nel mondo degli adulti che perde contatto con la pazienza della speranza, non scommette più sul potenziale dei propri figli, non ne supporta più la crescita, come a voler sottolineare che non tutte le persone sono preziose.
Forse occorrerebbe imitare lo stile educativo di don Franco Tassone della Comunità Casa del Giovane di Pavia, il quale come un buon padre, pone domande ai suoi giovani ospiti, piuttosto che impartire ordini disimpegnanti, ciò per apprendere il valore di una strategia che parta dal rispetto per se stessi, per giungere alla considerazione e alla fiducia dell’altro.
Ai giovani di oggi bisogna credere, e non soltanto per puro interesse collettivo, ma perchè se ci si sente accettati, coinvolti a dare il meglio di sè, non si ha necessità di attirare l’attenzione con gesti eclatanti, destinati alla follia più lucida. |
| * La Tutela dell'Attenzione |
Sto scrivendo a Marco, conosciuto nell'oratorio di un mio amico prete.
Marco, con la sua storia per molti versi già scritta in tanti ieri che non esistono.
Marco, che a scuola non ci va e le poche volte che è presente ha in tasca il coltello.
Marco, che frequenta i più grandi e pesta giù duro per essere riconosciuto.
Marco che...mi ricorda qualcuno.
"Io non ho paura della prigione", mi ha detto. E io gli ho chiesto: “ Perché non hai paura? “ Perché non possono arrestarmi alla mia età, e poi non mi prenderanno mai, sono troppo furbo io".
"Eppure è sempre il più furbo che alla fine della corsa pagherà per tutti; guarda me: sebbene per qualche giorno sia qui con te, sono invecchiato dentro come il pezzo di carcere che mi ha sepolto".
" Mi piace fare casino e stare in giro per Milano fino a tardi, ogni tanto dare un calcio a qualche rompi e a scuola fare impazzire i miei compagni e i professori. Che male c'è a prendere un cappellino o un giubbotto a chi ha più soldi di me?".
Marco, il disadattato, ha trovato nel rischio e nella provocazione la risposta più immediata alla propria sofferenza.
Marco che teme il domani.
Ho l'impressione di avere fermato il tempo e, illudendomi, mi travesto per un attimo da adolescente per farmi accettare da quella tigre addormentata.
Non lo dice, ma glielo leggo negli occhi: é stanco di tante persone pronte a dargli consigli.
I grandi, gli adulti sempre pronti a insegnargli dove sta il bianco e dove il nero, senza mai consentirgli di approfondire il grigio.
" Ho ragione io “, grida, apostrofando malamente un ragazzo di vent’anni che cerca di indurlo a più miti comportamenti.
Mi accorgo che é diventato nuovamente lo strumento di studio della nostra coscienza, infatti il ragazzo che prima interloquiva con affabile cortesia, ora rivendica il proprio ruolo di maestro maturo e responsabile, ma non in forza dei valori che tenta di trasmettergli, bensì perché non si ritiene rispettato abbastanza da quel pulcino agguerrito.
Marco e il suo rifugio di miti e dei suoi pari, spazio vitale alla trasgressione che si rinnova, si rigenera all'ombra dell'indifferenza, in uno spazio costretto dove tutto può esser condiviso.
Sto scrivendo a Marco, forse questo incontro consente di indagare di più in noi stessi, nelle parole spese male, e la conclusione che mi arriva direttamente sul muso, è che i tanti Marco di questa periferia esistenziale non debbono poi tanto meravigliare né sbalordire per la loro durezza, alla luce della nostra inadeguatezza ad ascoltare, noi così ben protetti dalle nostre imperturbabili aspettative.
"Avevo tredici anni e già cominciavo a intuire cosa voleva dire vivere in solitudine, senza stupore giunse il primo arresto, mi portarono in un carcere per minorenni...".
Riaffiorano pensieri di un mio testo teatrale che non eviteranno a nessuno di andare ripetutamente a sbattere in un vicolo cieco, ma, chissà, potrebbero indurre alla necessità di una tutela dell'attenzione comprensiva, sensibile. |
| * Pedagogia del Servire |
Occorre educare bene, educare con amore e fiducia: parole affermate da chi grande è stato ieri come Don Enzo Boschetti e da chi oggi come Don Franco Tassone prosegue nel campo della pedagogia del servire alla Comunità Casa del Giovane di Pavia.
Nell’incontrare tanti giovanissimi e tanti adulti in una comunità, viene da pensare ai volti nuovi e alle carni zigrinate dagli inciampi, dalle droghe, dagli abbandoni seguiti a catena.
Viene da pensare agli abiti vecchi e al tempo che ogni cosa riporterà al suo posto, ma io che di tempo ne ho avuto tanto, a ben pensare non so ancora bene cos’è, figuriamoci se posso spiegarlo ad un giovanissimo che del tempo a venire non sa che farsene.
Ascoltando ( i ragazzi ) e le più autorevoli figure di riferimento nel campo della pedagogia e del metodo educativo, mi rendo conto che nel tentativo di “ tirare fuori “, di costruire e crescere insieme, non può resistere all’usura del tempo chi parte per “ questa avventura “ con un bagaglio di certezze inossidabili, di regole intransigenti, di binari singoli.
E’difficile sapere, conoscere e agire, quando un giovane se ne sta impettito, a muso duro, felice di avere scelto il vicolo cieco , è davvero difficile spiegargli quanto è doloroso, POI, il resto che se ne ricava.
Prevenire con progetti condivisi e realizzabili rimane solo una intuizione che soccombe alle pressioni economiche-politiche: reprimere costa meno che prevenire, ma il risultato è l’accettazione dell’esclusione, del “sei fuori dal gioco e ci rimani “.
Messa in prova, misure alternative, meno carcere per il minore, più tutela per chi arranca, ebbene, stanno per diventare strategie pedagogiche obsolete .
Mi chiedo quale può essere il metro di misura da usare con chi è lacerato dentro, se poi questa vista prospettica richiesta al conduttore, è annebbiata da queste norme a venire.
L’impressione che si ricava nel camminare insieme alle tante lentezze e devastazioni interiori, è che non solo è difficile ben operare dalle ridotte specole di osservazione a causa della marea di disagio dilagante, ma lo è anche soprattutto per l’avanzare di nuove forme di malessere, che non hanno più l’etichetta protestataria di un tempo.
E’ un inverso ipnoticamente diritto che assale generazioni diverse, che si insinua più facilmente in chi non ha strutture mentali formate, in chi nell’evoluzione intellettuale ha ceduto sotto il peso di una libertà inconsciamente percepita come una condanna, per l’incapacità ad onorare reciprocamente le proprie responsabilità.
E’ un disagio che avanza, che intacca aree di vita in maniera sempre più esponenziale, allora, e forse, per chi conduce attraverso eredità pedagogiche più che mai attuali, perché mai minimamente superate, è necessario accrescere la consapevolezza che l’unica ricompensa per essere riusciti a ben educare , “è averlo fatto” davvero . |
| * La Speranza della Pazienza |
Spesso mi chiedo quanto quest’ennesimo suicidio in un carcere risarcisce in termini di umanità, al di là della mera notizia?Per quanto concerne il carcere penso che non tutto ciò che accade nell’ambiente penitenziario è arbitrario, illegale, ingiusto, forse è solo il risultato del “nulla prodotto” per mancanza di un preciso interesse collettivo.Indipendentemente dalla concessione di un indulto o di una amnistia, senon interverrà un vero ripensamento-intervento culturale, c’è il rischio di precipitare all’indietro: in una proiezione dell’ombra che non accetta né consente spazi di ravvedimento.Non è il caso di avvitarsi nel pessimismo, di arrendersi non se ne parla, perché come ha detto Don Franco Tassone responsabile della Comunità Casa del Giovane di Pavia e mio buon amico: “occorre vincere l’ultima battaglia”.Infatti sono convinto che anche fra le mura di un carcere ci sono uomini consapevoli dell’esistenza di leggi morali, oltre che scritte. Ci sono uomini che possono riconoscere le leggi dell’armonia sociale, quelle leggi che ad un certo punto si è pensato di poter dimenticare.Penso a quell’uomo, a quel volto, a quel cappio al collo, e intravedo l’importanza di demolire i ghetti mentali, di per sè espressione di quello spirito umano… spesso incatenato. Penso allora a questa vita, che è tutta da vivere sempre e comunque, proprio perché è un ‘avventura incerta, e incerta significa che si patisce, si soffre, si cade, e si arriva alla coscienza della poca conoscenza, dei tanti motivi che sfuggono.Non conosco il volto strozzato in quel carcere, ma comprendo la difficoltà dell’accettazione del dolore, il che in una parola sottenderebbe assenza di saggezza. So bene quant’è difficile agguantarne l’orma, e quanto a volte ciò sembri lontano, sebbene così straordinariamente vicino, al punto da non vederne neppure l’ombra.In un carcere è difficile perforare quella superficialità che è corazza a difesa, il “muro di niente” contro cui cozziamo e moriamo.E’ davvero difficile raggiungere quella falda profonda a nome interiorità, navigando tra anse e anfratti, scogli e derive per arrivare a quell’essenza che può dirci di cosa siamo capaci, e addirittura svelarci il significato da dare alla vita.Qualcuno ben più illuminato di me ha detto che, forse, il significato della vita, propriamente, non va cercato: dobbiamo solo aiutarlo a rivelarsi e quindi accoglierlo.Fuggire da noi stessi, dalla realtà stretta di una cella, annullando il significato della propria esistenza, non giustifica la colpa, né le ragioni che ci inducono a farla finita.Tanto meno indurrà la società a chiedersi se questo ultimo gesto è lecito, e se è morale.Ancor meno spingerà a domandarsi se per caso Dio non sia morto proprio dentro la cella di un carcere, ipocritamente descritto come un luogo di speranza, mentre permane un luogo di morte. |
| * Bullismo e Tautologie Inconcludenti |
Adolescenti come plotoni di esecuzione, pronti a destabilizzare i più deboli, sempre addosso a chi non può reagire.
Bullismo ed eroi di cartone, furbi e codardia sospesa a mezz’aria, una dimensione di imbecillità con la patente a punti di bravi ragazzi, il tutto ben nascosto dalla viltà del gruppo che opprime il singolo.
Se non ricordo male ai miei tempi, esisteva l’esatto contrario del bullismo attuale, infatti il disagio aggrediva il singolo, ponendolo solo contro tutti.
Il solitario scopriva gli strumenti della violenza e della diversità, per diventare protagonista, per apparire, nel tentativo di colmare il vuoto in famiglia, la precarietà finanziaria, la mancanza di riferimenti certi, di valori condivisi.
Quel ragazzo scelse la diversità come propria corazza e propria spada, fino al giorno dell’abbandono della scuola, della famiglia, all’incontro con la strada e con il carcere.
In questo presente c’è una scuola priva di autorevolezza, una scuola e una famiglia prive di allenatori alla vita, perché dispersi dalla delegittimazione.
C’è invece un recinto dove incontrarsi per scontrarsi, in preparazione del botto finale da pagare al destino sempre in agguato.
Le teorie si sprecano nei riguardi della trasgressione, della violenza giovanile, del bullismo, un dispendio inusitato di tautologie inconcludenti, di dottrine pedagogiche che adottano l’eteroeducazione invece di una sana autoeducazione, per cui chi sta in cattedra ritiene di educare solamente gli altri, negando la necessità di doversi formare e rinnovare a un nuovo “sentire educativo “.
C’è un disamore adulto, che permette fughe in avanti a quanti pensano di aggiustare la propria personalità inadeguata, con la prepotenza degli atteggiamenti omertosi, che mettono in “sicurezza “ i pochi “duri” dell’ultimo banco, dietro ai tanti inconsapevoli complici di molteplici vigliaccate.
Ieri il bullo era l’unico diverso, destinato immediatamente al macero, oggi è divenuto eroe manifesto, non tanto per la sua fisicità, soprattutto per la silenziosa maggioranza all’intorno.
E’ un’anomalia istituzionale lo spazio in cui il bullo rimane in piedi eretto come un vessillo, mentre la vittima incassa l’ennesima sconfitta in termini di dignità rapinata e giustizia beffata.
In questo mare apparentemente sommerso di contraddizioni, incontro tanti giovani, e rimango stupito, perché sebbene non riesca a individuare bulli, furbi, né ottusi, questa mimetizzazione mi conferma l’urgenza di raccontare la storia di quel bullo di altri tempi, di quel coetaneo che s’è perduto in tragedie irripetibili, perché viltà non è dignità, e imbecillità non è intelligenza.
Diviene davvero un dovere raccontare di quel confine, sì, sottile, ma irrinunciabile, che separa sempre una legge di sangue da una legge del cuore, oppure di quanto è difficile essere uomini per saper scegliere, per saper credere negli altri, per farsi aiutare a diventare architetti di domani.
Noi continuiamo a parlare di bullismo, mai di professori e genitori in disarmo, perché divenuti autorevoli assolutori, ognuno indaffarato a delineare la soglia minima di attenzione, ciascuno a definire bravate le future scivolate.
Forse per arginare lo scempio, non serve assumere toni salvifici, o quel falso interventismo di un momento, forse per rendere quel ragazzo meno strafottente, occorre trovare il tempo per guardarlo negli occhi, in forza di una autorevolezza riconosciuta, perché guadagnata sul campo, non certamente perché ereditata dalle fatiche e dai sacrifici altrui. |
| * Bulli con le spalle al muro |
Guardavo il telegiornale e il servizio che andava in onda parlava di scuola, di studenti, di bullismo. Un telefonino aveva ripreso tutta la scena, il bullo che dall’ultimo banco scagliava un astuccio all’indirizzo della professoressa che stava scrivendo alla lavagna, colpendola alla nuca. Gli altri alunni seduti immobili come se nulla fosse accaduto, mentre l’insegnante in lacrime fuggiva dalla stanza.
Osservando la scena alla televisione, ho sentito un brivido percorrermi la schiena: in quei fotogrammi, quel ragazzo nascosto dall’ultimo fila, quel lancio codardo a colpire alle spalle, ho rivisto un altro bullo allo sbaraglio, in quei ragazzi educatamente seduti ai loro banchi, ho ricordato altri compagni, in quella fuga scomposta l’umiliazione di altre persone incolpevoli.
Il telegiornale mi ha rispedito a una classe anonima, dove rimanere un figurante non protagonista del proprio vivere, e diventare “diverso” a scuola, in famiglia, nella strada, è stato il passo più breve per fare conoscenza dapprima con un carcere per minorenni, poi con il resto del panorama penitenziario.
Le risate dei ragazzi intorno al bullo risuonano come mine vaganti, il filmato ne conserva i ghigni soddisfatti, e in questa desolante attualità, fanno capolino i genitori diventati specialisti forensi, protesi all’assoluzione in formula piena, mentre gli stessi professori sono ridotti a semplici trasmettitori di mere nozioni, poco interessati alla tecnica dialogica, che però consente di instaurare relazioni importanti, che portano alla conoscenza delle retrovie dove scorrono le ansie, il panico, le solitudini, i progetti immaturi che disconoscono le mediazioni.
In quelle immagini si percepisce una sensazione amara di angoscia, con la tentazione di scrollare le spalle per non chiedersi chi fermerà la mano di quel ragazzo, per evitare una seconda volta che potrebbe rasentare la tragedia, e ci faccia sentire tutti coinvolti, nessuno escluso dal farci i conti.
Senz’altro è importante che specialisti e riferimenti autorevoli sinergicamente facciano sentire il peso delle loro professionalità, con la messa in rete di interventi capaci, ma forse occorre un’azione ancor più incisiva, e soprattutto invasiva, occorre dare e fare testimonianza attraverso il proprio vissuto, la propria storia personale, dolorosa e inquietante, a tal punto da mettere con le spalle al muro il rischio di una infantilizzazione che nasconde fragilità e vuoti esistenziali.
A un giovane arrabbiato non è la predicozza a colpirlo sul mento, bensì il porsi a fronte mettendo insieme il coraggio sufficiente per spiegare la sofferenza che può scaturire da un gesto estremo. Giovani studenti travestiti da guerrieri, a rimarcare la mancanza di rispetto del mondo adulto, affascinati dalla scoperta della violenza tra i pari, perdendo contatto con le ore ferme, ripetute, nel bisogno di fendere l’aria con il taglio della mano, nel tentativo di rincorrere il tempo che si allontana……..senza però raggiungerlo mai, anzi perdendone i pezzi migliori, quelli più importanti, perché non ritorneranno più. |
| * Nullatenenti delle relazioni |
Ora che i riflettori sono stati spenti e la grancassa mediatica ha smesso di emettere suoni scomposti, forse sarà possibile ricordare con maggior delicatezza e buon senso Matteo e i suoi sedici anni.
Forse sarà possibile rammentare il valore delle parole, quelle che non intendono farsi condizionare da altre più altisonanti, lanciate a grappolo per creare una labirintite artificiale, quelle parole che possono chiarire le responsabilità vere, che non stanno sulle labbra dell’intrattenitore di turno, o sulla battuta pronta di chi vuol rimanere dietro le quinte del dolore, escludendo la possibilità di una via di emergenza che non di rado salva la vita.
La scuola è un ammasso informe di linee didattiche, spesso contrapposte alle relazioni importanti che fanno crescere.
La famiglia è diventata un ibrido travestito di buone intenzioni.
I giovani una tribù di selvaggi tutti uguali, omologati, disordinati.
Queste erano e sono le etichette e i luoghi comuni con cui si liquidano assai malamente le tragedie di una società caduta in disuso, per l’incapacità di comprendere quanto incivile sia disperdere la propria coscienza critica, anche nel caso questa sottoscriva un malcostume diventato trend nazionale.
Quanto diseducativo può diventare il tentativo di lenire un dolore lacerante con la divulgazione di verità contraffatte.
Chi la scuola l’ha abbandonata a un’età obbligante, sa bene che il rimpianto non è una condizione attenuante.
Chi nella famiglia non ha trovato amore che protegge ma una via di fuga alla cieca, sa bene come la selva oscura può ingannare al punto da farti soccombere.
Chi in gioventù ha bruciato le tappe del tutto e subito, sa bene come è facile perdere la propria dignità e depredarne parte agli altri.
Questa è la società che abbiamo in sorte, non era migliore quella precedente, piuttosto siamo cambiati noi, sono cambiate le sensibilità e quindi le attenzioni da esibire: nella fisicità che irrompe nella domanda, nella fragilità che traspare alla risposta.
Atteggiamento diseducativo a tal punto da semplificare la scomparsa di Matteo come il risultato di una debolezza inconfessabile.
Allora basterebbe guardare negli occhi quei ragazzi idioti e riferirgli che gay potrebbe significare “ valgo quanto voi “, mentre loro, i bulli del “10 contro 1” , “ non valete quanto Matteo”.
Basterebbe pensare alla scuola come a un luogo che insegna dalle retrovie la storia che appartiene a ognuno, incocciandone le anse e gli anfratti, mai delegando ad altri oneri propri, mai caricandosi deleghe che non le competono.
Basterebbe davvero accettarla questa sfida sbraitata dal bullismo contemporaneo, da questi nullatenenti delle relazioni, e facendolo evitare inutili paragoni con il passato, piuttosto cercando di ricordare Matteo con coraggio e coerenza, con la fermezza necessaria a educare al dialogo e all’ascolto. |
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