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ELEZIONI POLITICHE 9-10 APRILE 2006
La Politica Fiscale a confronto

La politica fiscale è uno dei temi principali del dibattito elettorale in vista del 9 aprile, come già cinque anni fa (e come succede quasi sempre in qualunque Paese, a meno che le cose in economia non vadano talmente bene che non vale la pena di preoccuparsene). Resta poi aperta, nonostante la recente legge, la questione della tutela del risparmio.

Sul fisco i due poli fanno proposte concorrenti con scalette diverse di priorità e si accusano a vicenda di voler portare la finanza pubblica alla rovina oppure, in alternativa, di voler tappare i buchi di bilancio con incrementi del carico fiscale. La situazione è complicata dal fatto che centrodestra e centrosinistra sono tutt’altro che omogenei al loro interno sull’una o sull’altra questione e nascondono le loro divergenze dietro formule fumose, oppure devono subire i dichiarati dissensi di singoli partiti delle coalizioni su punti specifici. I maggiori argomenti di contrasto riguardano la casa (in relazione all’Ici e ad altro), le imposte di successione e quelle sui redditi, le rendite finanziarie e l’Irap.

CENTRO-DESTRA
Il valore dell’Ici dovuto, dipende in gran parte dal valore catastale degli immobili. La Finanziaria per il 2005 prevedeva un processo di progressiva revisione degli estimi che nel frattempo si è arenato. Nella maggioranza ne hanno parlato recentemente i leader di An e Udc. Fini ha proposto l’abolizione dell’imposta su tutte le prime case, Casini ha chiesto di trasformarla da tassa sul patrimonio (e cioè calcolata sul valore dell’immobile) a tassa reddituale, cioè tenendo conto delle capacità di reddito del proprietario.
CENTRO-SINISTRA
Ieri il leader dell’Unione Romano Prodi, accusato dalla maggioranza di voler alzare le tasse sulla casa, ha precisato di essere favorevole ad un aggiornamento delle rendite catastali i cui valori non riflettono quasi mai il valore di mercato degli immobili. «Lo stesso appartamento che è accatastato per centomila euro può valere un milione di euro o centomila euro. Questa non è giustizia». L’aumento farebbe salire l’Ici.

CENTRO-DESTRA
L’abolizione della tassa di successione è il primo provvedimento che prese il governo Berlusconi non appena insediato nel 2001. È una scelta che Berlusconi si appunta al petto da allora e che tutto il centro-destra considera sacrosanta. «Ci sono i notai assaliti da chi vuole trasferire ai figli il loro patrimonio», ha detto ieri il premier a proposito della proposta del centro-sinistra di reintrodurla.
CENTRO-SINISTRA
L’Unione è convinta sia utile ripristinarla, ma non su tutti i redditi. Il leader Romano Prodi ha proposto di far tornare in vigore l’ultima versione della legge (la 342 del 2000) raddoppiando l’area di esenzione: dai 250mila euro di allora si passerebbe a 500mila euro per ciascun beneficiario di una eredità. La tassa di successione «serve per ristabilire una eguaglianza dei punti di partenza. Ha dunque, prima di tutto, un valore simbolico», ha spiegato nei giorni scorsi l’economista e deputato diesse Nicola Rossi.

CENTRO-DESTRA
È stato un argomento sul quale il centro-destra negli ultimi due anni si è molto diviso. An e Udc hanno a lungo caldeggiato l’armonizzazione delle rendite finanziarie che oggi vengono diversamente tassate: si va dal 12,5% dei titoli di Stato al 27% dei conti correnti bancari. Forza Italia e Lega, con il sostegno decisivo di Berlusconi, hanno sempre detto no. Uno dei provvedimenti del governo è stata anzi la detassazione di plusvalenze e minusvalenze di borsa.
CENTRO-SINISTRA
L’Unione è favorevole all’armonizzazione delle rendite. In Parlamento, durante la discussione della Finanziaria Siniscalco, l’opposizione tentò di far passare la proposta con l’appoggio di An e Udc. Ieri Prodi ha però precisato che il suo programma di governo non prevede la revisione per i titoli di Stato. «Non è assolutamente nostra intenzione modificare la tassazione, mentre applicheremo una aliquota che rimarrà inferiore alla media europea su tutte le altre rendite finanziarie».

CENTRO-DESTRA
Nel contratto con gli italiani il premier aveva promesso due sole aliquote (23 e 33%) entro la fine della legislatura. Sopra e sotto i 200 miolioni di vecchie lire. L’obiettivo è fallito, anche se i tagli ci sono stati: è stata innalzata la no tax-area (sotto i 7.500), le aliquote sono scese da cinque a quattro. Abolita l’aliquota al 29%, sono rimaste il 23%, 33% e 39%, più un «contributo di solidarietà» che in pratica è la diminuzione dell’aliquota dal 45% al 43%. Le detrazioni per figli a carico sono diventate «deduzioni».
CENTRO-SINISTRA
L’opposizione ha contestato una riforma costata sei miliardi di euro i cui benefici sono in gran parte a favore dei redditi più alti. Nel programma del centro-sinistra lo spazio per la questione non è molto: in un passaggio si legge di una revisione dell’Irpef «ispirata al recupero di una maggiore progressività».

CENTRO-DESTRA
Il governo si era impegnato a tagliare l’Irap di dodici miliardi di euro in tre anni, si incagliò poi su come reperire le risorse per raggiungere quell’obiettivo. Il Ministro Siniscalco propose un innalzamento dell’Iva che Lega e Forza Italia bocciarono. Nell’ultima Finanziaria, per venire incontro alle richieste degli industriali di abbassare il costo del lavoro (in Italia è fra i più alti dei Paesi industrializzati) il governo ha deciso in extremis un taglio del costo del lavoro di un punto in due anni.
CENTRO-SINISTRA
L’Unione è sempre stata contraria al taglio dell’Irap poiché - argomentano i suoi esperti - serve a finanziare il servizio sanitario nazionale. Ha sempre proposto un taglio del cuneo fiscale. Ora però sul futuro dell’Irap pende una sentenza della Corte di Giustizia Ue. «Dovremo modificarla, ma certamente non possiamo promettere di abolirla», ha detto Prodi lo scorso week-end agli industriali riuniti a Vicenza.

   
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