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La politica fiscale è uno dei temi principali
del dibattito elettorale in vista del 9 aprile, come già
cinque anni fa (e come succede quasi sempre in qualunque Paese,
a meno che le cose in economia non vadano talmente bene che non
vale la pena di preoccuparsene). Resta poi aperta, nonostante
la recente legge, la questione della tutela del risparmio.
Sul fisco i due poli fanno proposte concorrenti con scalette
diverse di priorità e si accusano a vicenda di voler portare
la finanza pubblica alla rovina oppure, in alternativa, di voler
tappare i buchi di bilancio con incrementi del carico fiscale.
La situazione è complicata dal fatto che centrodestra e
centrosinistra sono tuttaltro che omogenei al loro interno
sulluna o sullaltra questione e nascondono le loro
divergenze dietro formule fumose, oppure devono subire i dichiarati
dissensi di singoli partiti delle coalizioni su punti specifici.
I maggiori argomenti di contrasto riguardano la casa (in relazione
allIci e ad altro), le imposte di successione e quelle sui
redditi, le rendite finanziarie e lIrap.
Il valore dellIci dovuto, dipende in gran parte dal valore
catastale degli immobili. La Finanziaria per il 2005 prevedeva
un processo di progressiva revisione degli estimi che nel frattempo
si è arenato. Nella maggioranza ne hanno parlato recentemente
i leader di An e Udc. Fini ha proposto labolizione dellimposta
su tutte le prime case, Casini ha chiesto di trasformarla da tassa
sul patrimonio (e cioè calcolata sul valore dellimmobile)
a tassa reddituale, cioè tenendo conto delle capacità
di reddito del proprietario.
Ieri il leader dellUnione Romano Prodi, accusato dalla maggioranza
di voler alzare le tasse sulla casa, ha precisato di essere favorevole
ad un aggiornamento delle rendite catastali i cui valori non riflettono
quasi mai il valore di mercato degli immobili. «Lo stesso
appartamento che è accatastato per centomila euro può
valere un milione di euro o centomila euro. Questa non è
giustizia». Laumento farebbe salire lIci.
Labolizione della tassa di successione è il primo
provvedimento che prese il governo Berlusconi non appena insediato
nel 2001. È una scelta che Berlusconi si appunta al petto
da allora e che tutto il centro-destra considera sacrosanta. «Ci
sono i notai assaliti da chi vuole trasferire ai figli il loro
patrimonio», ha detto ieri il premier a proposito della
proposta del centro-sinistra di reintrodurla.
LUnione è convinta sia utile ripristinarla, ma non
su tutti i redditi. Il leader Romano Prodi ha proposto di far
tornare in vigore lultima versione della legge (la 342 del
2000) raddoppiando larea di esenzione: dai 250mila euro
di allora si passerebbe a 500mila euro per ciascun beneficiario
di una eredità. La tassa di successione «serve per
ristabilire una eguaglianza dei punti di partenza. Ha dunque,
prima di tutto, un valore simbolico», ha spiegato nei giorni
scorsi leconomista e deputato diesse Nicola Rossi.
È stato un argomento sul quale il centro-destra negli ultimi
due anni si è molto diviso. An e Udc hanno a lungo caldeggiato
larmonizzazione delle rendite finanziarie che oggi vengono
diversamente tassate: si va dal 12,5% dei titoli di Stato al 27%
dei conti correnti bancari. Forza Italia e Lega, con il sostegno
decisivo di Berlusconi, hanno sempre detto no. Uno dei provvedimenti
del governo è stata anzi la detassazione di plusvalenze
e minusvalenze di borsa.
LUnione è favorevole allarmonizzazione delle
rendite. In Parlamento, durante la discussione della Finanziaria
Siniscalco, lopposizione tentò di far passare la
proposta con lappoggio di An e Udc. Ieri Prodi ha però
precisato che il suo programma di governo non prevede la revisione
per i titoli di Stato. «Non è assolutamente nostra
intenzione modificare la tassazione, mentre applicheremo una aliquota
che rimarrà inferiore alla media europea su tutte le altre
rendite finanziarie».
Nel contratto con gli italiani il premier aveva promesso due sole
aliquote (23 e 33%) entro la fine della legislatura. Sopra e sotto
i 200 miolioni di vecchie lire. Lobiettivo è fallito,
anche se i tagli ci sono stati: è stata innalzata la no
tax-area (sotto i 7.500), le aliquote sono scese da cinque a quattro.
Abolita laliquota al 29%, sono rimaste il 23%, 33% e 39%,
più un «contributo di solidarietà» che
in pratica è la diminuzione dellaliquota dal 45%
al 43%. Le detrazioni per figli a carico sono diventate «deduzioni».
Lopposizione ha contestato una riforma costata sei miliardi
di euro i cui benefici sono in gran parte a favore dei redditi
più alti. Nel programma del centro-sinistra lo spazio per
la questione non è molto: in un passaggio si legge di una
revisione dellIrpef «ispirata al recupero di una maggiore
progressività».
Il governo si era impegnato a tagliare lIrap di dodici miliardi
di euro in tre anni, si incagliò poi su come reperire le
risorse per raggiungere quellobiettivo. Il Ministro Siniscalco
propose un innalzamento dellIva che Lega e Forza Italia
bocciarono. Nellultima Finanziaria, per venire incontro
alle richieste degli industriali di abbassare il costo del lavoro
(in Italia è fra i più alti dei Paesi industrializzati)
il governo ha deciso in extremis un taglio del costo del lavoro
di un punto in due anni.
LUnione è sempre stata contraria al taglio dellIrap
poiché - argomentano i suoi esperti - serve a finanziare
il servizio sanitario nazionale. Ha sempre proposto un taglio
del cuneo fiscale. Ora però sul futuro dellIrap pende
una sentenza della Corte di Giustizia Ue. «Dovremo modificarla,
ma certamente non possiamo promettere di abolirla», ha detto
Prodi lo scorso week-end agli industriali riuniti a Vicenza.
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