Riformare l'Unione per riuscire l'ampliamento
Il Parlamento europeo conclude questa legislatura coma
l'aveva cominciata nel 1999: con la speranza, e l'esigenza, di una profonda
riforma dell'Unione. Sia il Trattato di Amsterdam entrato in vigore
poco prima delle ultime elezioni, sia il Trattato di Nizza non hanno
soddisfatto tali attese. Oggi è sul tappeto un progetto di Costituzione
che è stato elaborato secondo il metodo proposto dal Parlamento
e che integra molte delle proposte dei deputati. Ma prima di arrivare
a tanto ci sono voluti cinque anni di perseveranza per superare le lacune
dei trattati di Amsterdam e Nizza.
« Lampliamento deve essere l'occasione e il
catalizzatore di una profonda riforma dell'Unione e il rinvio di una
siffatta riforma globale ad ampliamento avvenuto non potrebbe che renderla
più difficile e aleatoria.». Così si esprimevano
i deputati di fresca elezione già in una risoluzione del novembre
1999.
Il trattato di Amsterdam aveva lasciato in sospeso le
riforme istituzionali indispensabili affinché un'Unione a 25
o 30 Stati membri potesse evitare la paralisi. Per i deputati era ormai
improrogabile rendere le istituzioni più efficaci, più
trasparenti e più democratiche. Era inoltre giunto il momento
di uscire dai negoziati diplomatici a porte chiuse e di associare alle
discussioni il Parlamento europeo, i parlamenti nazionali degli Stati
membri e dei paesi candidati nonché la società civile.
Era infine giunto il momento di razionalizzare i testi che, dopo quasi
mezzo secolo, avevano finito per rendere l'Unione un'impalcatura giuridica
incomprensibile.
Passo dopo passo, dalla Comunità all'Unione
La costruzione dell'Europa è avvenuta di
trattato in trattato, avanzando a passo spedito in campo economico,
ma con andatura più esitante riguardo agli aspetti politico e
istituzionale. Il Trattato di Parigi, che fonda nel 1951 la Comunità
europea del carbone e dell'acciaio (CECA) istituisce un potere sovranazionale
nei due settori cruciali per l'economia europea del dopoguerra. Le regole
del gioco sono chiare e i campi d'azione ben delimitati. A livello politico
invece si registra già tre anni più tardi l'insuccesso
della Comunità europea di difesa. E' sicuramente troppo presto
per gestire in comune una materia così sensibile. L'Europa si
costruirà prima di tutto sull'economia.
A partire dal 1957 il progetto economico viene rilanciato
con il Trattato di Roma. Questa volta si tratta di creare un mercato
comune per la progressiva soppressione delle barriere commerciali e
lanciare nuove politiche comuni: dopo il carbone e l'acciaio, è
la volta della concorrenza, dell'agricoltura e dei trasporti. I primi
anni segnano un netto successo, fino a quando, a metà degli anni
'60 si instaura un clima di sfiducia in merito al fascicolo agricolo
che fa scattare uno dei freni principali all'efficacia decisionale:
l'unanimità. Viene così meno il primo slancio.
Occorrerà aspettare il trattato noto come "l'Atto
unico" del 1986 perché l'integrazione europea ritrovi veramente
un secondo slancio. Nel mercato comune sussistono molti ostacoli tecnici
alla libera circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e delle
persone. Questo nuovo trattato punta a superarli e ha il merito di ripristinare
la norma della maggioranza e di attribuire un vero e proprio ruolo legislativo
al Palamento per tutte le questioni connesse al nuovo obiettivo: il
mercato unico, il cui completamento è programmato per la fine
del 1992. Nel contempo vedono la luce nuove politiche comuni: politica
regionale, ricerca, ambiente, cooperazione economica e monetaria.
Fino a quel momento l'Europa ha soprattutto organizzato
il proprio funzionamento interno. Ma gli sconvolgimenti avvenuti nel
suo immediato contesto internazionale cambiano bruscamente le carte
in tavola: la riunificazione tedesca nel 1990 preannuncia la disintegrazione
del blocco dell'Est e il ritorno alla democrazia di numerosi paesi vicini.
Nel 1991 gli Stati membri negoziano un nuovo trattato avente una duplice
ambizione: consolidare la normativa in campo economico e dotarsi di
un vero e proprio ruolo sulla scena politica internazionale. Il risultato
sarà una struttura giuridica ed istituzionale arzigogolata e
squilibrata: il Trattato di Maastricht, concluso contemporaneamente
all'implosione dellURSS.
Il Trattato di Maastricht traccia le tappe verso la moneta
unica e lancia nuove politiche comuni: industria, reti transeuropee,
protezione dei consumatori, salute, istruzione. Si tratta del «pilastro»
comunitario, che conserva la sua logica politica ed istituzionale, con
un ruolo centrale per la Commissione e per il Parlamento, al quale spetta
il ruolo di colegislatore assieme al Consiglio per talune materie. Ma
vedono la luce altri due «pilastri» che rispondono alla
logica della semplice cooperazione intergovernativa: la politica esterna
e gli affari interni e la giustizia, due settori al quale il Parlamento
europeo non è minimamente associato e nei quali la maggior parte
delle decisioni saranno soggette alla regola dell'unanimità.
Sotto la nuova denominazione «Unione europea» e in un quadro
istituzionale comune convive ormai una moltitudine di procedure e di
norme diverse a seconda delle materie.
L'affondamento nel porto di Amsterdam
Lo squilibrio del sistema, la sua complessità e
la sua incompiutezza sono così evidenti che i Capi di Stato e
di governo hanno fissato, già a partire da Maastricht, un nuovo
appuntamento per tentare di razionalizzare le cose e di garantire un
migliore funzionamento dell'Unione. Tale esercizio diventerà
il Trattato di Amsterdam, concluso nel 1997 ed entrato in vigore il
1° maggio 1999. Amsterdam segna un successo a metà. Esso
semplifica e amplia la codecisione a 20 nuovi settori rafforzando ulteriormente
la democrazia parlamentare a livello dell'Unione, integra nei trattati
le politiche in materia di polizia e di frontiere che venivano condotte
al di fuori di esse (Schengen), aggiunge una dimensione sociale all'Unione
con un capitolo sull'occupazione, consacra il principio di sussidiarietà
e crea un Alto rappresentante per la politica estera.
Ma Amsterdam è anche un mezzo fallimento. Mentre
l'Unione ha appena accolto tre nuovi Stati membri (Austria, Finlandia,
Svezia) e deve prevedere di integrarne molti di più, i governi
non riescono a mettersi d'accordo sul capitolo istituzionale. Permangono
gli squilibri e la complessità ereditati da Maastricht che fanno
temere la paralisi per l'Unione ampliata.
Maggiori ambizioni
Il Parlamento, che già aveva tracciato un progetto
costituzionale 15 anni prima (il progetto Spinelli), fin dall'inizio
della legislatura raccomanda una semplificazione e una razionalizzazione
dei trattati e un testo costituzionale. Affinché l'Unione ampliata
possa continuare a funzionare occorre, a giudizio dei deputati, ridurre
le possibilità di bloccare le decisioni in seno al Consiglio,
fare del voto a maggioranza la regola e applicare la codecisione legislativa
tra il Parlamento e il Consiglio alla maggior parte delle materie. I
deputati reclamano altresì una politica veramente comune nei
settori della sicurezza e della difesa e una migliore sinergia delle
politiche europee in materia economica e sociale.
Consci delle lacune di Amsterdam, i Capi di Stato e di
governo hanno convocato una nuova Conferenza intergovernativa al Consiglio
europeo di Helsinki nel dicembre 1999. Ma questa CIG dispone di un esile
mandato che consiste sostanzialemnte nel negoziare i punti in sospeso
di Amsterdam, adeguando il sistema decisionale e la composizione della
Commissione e del Parlamento in vista dell'ampliamento.
Le attese del Parlamento sono invece più ambiziose.
Esso le formula in un'importante relazione adottata nell'aprile 2000.
I deputati propongono di rifondare tutti i trattati precedenti in un
unico testo corredato di una prima parte costituzionale comprendente
gli obiettivi dell'Unione, la Carta dei diritti fondamentali (dotata
così di potere vincolante), le istituzioni, la ripartizione delle
competenze tra l'Unione e gli Stati e le procedure decisionali.
Il Parlamento auspica l'abolizione della struttura a pilastri
ereditata da Maastricht per passare a una generalizzazione del metodo
comunitario. Esso propone inoltre di sostituire il complesso sistema
di ponderazione dei voti in seno al Consiglio con una doppia maggiorazna
molto più chiara: l'approvazione di una decisione richiederebbe
il sostegno della maggioranza degli Stati che rappresentano almeno la
maggioranza della popolazione dell'Unione. I deputati preconizzano altresì
la fusione delle funzioni di Alto rappresentante e di Commissario per
le relazioni esterne che, in seno alla Commissione, sarebbero riunite
nel portafoglio di un vicepresidente. In materia di bilancio i deputati
sostengono infine la soppressione della distinzione tra spese obbligatorie
e non obbligatorie nonché l'iscrizione delle prospettive finanziarie
pluriennali nei trattati, il cui importo sarà fissato di comune
accordo tra il Consiglio e il Parlamento. Queste proposte del Parlamento
finiranno per imporsi. Ma non a Nizza.
Appuntamento alla Convenzione
Al termine di una maratona negoziale a livello dei Capi
di Stato e di governo il Consiglio europeo di Nizza non partorirà
che un minitrattato. La Carta dei diritti fondamentali vi è semplicemente
allegata senza potere vincolante. Il sistema di voto maggioritario per
ponderazione dei voti non è abolito ma semplicemente ricalcolato
per dare maggior peso ai grandi Stati, che peraltro accettano di avere
un solo Commissario nell'Unione ampliata. Invece di facilitare l'assunzione
di decisioni, Nizza la rende più difficile. Quanto al resto se
ne discuterà più tardi.
I deputati europei sono delusi. Certo, essi riconoscono
che « il Trattato di Nizza toglie l'ultimo ostacolo formale all'ampliamento
», ma « un'Unione con 27 e più Stati membri necessita
di riforme più profonde ». E pur giudicandone il risultato
in base all'ordine del giorno ridotto della CIG, le risposte fornite
sono insufficienti agli occhi del Parlamento. L'Unione non ottiene nulla
in termini di capacità d'azione o di riduzione del suo deficit
democratico. Secondo il Parlamento « il Trattato di Nizza conclude
un ciclo iniziato a Maastricht (
) ed esige l'avvio di un processo
costituzionale che sia coronato dall'adozione di una Costituzione dell'Unione
europea ».
A Nizza l'aspetto essenziale non era sicuramente
nel trattato. Era semmai nella dimostrazione eclatante dei limiti raggiunti
con il metodo dei negoziati intergovernativi e nei suoi allegati: la
dichiarazione 23 sull'avvenire dell'Unione che annuncia una riforma
più profonda e secondo un altro metodo e la Carta dei diritti
fondamentali di cui la Convenzione farà nel 2003 un elemento
centrale del suo progetto di Costituzione. Un progetto che è
oggi sul tappeto e che integra la maggior parte delle richieste formulate
dal Parlamento a partire dalla primavera 2000.
