Politica estera, di sicurezza e di
difesa: a piccoli passi
Per un quarto di secolo gli Stati membri si si sono scambiati
opinioni su questioni di politica internazionale, limitandosi però
sostanzialmente all'adozione di dichiarazioni. Con la fine dell'impero
sovietico e la destabilizzazione dei Balcani e dell'Europa orientale,
la politica estera, la sicurezza e la difesa hanno acquisito maggior
peso negli ambiti di preoccupazione dell'Unione, ma non fino al punto
di divenire oggetto di effettive politiche comunitarie, come auspica
la maggior parte dei cittadini e dei deputati europei. Il Parlamento
ha sempre richiesto un approccio più ambizioso, sia in termini
di azioni e istituzioni comuni capaci di agire che di mezzi operativi.
Gli attentati dell'11 settembre 2001 non hanno fatto che rafforzare
tale aspirazione e tale necessità.
I deputati europei ritengono che l'Unione potrà parlare con una
sola voce sulla scena internazionale soltanto quando i suoi Stati membri
avranno la volontà politica di dotarsi di una strategia chiara
e di istituzioni efficaci. Per molto tempo gli strumenti di politica
estera comune si sono limitati alla cooperazione allo sviluppo, all'assistenza
economica e agli aiuti d'emergenza. Il trattato di Maastricht, entrato
in vigore nel 1993, vi ha aggiunto lo strumento della diplomazia: la
politica estera e di sicurezza comune (PESC). Ma, contrariamente alle
materie economiche, tale politica sfugge alla logica comunitaria: è
essenzialmente il Consiglio, vale a dire i governi, che decide, il più
delle volte all'unanimità. La Commissione e il Parlamento sono
ben poco associati a tale processo.
Il trattato di Amsterdam, in vigore dal 1999, tenta di
colmare due lacune. Da una parte, l'Unione si dota della capacità
di intervenire militarmente nella gestione delle crisi per missioni
umanitari e di mantenimento o ripristino della pace (le missioni cosiddette
"di Petersberg"). Dall'altra, tenta di dare un volto a tale
politica creando un Alto Rappresentante per la PESC. Ma quest'ultimo
agisce sempre per conto degli Stati membri e del Consiglio e il suo
ruolo rischia di interferire con altre competenze estere di cui dispone
la Commissione (sviluppo, aiuti umanitari, politica commerciale). Inoltre,
per rimediare alla paralisi indotta dall'unanimità, che ha sovente
condotto all'adozione di posizioni minimaliste, il trattato di Amsterdam
ha introdotto l'opzione della "astensione costruttiva", che
consente di intraprendere iniziative senza la partecipazione attiva
di tutti gli Stati membri, e le "cooperazioni rafforzate",
per consentire a gruppi di Stati membri di cooperare più strettamente.
Lo sviluppo militare prosegue nel 1999, allorché
il Consiglio europeo di Helsinki decide che per il 2003 gli Stati membri
devono essere in grado di mettere a disposizione contingenti militari
entro 60 giorni e mantenere per almeno un anno forze militari fino a
50.000-60.000 uomini in grado di effettuare l'insieme delle missioni
di Petersberg.
Coerenza ed efficacia
Per ragioni di chiarezza, coerenza ed efficacia, dal 2000
il Parlamento europeo chiede che le funzioni dell'Alto Rappresentante
e del Commissario europeo responsabile delle Relazioni esterne siano
riunite nella figura di un vicepresidente della Commissione. Tale idea,
difesa con successo dai deputati nella Convenzione sul futuro dell'Europa,
è ripresa nel progetto di trattato costituzionale. Il progetto
di Costituzione, tuttavia, non prevede una maggiore consultazione del
Parlamento in tale ambito rispetto a prima, né accoglie la richiesta
del Parlamento di applicare la maggioranza qualificata all'adozione
di decisioni, salvo nel caso di una proposta del Ministro degli affari
esteri sostenuta dalla Commissione.
Sul piano operativo, il progetto di costituzione prevede
la creazione di un'Agenzia europea per gli armamenti e l'estensione
delle missioni di Petersberg alle operazioni di disarmo e alla lotta
contro il terrorismo. Una "clausola di solidarietà"
dovrebbe inoltre indurre gli Stati membri ad aiutarsi reciprocamente
e a mobilitare le proprie risorse civili e militari nella lotta contro
il terrorismo. I deputati hanno proposto altresì di inserire
nel trattato una "clausola di difesa collettiva" simile a
quella prevista dalla NATO, applicabile agli Stati membri interessati,
ma la proposta è stata respinta.
Un'influenza crescente
Anche se sono gli Stati membri a decidere in ultima istanza
sulle questioni di politica estera, di sicurezza e di difesa, ogni azione
politica o operazione messa in atto a nome dell'Unione richiede come
minimo che il Parlamento venga previamente informato circa il mandato,
le capacità e l'incidenza finanziaria dell'azione prevista. In
questi ultimi anni, in diverse regioni del mondo i deputati hanno stabilito
legami più stretti con l'Alto Rappresentante, i Commissari responsabili,
la Presidenza dell'Unione e gli inviati speciali dell'Unione.
I deputati possono imprimere impulsi anche prendendo parte
al dibattito pubblico e politico. Nelle loro relazioni, raccomandazioni
o interrogazioni rivolte ai vari attori dell'Unione, essi possono esercitare
una certa influenza chiedendo ad esempio alla Commissione di presentare
proposte. Innanzitutto il Parlamento dispone di prerogative di bilancio
che coprono le azioni relative alla PESC (circa 50 milioni di euro per
il 2003). Il PE tuttavia non ha competenze per quanto concerne la difesa,
che è alimentata direttamente dai bilanci degli Stati membri.
Le priorità politiche del PE sono espresse ogni
anno in una relazione annuale sulla politica estera, di sicurezza e
di difesa. Nel 2002 i deputati si sono felicitati della cooperazione
senza precedenti tra le istituzioni in seguito agli attentati del settembre
2001 e hanno suggerito di attaccare il terrorismo alla radice, avviando
innanzitutto un dialogo con gli Stati deboli e instabili. Nel 2003 essi
hanno approvato l'impegno dell'Unione nella crisi afghana, non solamente
sul piano politico ed economico ma altresì militare, nel quadro
dell'ISAF (International Security Assistance Force). Al contrario hanno
deplorato che la guerra in Iraq abbia nuociuto alla credibilità
della PESC, il ristabilimento della quale dipenderà, secondo
loro, dalle capacità militari dell'Unione e dalla sua volontà
di dispiegarle.
Prime operazioni militari
Nel 2003 l'Unione ha lanciato le sue tre prime operazioni
nelle zone di crisi e ha assunto altresì una responsabilità
visibile sul terreno. Il 1° gennaio 2003, una missione di polizia
dell'UE, composta da 500 uomini, è subentrata all'ONU in Bosnia-Erzegovina
per un periodo di tre anni, principalmente al fine di addestrare una
forza di polizia locale. Nel marzo 2003 l'Unione ha condotto la sua
prima operazione militare, subentrando alla NATO nell'ex Repubblica
iugoslava di Macedonia. L'UE ha dispiegato una forza militare di 350
uomini (operazione "Concordia") per tentare di creare le condizioni
di pace necessarie alla messa in atto di riforme costituzionali. A ciò
si è successivamente aggiunta una missione di polizia (200 uomini,
operazione "Proxima"). Infine, l'operazione "Artemis"
costituisce la prima operazione di tipo militare condotta in modo indipendente
dall'Unione, nella regione dell'Ituri, in Congo. Tale spiegamento mostra
che l'Europa è fondamentalmente disposta ad accettare l'idea
di inviare contingenti europei per interventi umanitari, anche al di
fuori del continente europeo.
"No" alla guerra en Iraq
In una relazione del maggio 2002, il PE metteva in guardia
la comunità internazionale contro la prosecuzione del programma
di armamento nucleare da parte del regime iracheno, stimando che l'Iraq
sarebbe stato in grado di dotarsi di armi nucleari nel giro di cinque
anni qualora le sanzioni contro il paese fossero state eliminate. I
deputati chiedevano dunque il mantenimento dell'embargo sulle armi ma
al contempo la sospensione delle altre sanzioni. Essi raccomandavano
una soluzione politica multilaterale, sotto l'egida delle Nazioni Unite.
Il PE ha respinto ogni azione militare non coperta da risoluzioni ONU
e ha invitato le autorità irachene a conformarsi alle ispezioni
della Commissione di monitoraggio, verifica e ispezione delle Nazioni
Unite (UNMOVIC), condannando al contempo le violazioni gravi e ripetute
dei diritti umani.
Il 30 gennaio 2003, qualche settimana prima dello scoppio
della guerra, il PE ha adottato una risoluzione sull'Iraq, con 287 voti
favorevoli, 209 contrari e 26 astensioni. I deputati stimavano che le
violazioni della risoluzione 1441 constatate degli ispettori dell'ONU
non giustificassero l'avvio di un'azione militare e si sono opposti
ad ogni azione unilaterale, ritenendo che un attacco preventivo avrebbe
contravvenuto al diritto internazionale. Una volta scoppiata la guerra,
i deputati, non immuni alle divisioni emerse tra i governi europei,
non sono stati in grado di adottare una nuova posizione comune sulla
guerra. In compenso ha ricevuto ampio consenso una relazione sulla ricostruzione
del paese.
Numerose iniziative in Medio Oriente
Nell'ottobre 2003, con la violenza all'ordine del giorno
in Medio Oriente, il PE approva una relazione in cui rivolge sia al
governo israeliano che all'Autorità palestinese la richiesta
di applicare incondizionatamente la "road map" elaborata dal
Quartetto (Stati Uniti, Russia, UE, ONU). Il PE raccomanda la coesistenza
tra due Stati sovrani, col diritto per ciascuno di essi di vivere in
sicurezza. I deputati condannano fermamente il terrorismo palestinese
e chiedono all'Autorità palestinese di ristabilire l'ordine pubblico
e di compiere degli sforzi visibili e concreti per smantellare le organizzazioni
terroristiche. Dal canto suo, il governo israeliano è invitato
a ritirare le sue forze militari dai territori palestinesi, a porre
fine alle esecuzioni mirate e a congelare gli insediamenti nonché
la costruzione del "muro di sicurezza".
Nell'aprile 2002, il PE ha adottato una raccomandazione
al Consiglio, invitandolo a sospendere l'accordo di associazione tra
l'UE e Israele (con 269 voti favorevoli, 208 contrari e 22 astensioni)
a causa dell'escalation militare perseguita dal governo israeliano.
Il Consiglio dei Ministri tuttavia non vi ha dato seguito.
Nel febbraio 2003, inoltre, a seguito di una richiesta
sottoscritta da circa 170 deputati, è stato istituito un gruppo
di lavoro per verificare l'utilizzo dei fondi concessi all'Autorità
palestinese, dati i timori circa il loro storno per altri fini, tra
cui il finanziamento di reti terroristiche. Tale gruppo di lavoro si
iscrive nel contesto del diritto del PE di verificare la trasparenza
dei conti dell'Unione, anche se esso non dispone dei poteri di indagine
di una commissione d'inchiesta ufficiale. Il 31 marzo 2004 il gruppo
ha approvato due relazioni, una "maggioritaria" e l'altra
"minoritaria"), a causa di una differenza d'interpretazione
delle informazioni raccolte. Le due relazioni pervengono perlomeno ad
una conclusione simile: se l'UE decide in futuro di rinnovare un aiuto
di bilancio diretto all'Autorità palestinese, occorre stabilire
delle condizioni chiare e dei migliori meccanismi di controllo. Dette
relazioni saranno discusse dalle tre commissioni competenti (bilanci,
controllo dei bilanci, affari esteri) nel corso della prossima legislatura.
