Il Sistema Elettorale Americano
Per quanto esistano, ai nostri giorni, negli Stati Uniti, due partiti politici nazionali, presenti in tutto il Paese - il repubblicano e il democratico (il Reform Party fondato da Ross Perot è ancora troppo poco radicato) - non è la struttura partitica a cercare e proporre il candidato alla presidenza. Il meccanismo elettorale, così come è ora articolato, permette ad un qualsiasi esponente politico di una qualche notorietà di dichiararsi autonomamente "in corsa" per la Casa Bianca, affrontando, poi, il giudizio popolare attraverso primarie e caucus.

TRE REQUISITI - La Costituzione prescrive solo tre requisiti al futuro presidente: almeno trentacinque anni di età, che sia cittadino americano per nascita e che risieda negli Stati Uniti da oltre quattordici anni. Per quanto, da sempre, si sia abituati a considerare l'elezione del presidente Usa come la più significativa espressione di voto "diretto" del popolo, nella realtà voluta dai costituenti questo non è affatto vero perché in ogni momento (a partire dalle primarie per arrivare alla votazione di novembre) i votanti sono chiamati ad eleggere dei delegati che, a loro volta, riunendosi successivamente, si esprimono per il candidato nazionale che rappresentavano a livello locale, in occasione delle primarie e dei caucus, o, alla fine, per il presidente.

MEDIAZIONE - Nella visione costituzionale, quindi, la procedura si conclude con una elezione "di secondo grado" mediata dai delegati. E' la Carta costituzionale stessa che si incarica di stabilire, per quel che riguarda i membri del Collegio presidenziale, che "ogni Stato nominerà, nel modo che verrà stabilito dai suoi organi legislativi, un numero di elettori (delegati) pari al numero complessivo dei senatori e dei rappresentanti che lo Stato ha diritto di mandare al Congresso".

Considerando che, grosso modo, si ha un rappresentante ogni 475.000 residenti e che i membri della Camera, conseguentemente, sono, ora, 435, i voti elettorali presenti alla riunione finale del Collegio presidenziale assommano a 538 (100 corrispondenti ai senatori, 435 ai rappresentanti e 3 per il Distretto Federale di Washington), il che significa che per essere eletti presidenti si devono controllare almeno 270 voti.

SENZA QUORUM - Nel caso in cui - come accadde nel 1800 e nel 1824 per l'elezione rispettivamente di Thomas Jefferson e di John Quincy Adams - nessuno raggiunga il prescritto quorum, la Costituzione prevede che la decisione finale spetti alla Camera dei rappresentanti che dovrà scegliere tra i primi tre candidati che abbiano ottenuto il maggior numero di voti elettorali (e cioè di delegati al Collegio). Resta da fare, in quest'ambito, un'ultima, importantissima annotazione: i delegati al Collegio presidenziale - che, come abbiamo detto, alla fine, nomineranno formalmente il presidente - si devono conquistare Stato per Stato e non singolarmente. Vediamo di spiegarci meglio: ogni Stato dell'Unione, durante la campagna, è eretto in Collegio elettorale, la qual cosa significa che il vincitore per voti popolari, ad esempio, del Texas, si prenderà tutti i delegati di quel territorio, mentre il perdente (anche se di un solo voto popolare) non ne avrà nessuno. Altrettanto, naturalmente, per gli altri Stati. Ciò comporta fondamentali conseguenze: alcuni Stati che hanno, per via della consistenza della loro popolazione, un maggior numero di delegati da eleggere sono nettamente più importanti di altri ai fini del raggiungimento della mitica, indicata soglia dei 270 voti - pari alla maggioranza assoluta - al Collegio presidenziale.

STATI PIU’ POPOLOSI - Sarà conseguentemente assai più utile, per i candidati, cercare di vincere negli Stati più popolosi (e qui concentrare la maggior parte dei loro sforzi) piuttosto che aggiudicarsi i pochi voti elettorali che altri territori possono assegnare. La seconda conseguenza di tale sistema è che, teoricamente ma anche in pratica (è accaduto nel 1888 al presidente Grover Cleveland e nel 1876 al candidato democratico Samuel Tilden), si possono ottenere più voti popolari ed essere ugualmente sconfitti. Indispensabile un esempio: supponiamo che un primo candidato si aggiudichi la maggioranza dei voti popolari in California (che nel 1992 aveva diritto a 47 delegati) per mille voti popolari in più. Egli avrà a propria disposizione tutti i voti elettorali di quell'enorme Stato. Se il suo avversario, sempre per esempio, si aggiudicasse per diecimila voti popolari in più lo Stato del Nord Dakota (che aveva solo tre delegati, sempre nel 1992) nel computo complessivo, il secondo candidato avrebbe novemila voti popolari in più ma solo tre delegati contro i 47 dell'altro.

 
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