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Mentre
in Italia ogni individuo maggiorenne ha diritto al
voto, negli Usa, perché questo diritto possa
essere concretamente esercitato, ci si deve iscrivere
alle "liste elettorali", il che consente
materialmente di votare.Al momento dell'inclusione
nelle liste il cittadino può dichiararsi "democratico",
"repubblicano" o "indipendente",
la qual cosa avrà importanza nella partecipazione
al voto nel corso delle primarie "chiuse",
ovvero nella scelta del candidato all’interno del
proprio partito riservata agli iscritti stessi. In
tutta la storia delle elezioni presidenziali, ben
poche volte e solo in caso di grande contrapposizione,
come per esempio tra Kennedy e Nixon nel 1960, il
numero degli elettori effettivamente recatisi alle
urne ha superato il 60% degli aventi diritto e tale
situazione, lungi dall'essere vissuta come sintomo
di "protesta" popolare, è, invece,
vista come segno di accondiscendenza e di assenso
alle decisioni altrui.
IL PARLAMENTO - Il Congresso degli Stati Uniti,
ovvero il Parlamento, è formato dalle due assemblee
elettive nazionali: la Camera, costituzionalmente
considerata organo rappresentativo del popolo nella
sua totalità, ed il Senato, espressione, invece,
dei singoli Stati membri. La votazione, fissata ogni
biennio in novembre, prevede sempre il rinnovo totale
della Camera dei Rappresentanti nonché quello
di un terzo del Senato.
I DEPUTATI - I rappresentanti (deputati, nel
nostro gergo politico) sono eletti in collegi uninominali
ripartiti in ragione del numero degli abitanti di
ciascuno Stato quale risulta dall'ultimo censimento.
Ad ogni Stato ne è garantito almeno uno. Il
mandato è limitato a due anni, il che costringe
i membri della Camera ad essere in perenne campagna
elettorale, sottoposti come sono a rinnovo sia in
concomitanza con le elezioni presidenziali, sia con
quelle di "medio termine" (che si svolgono
a metà del mandato presidenziale). Gli elettori
sono gli stessi per tutte e due le Camere (coloro
che le leggi ritengono maggiorenni), mentre i candidati
rappresentanti devono avere almeno venticinque anni,
essere cittadini degli Stati Uniti da almeno sette
e risiedere, al momento del voto, nello Stato che
rappresentano. Per la durata del mandato è
fatto loro divieto (e, naturalmente, anche ai senatori)
di ricoprire cariche dipendenti dal Governo centrale.
I SENATORI - I membri del Senato sono divisi
in tre classi, di numero pressoché uguale,
in modo da consentirne il rinnovo per un terzo ogni
biennio. In origine, la Costituzione prevedeva che
fossero designati dalle assemblee locali di ciascuno
Stato. Solo a seguito dell'entrata in vigore di uno
specifico Emendamento costituzionale (1913), si arrivò
all'elezione diretta. Particolari regole prescrivono
i requisiti richiesti: l'età minima è
di trent'anni, la cittadinanza deve essere posseduta
da almeno nove e la residenza nello Stato che si intende
rappresentare deve sussistere al momento dell'elezione.
I membri del Senato sono eletti in ragione di due
per ciascuno Stato e restano in carica sei anni. Essendo
cinquanta gli Stati, sono ovviamente cento i senatori
che si riuniscono sotto la presidenza del vice presidente
federale in carica, quando i rappresentanti eleggono,
di contro, un proprio presidente chiamato "speaker",
scelto invariabilmente nelle fila del partito di maggioranza.
Il voto alle donne, una storia recente
Nel gennaio del 1918, il Senato degli Stati Uniti
d'America approvava, con la prescritta maggioranza
dei due terzi dei presenti, il diciannovesimo Emendamento
costituzionale che poneva termine, dopo settant'anni,
alla lunga lotta condotta dalle suffragette americane
per ottenere il diritto di voto. L'Emendamento di
cui si parla così recitava: "Il diritto
di voto conferito ai cittadini degli Stati Uniti non
potrà essere negato o limitato dagli Stati
Uniti o da uno degli Stati in considerazione del sesso".
La nuova disposizione, per il vero, entrò definitivamente
in funzione solo il successivo 26 agosto 1920, quando
il Tennessee, secondo la procedura richiesta dalla
Carta costituzionale, la ratificò, ultimo tra
gli Stati.
NESSUNA LIMITAZIONE - Da allora, le donne
americane ottennero (peraltro, precedute da poche
altre fra cui le neozelandesi e le australiane) di
poter votare senza alcuna limitazione. In realtà,
si può dire che fu la prima guerra mondiale
ad imprimere una improvvisa accelerazione alla questione
e a portare alla vittoria il movimento suffragista.
Infatti, quando Woodrow Wilson era entrato alla Casa
Bianca il 4 marzo 1913 - dopo avere sconfitto Theodore
Roosevelt e William Taft l'anno precedente - per prima
cosa, aveva respinto un altro Emendamento inteso a
dare il voto alle donne sostenendo che dovevano essere
i singoli Stati dell'Unione e non il governo federale
a controllare e decidere il diritto di voto. Un po'
meno di cinque anni dopo, però, quando i soldati
americani cominciarono a morire in Europa, tutto cambiò
e, improvvisamente, lo stesso Wilson - confermato
alla Casa Bianca nel 1916 - fu autore di una inattesa
apparizione al Senato per appoggiare proprio l'approvazione
di quello che diventerà il diciannovesimo Emendamento.
IN GUERRA - Il presidente, nell'occasione,
disse ai senatori che, da quando la nazione era entrata
nel conflitto, le donne partecipavano a pieno titolo
alla guerra per difendere la democrazia, per cui era
necessario "metterle sul piano di parità
non solo per le sofferenze ma anche per quanto riguardava
diritti e privilegi". Il suffragio femminile
era uno dei principali obiettivi propostisi dalle
donne della borghesia americana fin dalla celebre
riunione di Seneca Falls (località dello Stato
di New York), tenutasi nel 1848, quando venne sottoscritta
una famosa "Dichiarazione dei diritti".
Il manifesto allora approvato, redatto per la maggior
parte da Elizabeth Stanton, affermava con molta audacia,
visti i tempi, che "la storia dell'umanità
è una storia di sopraffazioni dell'uomo nei
confronti della donna tutte dirette a stabilire una
tirannia assoluta su di essa". La Stanton e le
sue amiche domandavano molto più del suffragio
e cioè "una completa uguaglianza politica
ma anche sociale ed economica, il rovesciamento del
patriarcato e una radicale trasformazione delle relazioni
tra i sessi, dal voto alla famiglia". Nel corso
della seconda metà dell'Ottocento l'avanzata
dei sostenitori dei diritti delle donne fu lenta,
tanto che il quindicesimo Emendamento costituzionale,
approvato il 30 marzo 1870, che pure mise fine alla
discriminazione razziale in materia di suffragio,
non menzionò neppure la discriminazione sessuale!
La lotta (che rifuggì dai metodi violenti delle
suffragette inglesi) fu portata avanti dal 1890 dalla
Associazione Nazionale Americana per il Suffragio,
nata dalla fusione di due altre organizzazioni, la
più antica delle quali - fondata due decenni
prima - era guidata da Anna Howard Shaw e da Carrie
Chapman Catt.
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