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Elezioni U.S.A. 2004 - A novembre negli Stati Uniti le elezioni

A novembre negli Stati Uniti le elezioni presidenziali

WASHINGTON – Madrid non è Washington; e un voto non fa tendenza. Ma il 14 marzo della Spagna potrebbe stare al 2 novembre degli Stati Uniti - elezioni presidenziali - come l’11 marzo delle esplosioni sui treni sta all’11 settembre dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono.
Il risultato delle elezioni in Spagna coglie di sorpresa l’Amministrazione americana del presidente George W. Bush e desta preoccupazioni su tre fronti: le elezioni, l’Iraq e la guerra contro il terrorismo.
La sconfitta del partito conservatore di Josè Maria Aznar e la vittoria del partito Socialista di Josè Luis Rodriguez Zapatero rappresenta «un colpo a Bush»: lo afferma, in prima, il “New York Times”, sintetizzando un’opinione diffusa. Non c’è, però, coincidenza d’analisi sull’impatto del voto in Spagna.
Bush accusa la disfatta di uno dei suoi più stretti alleati nella guerra all’Iraq, che arriva a quasi un anno esatto dall’attacco a Baghdad, il 20 marzo, e che quasi coincide con l’anniversario del vertice delle Azzorre, il 16 marzo.
Quel vertice di guerra, come i protagonisti lo definirono, aveva forse segnato la massima esposizione diplomatica internazionale della Spagna moderna: Aznar, il cui Paese faceva - e fa - parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dava, accanto a Bush e al premier britannico Tony Blair, l’ultimatum al regime di Baghdad e fischiava la fine della partita delle Nazioni Unite e dei loro ispettori.

IL BOWLING DELLE BUGIE
In alcune analisi della stampa americana, Aznar appare il primo degli alleati di Bush nel conflitto a pagare le bugie della guerra all’Iraq, basata su falsi pretesti: una minaccia imminente e armi di distruzione di massa irachene che non sono mai state trovate.
Ma James Rubin, che fu portavoce del segretario di Stato di Bill Clinton Madeleine Albright, e altri commentatori avvertono che Aznar ha pagato soprattutto le bugie recenti: la pista dell’Eta privilegiata su quella di al Qaida subito dopo le stragi di Madrid, sulla scorta di calcoli politici, più che di informazioni oggettive.
Anche la Casa Bianca resta prigioniera tra Eta e al Qaida: se il Dipartimento della Sicurezza interna ammette l’esistenza di una pista al Qaida, il presidente Bush rettifica la rotta. «Non sappiamo ancora chi sia stato», fa dire.

DEMOCRAZIA O TERRORISMO
La gamma delle reazioni americane alla vittoria dei socialisti e alla sconfitta del partito di Aznar, vanno dal «successo del partito contro la guerra» - “New York Times” e molti altri - al «successo del terrorismo».
Media e commentatori più conservatori deprecano che «al Qaida abbia potuto cambiare in una notte il destino della Spagna», con gli attentati di giovedì.
A questa interpretazione, Rubin e altri analisti replicano che il voto in Spagna non è una vittoria del terrorismo, ma della democrazia e dell’alternanza: due valori americani.
I milioni di spagnoli scesi in piazza contro il terrorismo lo provano. La volontà di lotta contro il terrorismo è, del resto, l’elemento cui Bush si aggancia per stabilire il primo contatto col nuovo leader spagnolo, il socialista Zapatero.

IL CLUB DEL RANCH
Aznar è il primo dei pochissimi leader mondiali a essere stato ricevuto da Bush in tutte e tre le sue sedi prima di uscire di scena: già si sapeva che avrebbe lasciato, ma ora lo fa da sconfitto.
L’onore del triplice incontro alla Casa Bianca, a Camp David e al ranch di Crawford in Texas, è pure toccato a Blair, all’italiano Silvio Berlusconi, al giapponese Junichiro Koizumi - nessuno di loro ha elezioni politiche imminenti - e al russo Vladimir Putin, che si può godere, proprio oggi, la telefonata di congratulazioni di Bush (ma Putin, sull’Iraq, non stava dietro la barricata americana).
Cercando di fare buon viso a cattivo gioco, Bush telefona a Zapatero per congratularsi della vittoria: i due esprimono «la volontà di lavorare insieme, specialmente nella lotta contro il terrorismo», dice il portavoce della Casa Bianca Scott McClellan. Bush chiama anche Aznar, per ringraziarlo «del suo appoggio e della sua amicizia».

SI COMPLICA L’EQUAZIONE IRACHENA
Alla stampa americana, risulta evidente che il cambio della guardia a Madrid complica per gli Stati Uniti l’equazione irachena, con l’intenzione di Zapatero di ritirare le truppe dall’Iraq alla scadenza del loro attuale mandato, a inizio luglio, in assenza di un chiaro mandato delle Nazioni Unite.
I 1.300 spagnoli nel Centro-Sud del Paese occupato hanno «un ruolo cruciale», avverte il capo dell’Autorità civile provvisoria americana, l’ambasciatore Paul Bremer.
Intervistato dalla televisione Fox, prima di partire per una missione in Asia, il segretario di Stato americano Colin Powell stima che è possibile arrivare all’Onu «a un chiaro mandato».
Bisogna, però, negoziare in fretta. La fine della missione degli spagnoli coincide, in pratica, con la data fissata per il passaggio delle consegne dalle forze d’occupazione a un governo iracheno: un nodo già difficile da districare.

E NON TORNANO I CALCOLI ELETTORALI
Il voto di Madrid è anche un handicap elettorale sul piano interno. La Casa Bianca invita il candidato democratico John Kerry a fare i nomi dei leader stranieri che sperano che lui batta Bush.
Ma è il giorno sbagliato per toccare questo tasto. Kerry ripete che non vuole tradire la riservatezza di nessuno; ma, nota, «ovunque nel mondo l’America deve confrontarsi con un nuovo livello di ostilità»: leader che erano amici degli Usa e che dovrebbero essere al loro fianco in Iraq, sono stati allontanati dall’Amministrazione Bush; e leader schieratisi al loro fianco vengono sconfessati dai loro cittadini.